Claudia Daconto

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“Alle 22.30 è qua”. Matteo Orfini sibila la notizia nell'orecchio di uno degli organizzatori della Festa dell'Unità di Roma tra lo stand degli arrosticini e quello dei moscardini fritti con le patate tagliate a mano. Lui, Matteo Renzi, l'ha appena avvisato: “Sto arrivando”. Sono circa le 21.30. Sul palco dibattiti c'è il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, nell'area cinema – che oggi avrebbe dovuto ospitare l'atteso intervento del premier-segretario – alle 22 trasmettono un film con Claudio Bisio, “Ma che bella sorpresa”. Appunto.

Tutto era pronto, per il giorno dopo però: lo sfondo per il palco, le transenne per creare un percorso protetto. Erano già stati effettuati ben tre sopralluoghi, ma quando all'ultimo il colonnello dei servizi si era fatto andare tutto bene solo guardandosi intorno, qualcuno ha capito che la “renziata” era dietro l'angolo. E così è stato. Con uno dei suoi ormai celebri scarti in avanti, Renzi ha anticipato tutto e tutti sottraendosi, in un'unica mossa, alle annunciate contestazioni da parte dei centri sociali, Action e insegnanti precari e alla rogna (perché nulla indispone di più il premier che il dover parlare a Roma di Roma con i romani) di dire ancora una parola contro o a favore di Marino.

Con una lettera pubblicata stamattina su Il Messaggero - in cui spiega che di poltrone e rimpasti a lui non importa nulla e che tocca solo al sindaco, “se ne è capace”, dare un segnale di rinnovamento presentando progetti “credibili e concreti” - e con un giro tra gli stand della kermesse romana, un sondaggio improvvisato tra la gente (finito in parità per il sindaco e commentato da Renzi: “adesso non litigate, dai...reggiamo”), una raffica di selfie con i militanti, un piatto di caciucco al volo e una partita a biliardino con Luca Lotti contro Orfini e il dirigente locale renziano Luciano Nobili (finita 10-8 per lui), Renzi ha detto tutto quello che aveva ancora da dire su Marino sprecando per lui meno parole possibili.

Sulla nuova giunta che verrà presentata oggi, con quattro nuovi innesti (ai Trasporti il senatore dem, già commissario Pd a Ostia Stefano Esposito), la faccia, è chiaro, il premier non ha alcuna intenzione di mettercela. Il Pd, attraverso Matteo Orfini, ha fatto tutto il possibile per aiutare il sindaco ma se la situazione di Roma continuerà a essere quella descritta dal New York Times, la chiusura del Giubileo segnerà anche la fine della sua esperienza in Campidoglio. La distanza tra i due è siderale, la temperatura dei rapporti sotto lo zero.

Una sconfessione in piena regola, insomma, dalla quale, tuttavia, il premier sa di non poter, adesso, trarre le dovute conseguenze. Tra pochi mesi gli occhi del mondo intero saranno puntati sulla Capitale per il Giubileo e presentandosi con un commissario al posto del sindaco anche l'Italia, il suo governo, lui stesso non ci farebbero una gran figura. Meglio allora lasciare il chirurgo a logorarsi da sé ancora per un po'. Poi, come si dice a Roma, un grosso “ciaone”.


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