Quirinale: perché Pietro Grasso può sostiture Napolitano

Il Presidente del Senato potrebbe diventare Capo dello Stato fino al via libera alla riforma del Senato, evitando l'elezione di un presidente "dimezzato"

Giorgio Napolitano con il presidente del Senato, Piero Grasso. – Credits: ANSA/ANTONIO DI GENNARO

Sabino Labia

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E se Pietro Grasso assumesse l'incarico di Presidente della Repubblica per un periodo delimitato? Questi i fatti: allo stato attuale al Quirinale c’è Giorgio Napolitano. Nella serata del 26 novembre la Presidenza della Repubblica, subito dopo l’incontro tra il Capo dello Stato e il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha emesso il seguente comunicato: “Durante il colloquio di stamattina è stato ampiamente esposto il percorso che il governo considera possibile e condivisibile con un ampio arco di forze politiche per quello che riguarda l'iter parlamentare dei due provvedimenti fondamentali già a uno stato avanzato di esame i quali sono incardinati per la seconda lettura. Un percorso che tiene conto di preoccupazioni delle diverse forze politiche, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra legislazione elettorale e riforme costituzionali”.

Le dimissioni di Napolitano

Alla luce di tutto questo, un dato di fatto incontrovertibile riguarda l’età anagrafica di Napolitano che il prossimo 29 giugno compirà 90 anni. In occasione del suo giuramento a Montecitorio con le Camere riunite il 22 aprile del 2013, il Presidente della Repubblica concluse il suo discorso con queste parole: “tutte le forze politiche si prendano con realismo le loro responsabilità (riferito alla situazione creatasi e alla formazione di un governo di coalizione): era questa la posta implicita dell'appello rivoltomi due giorni or sono (la mattina di sabato 20 aprile al Quirinale salirono Bersani, Berlusconi e Monti a implorare la sua permanenza). Mi accingo al mio secondo mandato, senza illusioni e tanto meno pretese di amplificazione "salvifica" delle mie funzioni. E lo farò fino a quando la situazione del paese e delle istituzioni me lo suggerirà e, comunque, le forze me lo consentiranno. Inizia oggi per me questo non previsto ulteriore impegno pubblico in una fase di vita già molto avanzata”.

Quindi, il Presidente non aveva posto alcuna data precisa sulla fine del mandato, ma avrebbe assolto appieno l’incarico solo ed esclusivamente fino a quando glielo avrebbero consentito le forze, visto che illusioni di riforme in tempi stretti non ne aveva affatto. Detto questo, come in qualsiasi signore di quasi 90 anni, è scontato che la fatica si faccia sentire sempre di più ogni giorno che passa e Napolitano, proprio per questo motivo e non per altri, ha già deciso il giorno delle sue dimissioni che verranno comunicate agli italiani il 31 dicembre in occasione del tradizionale discorso di fine anno e nessuno potrà criticare una simile scelta.

Nuovo Presidente e riforme costituzionali

A questo punto nasce la questione dell’elezione del nuovo Capo dello Stato che non è di facile soluzione in quanto non riguarda soltanto la semplice questione della rosa dei nomi dei candidati, ma è soprattutto legato alle riforme costituzionali. Lo scorso 8 agosto a Palazzo Madama è stato approvato, in prima lettura, il disegno di legge costituzionale sulla riforma del Senato che, al suo interno, racchiude proprio la procedura di elezione del Presidente della Repubblica. Il passaggio previsto a Montecitorio per la prima lettura alla Camera dei Deputati è fissato per il prossimo 10 dicembre, quattro mesi esatti dopo la prima approvazione. L’articolo 138 della Costituzione Italiana recita “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione”. In gergo si dice che l’approvazione debba avvenire con una doppia lettura conforme, e cioè che se una delle due Camere dovesse modificare anche solo una virgola, l’iter ricomincia daccapo. Ipotizzando, a voler essere ottimisti, che tutto vada per il verso giusto e, cioè, che non venga apportata alcuna modifica, e i tempi vengano contenuti nei quattro mesi tra una lettura e l’altra, il secondo passaggio al Senato dovrebbe avvenire ad aprile, per poi concludersi tutto ad agosto 2015 con il passaggio conclusivo a Montecitorio.

Alla luce di tutto questo, con le dimissioni di Napolitano a gennaio 2015 e l’ipotizzabile elezione del nuovo Capo dello Stato nello stesso mese, la prossima estate rischieremmo di ritrovarci con un Presidente della Repubblica dimezzato cioè eletto con la vecchia legge e a rischio di incostituzionalità e, di conseguenza, costretto a dimettersi per consentire l’elezione di un nuovo inquilino del Quirinale con la nuova legge costituzionale.

Piero Grasso, Presidente della Repubblica supplente e il precedente di Merzagora

Ecco avanzare la classica ipotesi di scuola che potrebbe diventare l’unico scenario plausibile, tale da far tirare avanti il governo e il Parlamento in maniera leggermente più serena verso il completamento del processo delle riforme. Una volta accertate le dimissioni di Napolitano, che ormai sono un dato di fatto, il Presidente del Senato, Pietro Grasso, in quanto seconda carica dello Stato, potrebbe assumere l’incarico come Capo dello Stato supplente per un periodo delimitato e autorizzato da una declaratoria (provvedimento) approvata dal Consiglio dei Ministri e pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale.

Questa situazione è possibile perché esiste un precedente che potrebbe aiutare. L’8 agosto 1964 il Presidente della Repubblica, Antonio Segni, fu colto da un malore dal quale non si sarebbe più ripreso, le dimissioni non furono rassegnate immediatamente, come sarebbe stato raccomandabile e opportuno, ma si arrivò al mese di dicembre anche perché le forze politiche non erano preparate ad affrontare la nuova elezione. Per quattro mesi l’Italia si ritrovò, addirittura, con due Presidenti, uno malato al Quirinale, e uno facente funzione che era Cesare Merzagora, Presidente del Senato. L’incarico a Merzagora venne affidato proprio con una declaratoria scritta dal governo guidato da Aldo Moro.
Nulla vieta che una simile situazione si possa nuovamente verificare a distanza di cinquant'anni, in questo caso con un Presidente supplente.

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