Politica

Renzi 1 e Renzi 2: la crisi d'identità del dopo elezioni

La doppia batosta regionali e comunali spinge il premier a un ritorno alle origini. Il rischio è che sia già troppo tardi

Matteo_renzi

Claudia Daconto

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Pur di non prendersi la colpa della doppia sconfitta politica alle elezioni regionali del 31 maggio e ai ballottaggi di domenica scorsa, Matteo Renzi si è addirittura inventato una sorta di suo alter ego, un "Renzi 2" spompo e perdente contro il vero "Renzi 1" rottamatore e vincente. Un caso da lettino dello psichiatra alle prese con un paziente schizofrenico o della penna di un bravo sceneggiatore di saghe cinematografiche: “Renzi 1, le origini”; “Renzi 2, la vendetta”, “Renzi 3, il ritorno”.


 
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"Renzi 1"

Il “Renzi 1” era quello della sfida al partito imbalsamato dei D'Alema, dei Bersani, delle Bindi; del rifiuto dell'anti-berlusconismo militante e delle catene che tenevano imprigionata la sinistra alla sudditanza nei confronti dei sindacati, dei magistrati, delle elites radical-intellettuali; quello che andava ospite da Maria De Filippi in giubbotto di pelle alla Fonzie e invitava al Nazareno il nemico assoluto Silvio Berlusconi per scrivere insieme le future regole del gioco; delle primarie come strumento di selezione di una nuova classe dirigente cresciuta più con Baden Powell che alle Frattocchie; della rottamazione, di “Enrico stai sereno”, quello del Pd al 41%, senza avversari e “invincibile”.

"Renzi 2"

Il “Renzi 2” è invece quello costretto a fare marcia indietro sulla scuola; che non ha abbassato le tasse e nemmeno ridotto drasticamente la spesa pubblica; che senza idee chiare su immigrazione e sicurezza non trova il tweet giusto; che in Europa, finora, ha ottenuto poco e niente; che riceve le critiche anche degli amministratori di centrosinistra contrari a sobbarcarsi quote ormai insostenibili di immigrati; quello del garantismo a correnti alterne, che fa dimettere un ministro non indagato ma difende un ex sindaco condannato pur di farlo eleggere governatore; che si lamenta di non aver potuto mettere bocca sulla candidature degli sconfitti Paita, Moretti e Casson, che ha subito quelle più indigeste come Crisafulli a Enna (anche lui sconfitto al ballottaggio) e che quindi annuncia “basta primarie”.

Il piano di rilancio

Esclusa la scelta del segretario nazionale e candidato premier, la selezione della classe amministrativa del Pd - è il ragionamento - non può essere pilotata dai potentati locali detentori di pacchetti di voti propri e aggregatori di quelli altrui anche se “impresentabili”. A rischio di farsi tifare contro da quelli che dovrebbero stare nella tua squadra e che invece fanno di tutto, compreso metterne su un'altra, per farti perdere. Quindi "basta primarie" che a livello locale non sono servite a garantire il cambiamento. L'elettorato medio non è stato conquistato, quello di destra si è ricompattato, quello grillino resta alla larga e un pezzo di quello di sinistra è andato perso. Mentre si riaffacciavano gli avversari e il mito dell'invincibilità cadeva.

Così, in vista delle amministrative del 2016 a Torino, Milano e Napoli, Matteo Renzi ha deciso di mandare in soffitta la sua versione “soft” e rilanciare quella “hard”. Quella più movimentista e provocatoria, che usa metafore come “aumentare i giri” per intendere che vuole velocizzare le riforme; che manda avvisi di sfratto ai sindaci Pd alle prese con scandali trasversali come “Mafia Capitale (“se torna Renzi 1, fossi in Marino non starei tranquillo”) perché piuttosto che farsi commissariare, lui e il suo governo, dalle procure preferisce sbarazzarsi anche dei “baluardi” della legalità. Il Renzi tanto cinico e spregiudicato quanto vincente insomma.

I possibili ostacoli

Il dubbio è se la riconversione gli riuscirà. Ormai non è più tanto nuovo nemmeno lui. Il Jobs Act non ha risolto il problema dell'occupazione in Italia. E non lo ha risolto perché nessuna riforma del lavoro può generare posti di lavoro senza che ripartano anche produzione, acquisti, esportazioni. L'Italicum è una cosa che gli italiani non hanno capito e che non interessa. La “Buona Scuola” è stato un boomerang. La gestione dei rimborsi ai pensionati si è rivelata un pasticcio. Le stazioni ferroviarie di Roma e Milano sono diventate una succursale di Lampedusa, aree di sosta di “profughi” in transito che nessun Paese d'Europa vuole prendersi. La strada di ritorno del "Renzi 1" si annuncia tutta in salita.

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