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Referendum costituzionale: perché Renzi è convinto di spuntarla

Scelta dei tempi, divisioni nel fronte del "no" e personalizzazione della sfida: su cosa scommette il premier. Che i sondaggi dovrebbero far allarmare

Renzi

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, durante il suo intervento a margine della firma del Patto per la Basilicata, Matera, 02 maggio 2016. – Credits: ANSA/UFFICIO STAMPA PALAZZO CHIGI-TIBERIO BARCHIELLI

Matteo Renzi ha lanciato dal teatro Niccolini di Firenze (e da dove se no?) la campagna per vincere la “madre di tutte le battaglie”: quella del referendum costituzionale di ottobre, l'unica vera possibile svolta, dice lui, “dopo 63 governi”.

La battaglia alla quale Renzi ha fatalmente legato il suo destino, “se perdo vado a casa, la rottamazione vale per tutti”, ma anche quello di un intero Paese, “da una parte ci sarà L'Italia che dice sì al futuro e dall'altra una che dice sempre no”.
Prodi, nel senso di coraggiosi, da una parte, gufi dall'altra.
Buoni e cattivi. Giovani e vecchi. Giusti e sbagliati.

La sua visione del mondo è semplice nel suo manicheismo: o di qua o di là.

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La campagna per il "sì"
Immane lo sforzo organizzativo: 10mila comitati per il Sì in tutta Italia, lui in giro come una trottola su e giù lungo il Paese a incontrare gente, siglare patti, inaugurare nuove opere, assumere impegni per quelle vecchie. Quello comunicativo anche. Matteo Renzi ha già arruolato il super consulente di Obama, Jim Messina, per mettere a punto la strategia vincente (ma pare preferisca fare di testa sua: il guru americano gli aveva infatti consigliato, inascoltato, di non personalizzare troppo la sfida).

Campagna a tappeto, città a città, strada a strada, porta a porta. Gli manca giusto il testimonial di prestigio.

Sondaggi incerti
Il premier è convinto di vincere. Ma la strada non è affatto spianata e anche i sondaggi lanciano qualche segnale di allarme. Alcuni istituti di ricerca prevedono una vittoria schiacciante dei sì. Altri un testa a testa con una possibile prevalenza dei no. Insomma, ci sarà da combattere. Il fronte che si oppone alla riforma della seconda parte della Costituzione e che prevede un forte ridimensionamento della composizione e del ruolo del Senato, la fine del bicameralismo perfetto, nuove regole per eleggere il presidente della Repubblica e la ridistribuzione di poteri tra Regioni e Stato centrale, è composito, agguerrito ma anche piuttosto diviso.

Il fronte del "no"
Ci sono quelli che Renzi chiama “dotti e professori”, ossia i costituzionalisti che ogni giorno lanciano allarmi sul futuro della nostra democrazia destinata, se vincessero i sì, a rimanere schiacciata sotto il peso di un presidenzialismo di fatto sciolto da ogni meccanismo di bilanciamento dei poteri. Ci sono i sindacati. Ma soprattutto ci sono gli avversari politici di Renzi stesso, esterni e interni, che non aspettano altro che un passo falso del premier.

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La scelta dei tempi
Forse è anche in questa logica che va letta la scelta della tempistica.
Al referendum di ottobre mancano ancora cinque mesi, ma tra sole quattro settimane ci sono le elezioni amministrative. Per quanto Renzi ripeta che l'esito del voto non avrà ripercussioni a livello nazionale, il fatto che i candidati del centrosinistra nelle tre città simbolo siano suoi “uomini e donne”, dimostra tutto il contrario. Fare campagna per il referendum costituzionale servirà quindi anche a fare un po' di campagna per loro.

Non potendo sostenerli in prima persona - è pur sempre il presidente del Consiglio oltre che il segretario del Pd - Renzi si anticipa sul referendum nella speranza che i suoi candidati ne beneficino indirettamente. Se vincono, la strada verso l'obbiettivo di ottobre risulterà meno impervia. Se perdono, si sarà già portato avanti con il lavoro.

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Le divisioni tra gli avversari
Ma torniamo al fronte del no. Ne fanno parte Lega, Fratelli d'Italia, M5S, Forza Italia, Sinistra italiana e una parte della minoranza dem.

Anche se i distinguo e i reciproci sospetti non mancano.

Secondo Matteo Salvini, per esempio, anche se ufficialmente schierata per il no, Forza Italia sarebbe pronta a fare campagna elettorale sottotraccia per far passare la riforma.

Tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi sussisterebbe infatti, a detta del leader leghista, una sorta di patto, se non del Nazareno bis, di non belligeranza. Anche se non è chiaro come, a proposito di amministrative romane, l'appoggio di Berlusconi a Marchini, che secondo alcuni sondaggi avrebbe già scavalcato il candidato renziano Giachetti, favorirebbe Renzi e il Pd.

Senza contare il fatto che l'ex Cavaliere ha già ordinato ai coordinatori regionali e provinciali del partito di iniziare a lavorare per la costituzione dei comitati locali per il no. Il M5S non ha ancora risolto la propria crisi di coscienza interna. Qualcuno all'interno del movimento ha infatti fatto notare l'incoerenza di una battaglia contro la riduzione del numero dei senatori che comporterebbe una bella sforbiciati ai costi della politica. La sinistra dem è sulla linea attendista: “vediamo che succede alle amministrative e poi ci muoviamo”. L'obbiettivo comune resta infatti quello di mettere in difficoltà Matteo Renzi.

Con Renzi o contro Renzi
Della riforma in sé interessa ai più molto meno di quanto pubblicamente sostengano. Per questo né Gianni Cuperlo né Roberto Speranza promuoveranno comitati per il no. Le iniziative in questo senso saranno piuttosto sporadiche e isolate. D'altra parte anche la stragrande maggioranza dei cittadini che voterà lo farà soprattutto come atto di fede o di condanna nei confronti del premier.

Non certo perché ci abbia capito qualcosa della riforma costituzionale (LEGGILA QUI IN 10 PUNTI) e si sarà persuasi che, grazie ad essa, il Parlamento funzionerà molto meglio di prima.

Se voterà a favore sarà piuttosto perché, tolti i grillini, e con un centrodestra a pezzi e tutto ancora da ripensare e rifondare, avrà ritenuto che oltre Renzi c'è il nulla. Se invece opterà per il no, sarà perché ancora vuoleo credere che non debba essere Per forza così.

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