Quirinale: perché adesso Renzi ha bisogno di Bersani

L'ex segretario è l'unico nel partito di cui il segretario può fidarsi per ricompattare il PD. A un prezzo: decidere insieme il successore di Napolitano

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Pier Luigi Bersani con Matteo Renzi. – Credits: ANSA/MAURIZIO DEGL'INNOCENTI

Claudia Daconto

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"Il prossimo inquilino del Colle decidiamolo insieme". I tempi ormai sono strettissimi, la strada in salita e Matteo Renzi è costretto a porgere a Pier Luigi Bersani il ramoscello d'ulivo. La rabbia per "il comportamento assurdo" dei dissidenti in Senato, guidati da un fedelissimo dell'ex segretario come Miguel Gotor, non è ancora smaltita. Ma il premier ha capito che per evitare il rischio di un bis della disfatta del 2013 può contare solo su colui che all'epoca la subì. Gli altri leader della minoranza (Civati, Fassina, Bindi) infatti spingono per lo scontro finale.

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Nonostante le parole di fuoco lanciate l'altra sera contro il segretario dem alla riunione dei 140 parlamentari della minoranza, Bersani non vuole arrivare alla spaccatura. Intanto perché sa di non potersi fidare completamente dei suoi: al Senato, i senatori che hanno votato contro l'emendamento Esposito che riassumeva l'Italicum cancellando praticamente tutte le altre proposte di modifica, sono stati alla fine solo 22. Mentre alla Camera 50 deputati sono usciti dall'Aula, invece di esprimere parere contrario, per non votare l'emendamento di maggioranza che introduce i cinque senatori di nomina presidenziale nel nuovo Senato, abbassando in questo modo il quorum necessario per il via libera. Ma anche perché un uomo della "Ditta" non manda il suo partito a sfracellarsi senza tentare di evitarlo.

I due dovrebbero incontrarsi nei prossimi giorni per trovare un'intesa sul successore di Napolitano. Intanto per lunedì Renzi ha riunito l'assemblea dei deputati del PD proprio per discutere dell'elezione del Presidente della Repubblica, come comunicato oggi dal capogruppo Roberto Speranza.

Il fatto che Renzi non lo abbia ancora consultato ha sollevato disappunto tra i sostenitori dell'ex segretario. Nico Stumpo, tra i più risentiti, ha sottolineato proprio la mancanza di considerazione: “parla con Berlusconi e non con lui”. Per rabbonirli, Renzi avrebbe in mente di mettere sul tavolo un nome che, secondo lui, la sua minoranza non potrà non votare. Ma prima o dopo averlo concordato con Berlusconi? La richiesta di Bersani è che sia prima. 

Ieri Stefano Fassina ha accusato Renzi di essere il mandante dei 101 che nel 2013 affossarono Prodi. Il primo a smorzare i toni, dopo una giornata sulle barricate, è stato guarda caso lo stesso Bersani. Non solo perché consapevole che all'epoca il suo sfidante alle primarie del 2012 non aveva certo il controllo su un numero così alto di parlamentari. Ma anche per un fatto di lealtà. Come ha detto commentando “un'opinione di Fassina”, lui la slealtà preferisce infatti “subirla che praticarla”. Sottinteso: Matteo, stai sereno, sul capo dello Stato non ti frego. Se si decide un nome, io e miei saremo leali. Basta però che lo si decida insieme, noi del Pd, non che prima ti metti d'accordo con Berlusconi e poi ci chiedi di sottoscrivere la scelta.

Almeno con lui Renzi dovrà quindi trattare per forza. Il figlio del benzinaio di Bettola non ha nessuna intenzione di mettersi da parte lasciando al rottamatore fiorentino le chiavi del "suo" partito. Nemmeno nel momento più drammatico, quando in 101 decisero di asfaltarlo politicamente passando sulla pelle di Romano Prodi, ha mai pensato di abbandonare la “Ditta”. E dopo il colpo subito quel 19 aprile e l'aneurisma cerebrale che lo colpì il 5 gennaio del 2014, è tornato in Parlamento per riprendere in mano le redini di quel pezzo di Pd che non ci sta a rimanere nell'angolo in cui è stato confinato da un renzismo al momento dilagante ma, visti anche gli ultimi sondaggi, non necessariamente eterno.

Con la tenuta e l'unità della “Ditta” in ballo, Bersani è pronto a fare la sua parte. Ma non solo per spirito di servizio. Anche se i numeri a sua disposizione si rivelassero ininfluenti oggi, domani invece potrebbero rivelarsi più che sufficienti per rimettere in discussione la leadership di Renzi se in qualche modo il premier uscisse ridimensionato dalla partita del Colle. L'importante, per lui, è tenere adesso unite le truppe.


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