Gubitosi: "Cari politici, basta linea diretta con la Rai"

Il dg della tv di Stato racconta le pressioni per il caso Minoli ed il futuro (meno politico) della Rai

Rai: Minoli e la strategia (fallita) delle raccomandazioni politiche

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Emanuela Fiorentino

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Una volta, un dipendente convocato per le 7.30 si presentò puntuale alle 7.30. Ma di sera. Luigi Gubitosi, preceduto in Rai dalla fama di marziano (copyright Carlo Freccero), è fortemente impegnato a stravolgere abitudini dure a morire con la regola: prima l’azienda, poi gli ego. Chiaro che dalle parti di viale Mazzini non è cosa da digerire con facilità. Ma un conto sonogli uomini, un conto i programmi, è il mantra del direttore generale.

Anche lui, scacchista e collezionista di vini, in fondo ha un po’ stravolto la sua vita. Perché un conto è la Rai, un contoun’azienda normale. Niente più partite e in compenso tante ore passate davanti alla tv. Con qualche nostalgia («Che bellele puntate di Quelli della notte, mi facevo mandare le cassette a Fontainebleau») e molta voglia di lasciare un segno a quelliche verranno («Sono un custode, e a tempo»). Vesuviano quando si diverte a fare incursioni a sorpresa negli uffici, britishquando, a proposito di servizio pubblico, non trova parole migliori di civil servant: «Noi siamo al servizio del Paese». Sa che la vera partita, ora che la politica si è risvegliata, è solo agli inizi. Sarà capace, Gubitosi, di inventarsi una mossa alla Frank James Marshall?

Ci voleva la colazione romana con Paolo Romani e Maurizio Gasparri a ricordare a tutti, dopo parecchio tempo, che in Rai non si può fare a meno della politica?

Guardi, loro mi hanno cercato, mi hanno invitato a colazione e hanno anche pagato il conto. Io incontro volentieri esponentidi tutti gli schieramenti e sempre alla luce del sole. La Rai deve avere un rapporto con la politica, visto che è posseduta dallo Stato, il suo azionista è il Tesoro ed è sottoposta al controllo della commissione di vigilanza. L’importante è che il rapporto sia sano e corretto.

Di che cosa avete parlato con i due senatori del Pdl? Le hanno chiesto rassicurazioni, spazi, tutele?Il discorso è caduto sui casi Mazza e Minzolini?

Non li vedevo da prima di Natale, volevano parlare un po’ della Rai e mi hanno fatto alcune domande. Sì, mi hanno chiesto anche di Mauro Mazza e di Augusto Minzolini.

L’ex direttore di Rai 1 ha vinto la causa con la Rai. E Minzolini il 18 giugno ha l’udienza per il reintegro al vertice del «Tg1». Due grane non da poco…

Per quanto riguarda Mazza, il giudice ha detto che il giornalista che svolge funzioni dirigenziali va trattato come dirigente, e noi lo tratteremo come tale. Su un’eventuale ricollocazione di Minzolini posso solo dire che, nel momento in cui diventa senatore di un partito, è difficile per un direttore dare la percezione di essere super partes. Francamente non ce lo vedo in un tg.

Se la politica tornasse a essere ingombrante in Rai e le pressioni sempre più forti, sarebbe pronto a trovarsi un altro posto?

Ho le spalle larghe. Quello che dissi a Mario Monti quando mi chiamò, e cioè che avrei scontentato tutti allo stesso modo,resta valido. Non ho chiesto io questo incarico, mi è stato offerto benché non avessi una particolare conoscenza di Monti e ne sono molto contento. Trovo gratificante ed entusiasmante fare qualcosa per il Paese, però conosco un solo modo di lavorare.Accetto consigli e critiche, ma non imposizioni.

Lei, 11 mesi fa, è arrivato con la fama di tagliatore a digiuno di prodotto, cioè ignorante di Rai. Ha imparato qualcosa?

(Ride) Se non fosse così, sarebbe preoccupante. E comunque il mio non è un piano di tagli, bensì di investimenti importanti.Prenda la digitalizzazione, su quella abbiamo scommesso molto e le annuncio in anteprima che da questa estate trasmettere-mo Rai 1, Rai 2 e Rai 3 in Hd. Le dirò di più: rifaremo gli studi televisivi a cominciare da quelli di Roma. Se volessi ottenere solo il pareggio dei conti, non investirei in questo modo.

Giovanni Minoli dice che lei non capisce nulla di televisione, ma solo di conti.

Quando mi chiedeva di rinnovargli il contratto diceva che ero bravissimo… Minoli è andato in pensione tre anni fa e ora il suo contratto, che gli era stato rinnovato per un triennio, è scaduto. L’abitudine in Rai è quella di farti fare pressioni e poi di venirti a parlare. Ogni politico che incontro mi dice che Minoli è andato a farsi raccomandare. Non mi piace questo sistema: ti faccio fare interrogazioni parlamentari, articoli di giornale, poi ti vengo a parlare. Un’azienda che si fa trattare in questo modo dai suoi dipendenti sbaglia.

Minoli insiste: perché io fuori e Bruno Vespa o Piero Angela dentro, perché io no e altri sì?

Trovo poco elegante parlare di altri. Il suo è un contratto molto oneroso per la Rai: 2,499 milioni per tre anni. Inoltre, si è tenuto alcuni diritti del programma: restano alla Rai per 10 anni e poi tornano a lui. Visto che è un valido professionista,gli è stato proposto un contratto come autore, senza Rai 150 che, a due anni dal 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ha esaurito la sua funzione. Ma lui voleva conservare la struttura (una settantina di persone, ndr) e il ruolo. Invece le persone del suo team sono andate a occupare ruoli importanti in vari settori dell’azienda. Dovrebbe esserne contento. Vede,è stimabile e apprezzabile per la sua conoscenza del prodotto, ingiustificabile per i metodi che usa, mi fa martellare da chiunque. E poi…

E poi?

