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La corsa al Quirinale è partita

Mancano più di due anni ma le grandi manovre sono già cominciate: Ed i candidati già scalpitano

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Giorgio Gandola

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«E' come se avesse un paio di pantofole enormi che gli arrivano fino al cervello». Dalla descrizione che ne fece qualche anno fa si evince che Romano Prodi, per Beppe Grillo, è il pezzo pregiato sul carrello dei bolliti. Eppure in questi giorni il guru a Cinque stelle va dicendo al suo entourage che se si dovesse votare domani per il presidente della Repubblica, il candidato migliore sarebbe proprio la Pantofola Suprema, colui che per due volte battè Silvio Berlusconi nella corsa a palazzo Chigi e fece del trasformismo un’arte. E aggiunge per buttarla sul ridere: «Meglio una mortadella che dei salami».

Mancano due anni e mezzo ma sembra domani. Nelle stanze del potere la marcia d’avvicinamento al Quirinale è cominciata e i pretendenti stanno lavorando sotto traccia per non farsi sorprendere fuori posizione allo sparo dello starter. Diceva Bettino Craxi: «Mai farsi trovare davanti allo specchio con il nodo della cravatta in mano». Il ribaltone di agosto ha tranquillizzato l’establishment romano, le parti sociali e il Vaticano: difficilmente l’erede di Sergio Mattarella sarà un uomo di centrodestra. Nella storia recente della repubblica solo due volte l’area conservatrice ha espresso suoi alfieri, Giovanni Leone e Francesco Cossiga, peraltro impallinati prima della fine del mandato da trappole istituzionali e dall’astio mediatico. Tutti gli altri sono arrivati dalla casa rossa o dalla sacrestia del cattolicesimo sociale, che per sua natura sta a sinistra del campanile.

È proprio da quel viottolo che si avvicina col breviario don Romano Prodi, il favorito, se non altro perché farebbe confluire i voti del Pd e quelli del Movimento Cinque stelle dopo l’endorsement impressionista di Grillo, neutralizzando i franchi tiratori renziani e dalemiani che nel 2013 lo affondarono (la famosa «carica dei 101») nel suo primo tentativo di scalata al Colle. Dato per scontato che da qui al 2022 l’ex comico e i suoi potrebbero cambiare opinione una dozzina di volte, lo scenario ai blocchi di partenza è quello di una finale olimpica classica (diciamo i 100 piani) con otto partecipanti. Oltre a Prodi, i papabili sono Mario Draghi, Walter Veltroni, Massimo D’Alema, Enrico Letta, Pier Ferdinando Casini, Maria Elisabetta Alberti Casellati e Marta Cartabia. Sei politici e due tecnici, sei uomini e due donne. Per completare la metafora è come se ci fossero, in ordine sparso, i soliti tre americani, due giamaicani ma senza Usain Bolt, un francese eterna promessa, un russo forse dopato. Tutti alla ricerca del piccolo Mennea che vincerà.

Prodi allontanerebbe definitivamente i cittadini dalle istituzioni ma sarebbe l’ideale per rappresentare la stagione attuale. È un nonno della Costituzione, è sufficientemente impolitico per galleggiare ed è un abile cuoco di minestroni, esperto nel gestire «coalizioni poderose che tenevano insieme interessi contrastanti, senza alcun collante politico: la grande finanza, le gerarchie cattoliche, i sindacati corporativi, l’estrema sinistra e i movimenti. Uno sgangherato caravanserraglio, la quintessenza del “vince ma non governa”». Parole e musica di Francesco Cossiga. Il Professore ha lanciato per primo il governo Ursula, sembra perfetto per mettere d’accordo Carlo Calenda con Stefano Fassina, Roberto Fico con Luigi Di Maio e anestetizzare Alessandro Di Battista. A 80 anni pareva scomparso, in realtà era immobile nel bosco in attesa dell’occasione; si sa che gli ulivi emettono aromi sensoriali rilassanti.

Sarebbe una garanzia per l’Europa, non solo perché è stato commissario a Bruxelles, ma perché con lui alla guida l’Italia sarebbe un docile barboncino con il fiocchetto rosso. Quando adottammo la moneta unica si distinse per una frase alla Giuseppe Conte promettendo «le verdi praterie dell’euro». Com’è andata lo sappiamo tutti.

