Quale futuro per il Partito democratico di Renzi

Finita la luna di miele, crollato nelle sue roccaforti, il Pd è chiamato a una nuova svolta. Che parta dal rapporto con la sua storia e con il suo popolo

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Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi e Denis Verdini in Senato - Roma, 20 Gennaio 2016 – Credits: ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Paolo Papi

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Ora che le minoranze Pd affilano le armi in vista della Direzione nazionale e Matteo Renzi è stato costretto per la prima volta a pronunciare la parola mediazione, immaginando persino di offrire al bersaniano  Errani un posto-chiave in segreteria,  appare doveroso chiedersi quale sia il futuro del Partito democratico e - azzardiamo - se se ne abbia uno con Renzi in sella dopo la  sonora sconfitta subita a Roma, ma soprattutto a Torino e in larghe parti della Toscana e delle regioni rosse, tradizionali roccaforti della sinistra dai tempi della Liberazione.

Entrata in crisi la narrazione ottimistica del primo Renzi, sempre più stridente con il sentire di una fetta importante del suo stesso popolo, perduta la scommessa sulla capacità del suo Pd di sfondare tra gli orfani del centrodestra, subita una grande emorragia nello storico elettorato di sinistra, il Pd oggi si trova in una tenaglia, stretto tra potenti sirene grilline e la necessità di governare, evitando che alla crisi di leadership di un partito che doveva essere l'architrave della terza repubblica segua una crisi politico-istituzionale  - come sta avvenendo in Spagna - in un momento molto delicato per l'Italia e per la tenuta dei conti pubblici.

Per cambiare linea politica però occorre però capire le ragioni della fine della luna di miele tra Renzi e quel 41% di italiani che soltanto due anni fa avevano scelto il suo Pd nuovista, un Pd diverso da quello del passato che aveva deciso di recidere, con la vecchia classe dirigente, anche il legame sentimentale con il suo popolo. Per capire le ragioni di questa  emorragia di consensi anche  in territori fino a ieri inespugnabili, occorre mettere a fuoco insomma le ragioni della sconfitta. Ragioni sistemiche e profonde, non accidenti legati solo a dinamiche locali, come ha anche  onestamente ammesso lo stesso Renzi quando ha parlato di un voto che ha voluto punire il governo e che ha premiato la voglia di cambiamento rappresentata dal M5S. Il voto amministrativo è stato un voto anche politico.

La domanda è se Renzi riuscirà a gestire anche questa nuova fase, se riuscirà - rimanendo in sella - ad affontare i temi sul tappeto di questa crisi sistemica  senza provocare una crisi di governo. Il rischio per Renzi è quello dell'avvitamento, di non affrontare i temi chiave nella Direzione del Pd, di finire cotto a fuoco lento sia dentro il Partito, che fuori, nella società. Continuerà a parlare solo ed esclusivamente delle questioni sì importanti per il futuro del Paese - la legge elettorale e la riforma costituzionale - ma che oggi (a torto o a ragione) sembrano solo aumentare la distanza percepita tra il Paese e il Palazzo? Come uscire dall'impasse?

Va  detto che la crisi  della sinistra italiana coincide  con la crisi di tutte le socialdemocrazie europee, dalla Spagna (dove il Psoe verrebbe scelto oggi da circa il 20% dell'elettorato) alla Francia (dove il Psf si dibatte in una crisi di consensi ancora più profonda di quella del Pd), fino all'Spd tedesca, costretta - dopo anni di coabitazione forzata con la Cdu di Angela Merkel - a interrogarsi se non coalizzarsi in futuro - come ha fatto recentemente il presidente Gabriel - con la sinistra radicale della Linke, gli eredi della Germania orientale. Non è solo questione del Pd, insomma. È una questione che riguarda tutte le sinistre europee. E la questione della leadership, per quanto importante, non esaurisce le domande.

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Chiara Appendino, sindaco di Torino la notte della vittoria – Credits: ANSA/ALESSANDRO DI MARCO



1) IL PD PERDE TRA I GIOVANI: LE RAGIONI
Tutte le analisi del dopo-voto concordano su un punto. Salvo che a Milano, dove il candidato Beppe Sala è riuscito a conquistare al ballottaggio l'elettorato giovanile, il Pd ha subito una forte emoraggia elettorale tra gli under 35, dove ha sfondato il MoVimento di Grillo. E questo per una ragione piuttosto chiara: il Pd  è apparso ai giovani, anche prima che salisse al potere Renzi, un partito appiattito sull'esistente, il partito  dell'ineluttabilità dei tagli e dei sacrifici, in nome dell'Europa e della stabilità, dell'assenza di un'alternativa.

