Quale futuro per il PD

Mentre D'Alema, Emiliano e Pisapia sognano il nuovo Ulivo 2.0, l'ex premier tenta la riscossa. E se fosse lui a evocare la scissione?

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L'ex premier Matteo Renzi - gennaio 2017 – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Claudia Daconto

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I collaboratori più stretti lo descrivono come un “Renzi rigenerato”, “in gran forma”. A chi incrocia in queste ore il segretario dem non fa che domandare: “siete pronti?”. “A cosa segretario?”, la replica di chi da settimane attende un segnale. “A ripartire!”. Forse anche per questo la minoranza, che all'indomani della sconfitta referendaria aveva pressato per accelerare la “resa dei conti” interna, adesso invece vuole rallentare.

Nessuno dei candidati a sostituire di Renzi al Nazareno, non Michele Emiliano, non Enrico Rossi, non Roberto Speranza, possiede né il carisma né il consenso su cui Renzi, nonostante gli errori e le numerose bocciature subite (legge elettorale, riforma costituzionale e della pubblica amministrazione, per citare le principali) può ancora contare. Per questo punta a tirare le cose per le lunghe: congresso non prima di ottobre e nel frattempo segreteria di garanzia come fu quella di Epifani nel dopo Bersani.

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Da un parte infatti gli avversari dell'ex premier scommettono che il tempo contribuisca al suo logorio, dall'altra non si sono ancora messi d'accordo su chi tra di loro convergere quando si arriverà alla conta finale. Del “nuovo Prodi” evocato da Pier Luigi Bersani (assente ieri alla riunione fiorentina) non si vede traccia, ma l'idea sarebbe proprio quella di dar vita a un “Ulivo 2.0” che tenga dentro il Campo Progressista di Giuliano Pisapia e il movimento di Massimo D'Alema (che oggi dovrebbe partecipare alla Direzione) ConSenso. Se poi ci sia più tattica o più strategia nel minacciare di scindersi dal Pd qualora Renzi non desista dall'idea di celebrare un congresso lampo per farsi riconfermare in fretta la leadership del partito, resta da stabilire.


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Immaginare che un nuovo Ulivo possa nascere senza il Pd a fare da catalizzatore di voti e sintesi politica, a oggi appare, appunto, un puro esercizio d'immaginazione. D'Alema, al quale alcuni sondaggisti attribuiscono il 10%, è inviso alla stragrande maggioranza degli elettori Pd e non sfonda nemmeno tra quelli più a sinistra. Il consenso elettorale di Pisapia, quasi sconosciuto fuori Milano (dove ha già perso parecchi punti) è tutto da verificare. La parte di Sinistra italiana che si è staccata per seguirlo, e che fa capo ad Arturo Scotto, è quella minoritaria.

Renzi in attività
Inoltre, se la sinistra si sta organizzando, Renzi non resta certo a guardare. Ha preso un ufficio a Firenze, in uno storico palazzo di Borgo Pinti, dove, circondato al momento solo dai suoi fedelissimi (il ministro dello Sport Luca Lotti, il tesoriere del partito Francesco Bonifazi), sta mettendo a punto una nuova campagna elettorale, studia le prossime liste e soprattutto si adopera per ricominciare a raccogliere fondi, questione, quest'ultima, fondamentale quanto se non più delle altre. La sua fretta è giustificata da più fattori: è convinto che sia troppo rischioso per il Pd andare a votare nel febbraio 2018 in concomitanza con il verdetto dell'Europa su una legge di stabilità che un governo sempre del Pd, ma non legittimato dal voto popolare, dovrà licenziare in ottobre. Ed è perfettamente consapevole di ciò che gli sta accadendo intorno e di cui una spia luminosissima è la freddezza calata tra lui e Maria Elena Boschi, ex renziana di ferro passata nella schiera dei cosiddetti “renziani critici”.

Il riposizionamento degli ex-renziani
Non è sicuramente il caso dell'ex ministro delle Riforme e attuale sottosegretario del governo Gentiloni, ma in modo silenzioso (c'è sempre il rischio concreto che a decidere chi resterà fuori dalle liste sia sempre lui) molti colleghi di partito avrebbero già intrapreso delicate procedure di riposizionamento. Nel dubbio, è il legittimo ragionamento (in fondo si parla sempre di politica), meglio tentare di assicurarsi un futuro anche oltre Renzi che, tra qualche mese, potrebbe non essere più nemmeno segretario del Pd. È un'ipotesi remota ma che non può essere esclusa a priori. 

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Anche per questo, per riuscire a riserrare le fila prima del fuggi fuggi generale (si scende dal carro del futuro perdente sempre più in fretta di quanto si salti su quello del nuovo vincitore), l'ex premier vuole accelerare i tempi del congresso e chiede, nella lettera che domani recapiterà a tutti gli iscritti, che “chi perde un congresso o le primarie il giorno dopo rispetti l'esito del voto”. Ma se dovesse accadere l'imponderabile, e cioè che sia proprio lui a risultare lo sconfitto, chi metterebbe la mano sul fuoco che non sarà invece sua l'iniziativa di una eventuale scissione che a oggi viene intestata ai suoi nemici interni?

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