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Referendum costituzionale: lo schiaffo della minoranza Pd

Perché una parte dell'opposizione interna non ha firmato la richiesta di referendum confermativo sulla riforma costituzionale del governo Renzi

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Claudia Daconto

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Uno schiaffo come tanti che fino a oggi la minoranza dem ha rifilato a Matteo Renzi.
Ma questa volta, a differenza del passato, più doloroso che rumoroso.

Una parte della minoranza, capitanata da Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza e Gianni Cuperlo, ha infatti deciso di non firmare la richiesta di quesito referendario sulla riforma costituzionale depositata in Cassazione dai colleghi di partito e da quelli delle altre forze che costituiscono la maggioranza.

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Le ragioni della minoranza dem

Un gesto di galateo istituzionale come risposta a una “sgrammaticature”, hanno cercato di farlo passare gli ideatori, dal momento che presentare il quesito referendario dovrebbe toccare alla sola opposizione e non anche a chi ha fatto approvare la riforma in aula. Di fatto uno strappo non da poco anche se soprattutto simbolico visto che non significa automaticamente anche il voto contrario al referendum di ottobre dal momento che in Parlamento la minoranza del Pd ha votato a favore del testo Renzi-Boschi.

La risposta del premier

Un'iniziativa, però, potenzialmente molto più destabilizzante di quanto lo siano state le frequenti passate minacce sfociate, quasi sempre, in un nulla di fatto. E alla quale Renzi ha subito risposto dal Messico sfoggiando la consueta sicurezza: “se qualcuno nel Pd ha cambiato idea, noi andiamo avanti, chiederemo ai cittadini la loro opinione”. Ma il fastidio c'è, e tanto: “una parte del Pd fa opposizione su tutto, ne dobbiamo prendere atto”.

L'obbiettivo degli avversari interni

Ma più che sulla riforma, è sul ruolo di Renzi che una parte del Pd fa opposizione, sul fatto di aver voluto trasformare il referendum di ottobre in un plebiscito su di sé. Il ragionamento è semplice, per quanto brutale: “se a ottobre stravincono i sì, non ce lo togliamo più di torno”. Quindi, anche se alla fine tutto il partito si rassegnerà a fare, almeno pubblicamente, campagna a favore, l'obbiettivo è quello di sventare il pericolo di un risultato appunto plebiscitario a favore del premier.

Il sondaggio che spaventa

Per quanto a sei mesi dalla consultazione in questione ogni sondaggio lascia il tempo che trova, quello realizzato da Euromedia Research di Alessandra Ghisleri, l'unica che di solito ci prende o si avvicina di più ai risultati effettivi, non può non destare qualche preoccupazione. Secondo l'istituto di ricerca, ad oggi, infatti, la maggioranza degli italiani (il 51,9%) non sembrerebbe propensa a concedere il via libera alla riforma costituzionale del governo Renzi. E nemmeno lo sarebbe una buona parte di elettori dem. Secondo Alessandra Ghisleri, ben il 29,8% di loro (uno su tre) ancora non ha deciso se farsi andare bene la Costituzione come l'hanno riscritta i vertici del loro stesso partito.

L'incognita amministrative: se il Pd vince

Già le prossime settimane potranno rivelarsi decisive per stabilire se questa maggioranza si ingrosserà ulteriormente o se invece il premier riguadagnerà terreno. A deciderlo saranno soprattutto i risultati delle amministrative di giugno. Se i candidati renziani nelle varie città al voto dovessero spuntarla, soprattutto a Roma e Milano, la loro vittoria costituirebbe un tonico rigenerante per Matteo Renzi e le probabilità di successo al referendum si impennerebbero.

...e se invece perde

Se invece Beppe Sala fosse sconfitto a Milano da Stefano Parisi e nella Capitale Roberto Giachetti fosse addirittura escluso dal ballottaggio e finisse terzo alle spalle di Virginia Raggi e Giorgia Meloni, allora per lui la prova di ottobre si trasformerebbe nell'ultimo paracadute utile a salvarsi la pelle.

Cosa rischia Renzi

A quel punto non è detto che l'impresa gli riesca visto che la minoranza dem, che oggi si limita a negargli una firma, gli presenterebbe il conto additandolo come il primo responsabile della debacle del partito sui territori, gli rinfaccerebbe il suo doppio ruolo di segretario e premier e il rifiuto a modificare l'Italicum eliminando il doppio turno con il rischio di uscire sconfitti dalle politiche come dalle comunali.

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