Pensi che a fine anno abbiamo rinnovato con la presidenza del Consiglio una convenzione e ci siamo ritrovati, a nostra insaputa, anche l’indicazione di Minoli come consulente. Se avessimo firmato, gli avremmo rinnovato il contratto. Io non c’ero, ma il testo concordato era un altro e la presidente Anna Maria Tarantola, che è persona a cui non sfugge nulla e legge tutto, fortunatamente se ne è accorta.

Parliamo di volti nuovi. Il 3 luglio parte il talk-show con Nicola Porro, vicedirettore del «Giornale» e conduttore di«In onda» con Luca Telese. Non c’era, all’interno della Rai, uno altrettanto bravo da mettere alla prova?

Porro l’ha scelto Angelo Teodoli, il direttore di Rai 2, in totale autonomia. Lo ritiene bravo e anche io su di lui ho un’impressione positiva. Vediamo quanto vale, lasciamolo lavorare e poi ne riparliamo. La cosa importante è che con questo talkshow la Rai non va in vacanza, anzi. Ci sarà Agorà estate, il Tg2 farà una serie di dossier speciali, Rai 3 farà sette puntate della Grande storia in prima serata e in seconda serata, da fine agosto, Correva l’anno con Paolo Mieli. L’anno scorso, in luglio e agosto, eravamo fermi.

Con Roberto Benigni e la sua «Lectura Dantis», nonostante il calo di share che ha fatto traslocare il programma in seconda serata, la Rai dice di avere recuperato in pubblicità: 5 milioni incassati a fronte di 5,5 spesi. Vedremo ancora Benigni?

Sì, rifarò Benigni.

E Adriano Celentano?

Non ci sono al momento progetti che lo riguardano, anche se lo apprezzo.

E Fabio Fazio?

Lo considero, oltre che un eccellente conduttore, un grandissimo autore e penso all’ultimo Festival di Sanremo come alla tappa di un lungo percorso di qualità. Ma se vuole sapere se c’è già un contratto, no, non c’è.

C’è qualcosa, un programma o un professionista, che invidia a Mediaset?

No, per dirla con Ennio Flaiano, la felicità è desiderare ciò che si ha e io sono felice della Rai.

A che punto è il piano degli esodi volontari che prevede l’uscita di 600 dipendenti?

Siamo a 450, con una cinquantina di dirigenti. Ma c’è una novità: stiamo proponendo ai sindacati dei giornalisti e a quelli di operai, tecnici e impiegati di stabilizzare i tempi determinati in anticipo rispetto ai tempi che ci eravamo dati, e cioè di accelerare la trasformazione dei contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato.

Sta dicendo che entreranno stabilmente in Rai altre centinaia di persone? E come giustifica l’annunciato concorso per assumere nuovi giornalisti e nuovi tecnici?

Si sta parlando di eliminare quasi tutto il precariato subito. E, contemporaneamente, di assumere 200-250 giovani, tra cui 70 giornalisti. Il numero preciso delle assunzioni dipenderà dal tipo di accordo, ma è solo assumendo giovani che si assicura un futuro all’azienda. Se i più esperti non hanno qualcuno a cui insegnare il mestiere, l’azienda muore.

È stato scritto che ha fatto vedere una scena del film «Il gladiatore» ai suoi dirigenti prima di presentare il piano industriale. Non ha smentito...

Sì, ma è stato scritto che avrei fatto proiettare la scena in cui il generale Massimo dice: «Al mio segnale, scatenate l’inferno».Niente di più lontano da me, anche come linguaggio. Invece la scena era un’altra, quella in cui i gladiatori stanno per entrare nell’arena e Massimo, dopo avergli consegnato le armi, dice: «Qualsiasi cosa esca da quella porta, se saremo uniti riusciremo a sopravvivere». È anche il mio messaggio: se non facciamo squadra e non capiamo che i concorrenti sono fuori, è finita.Sa, il video crea grandi personalità, ma quando ci renderemo conto che non c’è ego che tenga davanti a un’azienda, avremo fatto un’azienda.

È per questo che sta organizzando la prima convention aziendale?

Sì, a luglio nei nostri studi. Una delle cose di cui la Rai non è mai stata capace è lavorare insieme. Prenda il meteo, per esempio: ognuno in Rai lo fa a modo suo, ora non sarà più così. È un prodotto tipicamente web, interattivo. Lo unificheremo nei prossimi mesi e sarà parte del rilancio della Rai in rete.Nel 2016 scadrà la convenzione Stato-Rai.

 Lei pensa che abbiano ancora senso tre reti pubbliche?

Io credo che il dibattito su privato o pubblico sia sterile. Deve esserci, questo sì, una Rai risanata nei numeri e nei comportamenti. Stiamo studiando l’esempio del rinnovo della Royal Chart della Bbc da cui possiamo imparare molto. L’idea che si possano lottizzare le nomine interne in Gran Bretagna non verrebbe in mente a nessuno. Dobbiamo imparare anche qui a considerarlo intollerabile.

Lei è l’uomo dei blitz, delle incursioni a sorpresa nelle redazioni dei tg o sui set. L’ultimo lo ha fatto il 20 maggio alla Rai di Genova. Direttore, quante volte in 11 mesi?

Una ventina, ma più che blitz le chiamerei visite. A me piace osservare la gente mentre lavora, quando non mi riconoscono.Lo facevo anche in Wind e me lo avevano insegnato in Fiat. È utile andare inatteso. Una volta un dipendente si è avvicinato e mi ha chiesto: ma lei è il direttore generale? E io: no, guardi, sono il fratello gemello.

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