Quando Berlinguer voleva abolire il Senato

L'ex segretario del Pci auspicava come Renzi una radicale riforma monocameralista. Ma allora nessuno gridò al golpe né disseppellì il fantasma di Gelli

Enrico Berlinguer

Paolo Papi

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Avrà fatto piacere a Matteo Renzi sapere che, tra i padri nobili del suo progetto di superamento del bicameralismo perfetto (scaricalo qui , ndr), c'è anche quel professor Stefano Rodotà che qualche tempo fa, con un pugno di intellettuali e artisti engagé come Dario Fo e Gustavo Zagrebelsky, gli sparava contro un vibrante appello antiautoritario e che nel 1985, quando era parlamentare indipendente del partito comunista, risultava secondo firmatario di un analogo progetto di riforma costituzionale a quello di Renzi che prevedeva però la ben più audace abolizione tout court del Senato della Repubblica, considerato un inutile doppione della Camera.

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Ma farà ancora più piacere a Renzi sapere che tra gli stessi padri nobili cui può richiamarsi, per rispondere alle critiche da sinistra e alla mobilitazione degli intellettuali, non ci sono solo Licio Gelli e Silvio Berlusconi - come vanno ripetendo con un bel po' di approssimazione i seguaci della fu gauche radicale  - ma anche Enrico Berlinguer, l'ex segretario del fu Partito comunista. Era l'anno 1981. Il Pci - appena uscito dal fallimentare tentativo di compromesso storico con la Dc - redasse un documento  cui L'Unità in prima pagina e a pagina 7 (scaricalo, ndr) diede grande risalto. Si chiamava pomposamente «Materiali e proposte per un programma di politica economico-sociale e di governo della economia» e fu redatto dal Partito di Berlinguer in collaborazione con un grande numero di economisti e costituzionalisti di area. Puntava al cuore delle riforme istituzionali di cui allora, in Italia, si cominciava a parlare.

Nell'apposito capitolo dedicato alla riforma dello Stato, era scritto nero su bianco che «il bicameralismo appare come un ostacolo e come un appesantimento dei lavori parlamentari. La soluzione più razionale è l'unicità dell'assemblea parlamentare. In questo quadro, può ritrovare una sua peculiare funzione consultiva un organismo come il CNEL adeguatamente riformato». E non solo. Il documento faceva espresso riferimento alla necessità di rafforzare i poteri del presidente del Consiglio e di ridurre - accorpandone le funzioni - il numero dei ministeri. Proposte di riforma del fu Pci al cui confronto quella di Renzi (Italicum e Senato della autonomie) è acqua sui ponti. O se preferite: acqua di rose. Ma allora nessuno si sollevò contro la svolta autoritaria. Anzi, qualcuno come Rodotà ne prese il testimone, fino all'ultima recente svolta. 

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