Corsa al Colle: l'elezione di Einaudi (1948-1955)

La rocambolesca votazione che portò al Colle l'esponente liberale, dopo il no al candidato degasperiano

Sabino Labia

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Concluso il lavoro dei Costituenti, il 18 aprile 1948 si svolgono le prime elezioni che producono come risultato: DC 48% e Fronte popolare (PCI e PSI) 31%. L’Uomo Qualunque, che nel ’46 era risultato il quinto partito, scompare dal Parlamento.

Lunedì 10 maggio è il giorno in cui le Camere si riuniscono in seduta comune per eleggere il primo Presidente della Repubblica.

I candidati sono: Carlo Sforza, Benedetto Croce, Vittorio Emanuele Orlando, Ivanoe Bonomi, Cipriano Facchinetti e il conte Alessandro Casati. Il favorito è Sforza imposto da Alcide De Gasperi. Prima di arrivare alla sua designazione, il Presidente del Consiglio, ha dovuto fronteggiare una serie di ostacoli: primo dei quali il Presidente uscente, Enrico De Nicola, che fino all’ultimo aveva mantenuto una certa indecisione sul suo futuro.

La prima votazione si conclude con De Nicola che riceve 396 voti e Sforza 353. Conclusa la votazione, De Gasperi, riunisce immediatamente il gruppo democristiano e scatena le sue ire: “Meno applausi e più voti. Quello che è successo è grave perché significa che in avvenire, e magari per questioni molto più importanti che non l’elezione del presidente della Repubblica, non ci si potrà fidare nemmeno tra di noi”. Parole profetiche che consacreranno la nascita dei franchi tiratori.

I comunisti, nel frattempo, fanno sapere che l’unico nome a cui sono contrari è proprio quello di Sforza, e invitano la DC a indicarne un altro e che, nel caso, avrebbero sostenuto volentieri quello del Presidente del Senato, Ivanoe Bonomi. La seconda votazione si conclude con Sforza che raggiunge quota 405 e De Nicola che scende a 336. A quanto pare, a non volere l’ex ministro degli Esteri non sono solo le sinistre, ma anche gli stessi democristiani. De Gasperi capisce che deve tornare sui suoi passi; incarica, quando è da poco passata la mezzanotte, Attilio Piccioni, Guido Gonella e Giulio Andreotti di comunicare a Sforza la decisione del partito di rinunciare alla sua candidatura. Il conte riceve i tre avvolto da una pittoresca vestaglia e con il tradizionale monocolo: “Ma figuratevi, miei cari, figuratevi, forse è meglio così. Non mi sarei dato pace all’idea che il vostro partito avrebbe potuto dividersi intorno al mio povero nome”.

Alla una la delegazione rientra e, immediatamente, si riuniscono la direzione democristiana e i comitati direttivi dei due gruppi parlamentari in una sala del Viminale. Lo scontro è acceso a tal punto che De Gasperi rinuncia ad avanzare un’alternativa. Terminata la riunione, quando sono oramai le tre, gli unici a rimanere sono De Gasperi e Andreotti. Dopo un lunghissimo silenzio, il leader alza lo sguardo e dice: “Ci vuole Einaudi! Ci vuole Einaudi!”  Poi ordina ad Andreotti di andare immediatamente a parlargli. “Ma sono le 4 del mattino!” è la flebile e inutile risposta. Il giovane onorevole si rimette in macchina e raggiunge la residenza di Luigi Einaudi nei pressi di Cinecittà. La reazione dell’esponente liberale è: “Ma De Gasperi lo sa che io sono zoppo?”

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