Referendum costituzionale: la battaglia (persa) di Bersani e D'Alema

Mentre Gianni Cuperlo cerca l'accordo con Matteo Renzi, i due leader della minoranza dem hanno tutto da perdere. Se vince il sì e se vince il no

++ Lavoro: Cuperlo, no a norme di destra proposte da Pd ++

Gianni Cuperlo e Pier Luigi Bersani. – Credits: ANSA/ FABIO FRUSTACI

Claudia Daconto

-

Se a 35 giorni dal referendum costituzionale una delle domande è chi vincera, all'esito del voto del 4 dicembre, tra la minoranza Pd dialogante, guidata da Gianni Cuperlo, e quella radicalmente antirenziana che va dietro a Pier Luigi Bersani e Massimo D'Alema, la risposta è, con ogni probabilità, che non avrà vinto nessuna delle due.


LEGGI ANCHE: Ecco chi vota sì e chi vota no LEGGI ANCHE: Focus sondaggi: attenzione agli indecisi

Minoranza Pd debole e spaccata
Già il semplice fatto che una minoranza, molto minoritaria all'interno del Partito Democratico – a giudicare anche dall'ultimo sondaggio Ixè che attribuisce al “sì” le preferenze del 79% degli elettori dem contro il 16% che voterà “no” - si ritrovi spaccata al suo interno, dà la misura della sua debolezza. Una debolezza che di fatto riflette quella dei suoi diversi e presunti leader. 

Massimo D'Alema
L'atteggiamento di Massimo D'Alema viene bollato come la ripicca di chi, dopo aver tentato di fare le stesse cose che oggi sta cercando di realizzare Matteo Renzi, si schiera contro le sue stesse idee solo per vendicarsi di essere stato messo da parte, “rottamato”, appunto da Metteo Renzi.

Pier Luigi Bersani
Pier Luigi Bersani è l'ex segretario sedicente titolare del partito-ditta da riconquistare da Renzi considerato da sempre un usurpatore nonostante i quasi 2 milioni elettori che alle primarie del dicembre del 2013 lo avevano legittimamente scelto come nuovo segretario del Pd al posto del reduce della “non-vittoria” alle politiche del marzo di quello stesso anno.

Gianni Cuperlo
Infine c'è Gianni Cuperlo, colui che nel gennaio del 2014 si dimise sdegnato (ma fortissimo fu allora il pressing del padrino politico Massimo D'Alema) dalla presidenza del partito dopo che Matteo Renzi, bersaglio di un durissimo attacco in Direzione nazionale a proposito della mancanza delle preferenze nell'accordo raggiunto con Silvio Berlusconi sulla legge elettorale, gli aveva ricordato, durante quella stessa Direzione, di essere entrato in Parlamento grazie al listino bloccato e quindi senza nemmeno passare dalle parlamentarie del Pd.

Il nodo Italicum
Fermiamoci un attimo su Cuperlo: è stato l'unico dei tre esponenti PD a essere sceso in piazza a Roma domenica 30 ottobre per la manifestazione nazionale del Partito Democratico. I suoi stessi sostenitori, gente che lo aveva votato all'ultimo congresso per la segreteria, lo hanno avvicinato per chiedergli “unità” e un “sì” convinto e definitivo alla riforma. Nonostante ciò, Cuperlo ha ribadito che la sua scelta sarà condizionata da ciò che Renzi farà della legge elettorale.


“Sono qua con le mie convinzioni – ha dichiarato - ma senza un gesto politico del presidente del Consiglio sull'Italicum, confermo il mio voto negativo al referendum”. La verità è che Gianni Cuperlo non poteva non essere in piazza dal momento che tutti i suoi, i cosiddetti cuperliani dentro e fuori il Parlamento, c'erano e che sottraendosi a ogni possibile apertura nei confronti del premier, si sarebbe ritrovato da solo, insieme a quelli del “no”, schiacciato, tra Bersani e D'Alema.

Partorito dal gruppo composto dai capigruppo di Camera e Senato Rosato e Zanda, dal vicesegretario Guerini, dal presidente Matteo Orfini e dallo stesso Cuperlo per la minoranza, l'accordo sull'Italicum sarebbe ormai cosa fatta: via il ballottaggio, un premio di maggioranza più basso e niente capolista bloccati (comprese le candidature multiple fino a 10 collegi). Manca solo, dal punto di vista di Cuperlo, che Renzi porti una proposta scritta in Parlamento.

LEGGI ANCHE: Italicum, le possibili modifiche


Bersani in trappola
Un gesto che manderebbe in crisi il fronte bersaniano. Anche se Bersani continua a dire di non fidarsi di Renzi, l'unico alibi politicamente accettabile per votare “no”, ossia l'opposizione al famoso combinato disposto tra legge elettorale e riforma costituzionale, verrebbe infatti meno. E a quel punto Bersani dovrebbe ammettere di voler votare “no”, insieme a M5S, Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia, Sinistra italiana ecc, all'unico scopo di detronizzare il leader del proprio partito.

Alla fin fine, qualunque sarà l'esito del referendum, Bersani, D'Alema e Cuperlo (quest'ultimo con contraccolpi forse meno pesanti ma solo per via del peso politico più basso rispetto agli altri due e per la stima che comunque Matteo Renzi ha di lui, nonostante tutto), avranno comunque perso la loro battaglia.

Minoranza Pd verso la sconfitta, comunque vada il referendum
Se, senza Bersani e D'Alema, il “sì” dovesse vincere, entrambi sarebbero condannati alla definitiva marginalità. Ma anche se ad affermarsi fosse il “no”, avrebbero poco da festeggiare. Quale vantaggio trarrebbero infatti dal doversi spartire i dividendi di quel risultato insieme ad altri dieci partiti mentre, benché sconfitto, Matteo Renzi potrà rivendicare l'esclusiva proprietà su tutto il resto?

© Riproduzione Riservata

Commenti