Anche nei confronti dell’immigrazione, in quanto cattolico fedele alla linea del momento con ascendenze dossettiane, sarebbe un garante dell’accoglienza diffusa. Lo ha anche dichiarato: «Abbiamo bisogno di un flusso di migranti assolutamente forte». Proprio lui, che da presidente del Consiglio istituì un blocco navale in Adriatico e mandò le corvette a fermare gli scafisti albanesi, con il risultato che la motonave Sibilla speronò un barchino e 81 persone finirono in fondo al mare senza vignette surreali ad accompagnarle. Non ci risparmiò neppure una raffica di tasse (Irap, Eurotassa) ma la narrazione di sinistra ce lo restituisce come un paladino della bontà planetaria.

Di ben altra natura è un candidato come Mario Draghi, in uscita dalla Bce dopo un decennio da protagonista in cui il mondo economico a trazione Wall Street Journal lo ha incoronato come l’italiano più prestigioso del pianeta. Rappresentante insito dei poteri forti, ingombrante per chi si ciba degli accordicchi sottobanco, l’ex governatore della Banca d’Italia ed ex manager di Goldman Sachs sarebbe il classico uomo immagine che piace a tutti ma nessuno vuole, proprio per l’autonomia dalla politica e la conseguente imprevedibilità. Il suo «Whatever it takes» sibilato agli speculatori salvò l’euro nel 2012; il Quantitative easing ha tenuto lontano altre implosioni «alla greca».

L’uomo ha un pregio, descritto da Ferruccio De Bortoli nel suo libro Poteri forti (o quasi): «Nella sua gesuitica presa di distanza, anche fisica, dai peggiori difetti nazionali, Draghi può aver coltivato una sorta di latente antitalianità che forse ne ha favorito l’ascesa internazionale». La caratteristica suscita diffidenza nei corridoi dei partiti, soprattutto di quelli che ritengono di avere trovato la soluzione dei problemi italiani tassando le merendine e i voli low cost. Draghi aborre tutto ciò. Qualche giorno fa, stilando la sua agenda delle riforme, ha parlato di «interventi strutturali, diminuzione della spesa pubblica, politica fiscale prudente», lasciando al suo destino il marketing elettorale e misure come il reddito di cittadinanza.

Amico personale di Giancarlo Giorgetti, sarebbe perfetto per il centrodestra berlusconiano che non c’è quasi più e per il centrosinistra renziano che non c’è ancora. Per lui è già arrivato l’endorsement di Massimo Cacciari (brutto segno): «È il nostro salvatore, andrebbe bene in qualunque ruolo, anche al Quirinale. Ma è troppo indipendente, i partiti non lo consentiranno». La candidatura di Draghi sarebbe sostenuta a pelle di leopardo dalla grande stampa nazionale che pende dalle sue labbra.

Sembra un paradosso, ma il principale problema di Draghi sarebbe il rapporto con l’Europa, o meglio con la Germania che ne condiziona i destini. Da governatore Bce, per anni ha fatto fronte all’opposizione del sistema finanziario tedesco. E ha dovuto stemperare con le sue proverbiali doti diplomatiche gli eccessi di un braccio di ferro che, soprattutto durante il regno di Wolfgang Schauble, nascondeva un meschino pregiudizio etnico. Il giorno in cui tre giornalisti della Bild Zeitung lo circondarono e gli chiesero «Neppure lei che è italiano riesce a creare più inflazione, dove stiamo sbagliando?», capì che non si trattava solo di economia. Freddo come una lavastoviglie, nordico e poco avvezzo a usare il termine resilienza, dovrà superare uno scoglio: la diffidenza dell’ampia area cattolica dove alle leggi si preferisce la «concertazione».

Europeista quanto Draghi, ma molto più morbido al limite del burroso, è Enrico Letta, l’eterno attor giovane del Pd portato in palmo di mano anche dal variegato rassemblement che fa riferimento a Bruxelles. L’abbiamo scritto in francese perché il suo sbarco in Italia parte da Parigi, dove si era rifugiato per dimenticare lo #staisereno di renziana memoria e dove ha incardinato la sua «Scuola di politiche» celebrata da Jacques Attali. Il suo sponsor principale è Emmanuel Macron e questo fa impazzire Renzi che non lo voterà mai se non in cambio di una posta altissima in termini di poltrone. Letta ha due caratteristiche positive per vincere la corsa: è giovane (53 anni) in un mondo che adora il giovanilismo ed è un buon collante di anime differenti. Nipote di cotanto zio (Gianni Letta) potrebbe perfino prendere voti decisivi a destra, non certo dalla Lega.

In posizione mediana stanno Walter Veltroni e Pier Ferdinando Casini, due pretendenti che si riconoscono nella frase di Greta Thunberg «mi avete rubato l’infanzia». Avendo vissuto da numeri due, hanno limiti perfetti per raggiungere una poltrona da numero uno. Sono due facce della stessa medaglia: Uolter più internazionale con accenti atlantici e terzomondisti (passa indifferentemente dalla biografia di Bob Kennedy a un documentario strappalacrime sull’Africa) mentre Pierfurby è più local, nel senso che il perimetro delle sue trame politiche si riduce ai divanetti del Transatlantico. In compenso, Veltroni è sempre rimasto fermo dentro lo stagno della sinistra sognatrice del We Can (apparendo a un certo punto l’ologramma pariolino di Barack Obama), mentre Casini ha viaggiato da destra a sinistra come un esploratore pazzo, cercando e sempre trovando buoni motivi per cambiare partito. Non hanno molte chances. Colui che fu portaborse di Arnaldo Forlani non è neppure riuscito a farsi eleggere sindaco di Bologna, ma rappresenta una garanzia per l’area moderata dem in continuità con Mattarella. Il più variopinto dei fondatori del Pd invece avrebbe qualche problema a convincere persino i suoi che dopo le ultime esternazioni hanno adottato una frase dello scrittore Christian Raimo: «Non si può sopportare la sua assoluta, roboante, psichiatrica mancanza di autocritica». Solo dopo la ventesima votazione i due potrebbero diventare, per consunzione, un fattore.

Gli ultimi tre sono outsider dichiarati. Più di tutti Massimo D’Alema, inviso a metà del Parlamento per la sua contagiosa simpatia, ma impegnato a costruire una scala di consenso. Tutto comincerà con il rientro nella direzione del Pd derenzizzato (leggasi denuclearizzato) che gli consentirà di riposizionarsi sulla spalla di Nicola Zingaretti come ascoltatissimo grillo parlante. Non per niente una delle sue frasi più citate è: «Capotavola sta dove mi siedo io». Partendo da lì potrebbe perfino gettar l’occhio sugli «ingenui ragazzi» Cinque stelle, soprattutto quelli che abitano più a sinistra, e illuderli di essere un padre nobile.

Le signore hanno qualche chance in più anche per la voglia di sfatare un tabù di genere. Maria Elisabetta Alberti Casellati si sta accreditando come una presidente del Senato solida e bipartisan. Berlusconiana di ferro al punto da andare in televisione a dire che Ruby era effettivamente la nipote di Mubarak, potrebbe intercettare il consenso della platea leghista e quello di Italia viva, se Pd e grillini dovessero proporre un candidato troppo sinistrorso. Quanto alla vicepresidente della Corte costituzionale, Marta Cartabia, è la classica risorsa delle istituzioni. Giurista milanese sponsorizzata da Mattarella, un mese fa sarebbe diventata premier se invece dell’inciucio si fosse concretizzato il governo del presidente. Europeista per vocazione, è membro della Commisione europea per la democrazia attraverso il diritto. Viene ritenuta vicina a Comunione e liberazione ma la settimana scorsa ha dovuto segnare una sconfitta: nonostante la sua presenza, la Consulta ha deciso che l’aiuto al suicidio non sempre è punibile, di fatto aprendo all’eutanasia. In caso di impasse è pronta, ma si tratterebbe di una soluzione politicamente impalpabile.

Considerando la natura del governo, la congiuntura politica, le sponde europee a Bruxelles e gesuite oltretevere, oggi Prodi è avanti una spanna. Al culmine di una delle sue melliflue arrampicate sugli specchi, un giorno il curato dalle pantofole di Polifemo disse: «L’Italia ha bisogno, ha bisogno... d’affetto». È pronto a ripeterlo per due anni e mezzo, anzi a sillabarlo. O a sibilarlo come una minaccia. 

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