È come se, dopo la fine del berlusconismo e l'approvazione in fretta e furia dell'ormai impopolare legge Fornero, avesse detto ai giovani: non ti piace la minestra? Buttati dalla finestra. Non c'è alternativa a noi. L'immagine che ne è scaturita è quella di un partito totalmente privo di un telos, di un fine, di una linea politica che faccia immaginare un domani, che non rimanga fermo alla gestione dell'emergenza. Non che la sinistra debba tornare a spacciare qualsivoglia sol dell'avvenire, ma in assenza di una prospettiva politica che vada oltre l'esistente e rinsaldi una comunità, i giovani - specie quando non hanno le spalle coperte - cercano altrove una speranza, una prospettiva, che vada oltre l'oggi. Al Pd è mancata - proclami renziani a parte - la dimensione della speranza e del futuro, e ben prima che Renzi salisse al potere. È questo uno dei temi che richiedono una risposta. 

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Ritratto in posa per Alessandro Natta, Franco Tatò ed Enrico Berlinguer il 24 marzo 1984. – Credits: Ansa



2) IL PD PERDE A SINISTRA: LE RAGIONI
Non che la sinistra antirenziana valga da sola, oggi, il 20% dell'elettorato, ma in un sistema tripolare - col suo 5-10% di elettori potenziali - quei voti fanno vincere o perdere. Il problema non è che Renzi abbia rottamato la vecchia ditta,  e la vecchia classe dirigente, cui pochi a sinistra sono sinceramente affezionati. Il problema è che Renzi ha troppo spesso dato l'impressione, all'elettore di sinistra tradizionale, di voler sputare sulla  storia e sulle radici, quasi vergognandone, in nome del nuovismo, quasi che il suo arrivo a Palazzo Chigi  e al vertice del partito fosse l'anno zero della sinistra italiana.

È stato un errore madornale. I toni di sufficienza che  Renzi ha usato spesso contro l'antimafia professionale, contro il vecchio totem sinistrorso della legalità, contro i sindacati - giusti o sbagliati che siano - hanno allontanato dal voto l'elettorato di sinistra più tradizionale, specie nelle regioni rosse come la  Toscana, ma anche a Torino. Il fatto che Renzi non abbia mai citato nemmeno per sbaglio - in tutti questi anni - le  conquiste del movimento operaio e anche che abbia decretato d'urgenza contro i furbetti del cartellino, quando ci sono parlamentari che risultano assenti al 99% delle sedute di cui Renzi non ha però mai detto una parola in nome delle superiori ragioni politiche, hanno fatto il resto. L'illusione era quella di sfondare nell'elettorato berlusconiano e sostituire quello che perdeva a sinistra con quello che avrebbe conquistato a destra. Una scommessa perduta sul quale il gruppo dirigente renziano è chiamato ad aprire una riflessione.

Ansa/ Riccardo Antimiani

L'ex direttore di Repubblica, Ezio Mauro.



3) L'ASSENZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE
Il Pd perde perché è al governo in tempi grami, certo: tutte le forze politiche al governo pagano dazio. È il famoso logoramento in un'epoca in cui le risorse da distribuire per creare consenso sono diventate scarse. Ma il Pd perde perché ha dato l'impressione troppo spesso di avere sostituito la vecchia classe dirigente bersaniana-dalemiana, certo cupa e polverosa, con una classe dirigente sì più dinamica ma anche senza radici, senza ideali, senza passato e prospettive, come ha avvertito lo stesso Ezio Mauro su Repubblica in un articolo che ha suonato le campane a lutto del filorenzismo del più importante quotidiano del centrosinistra italiano. Un partito liquido - come lo definisce Ilvo Diamanti - che ha anche rotto con un pezzo del mondo della cultura che ha sempre guardato a sinistra. Gli yesmen televisivi di cui si è circondato Renzi da quando ha conquistato il partito - per quanto paradossale possa essere - fanno sembrare a molti ex elettori di sinistra i Bassolino, i D'Alema, i Prodi e i Bersani - per quanto guardati con sospetto - come dei giganti di intelligenza, cultura politica e lucidità.

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Il presidente FCA Sergio Marchionne con il premier Matteo Renzi – Credits: GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images



4) PERCHE' IL PD PERDE NELLE PERIFERIE
Una delle analisi più interessanti che spiegano le ragioni della rimonta di Chiara Appendino a Torino, città di solide tradizioni operaie governate ininterrottamente dalla sinistra dal lontano 1992, l'ha centrata l'ormai ex sindaco Piero Fassino, all'indomani della sconfitta: Quando tu hai un pensionato che ha 400 euro al mese, un reddito con cui già non si può vivere, e deve mantenere pure un figlio disoccupato di quaranta o cinquant'anni, devi dargli una risposta. Altrimenti quello va da Grillo. Lo stesso Romano Prodi ha messo l'accento sulla necessità di una svolta di linea politica che rimetta al cetro dell'azione di governo la lotta contro le diseguaglianze prodotte dalla crisi.

La fotografia elettorale emersa dal voto nelle grandi città resitituisce l'immagine di un Partito democratico sempre più in difficoltà nelle periferie, laddove gli effetti della recessione si sono fatti sentire più profondamente. Se l'unico quartiere romano dove il Pd a Roma ha vinto sono stati i Parioli, e le vecchie periferie dove il Pci un tempo prendeva percentuali elevatissime sono andate tutte ai grillini, un problema si pone e tocca il cuore dell'azione politica di un partito che si dice di sinistra. Non che il Pd debba rispolverare il pauperismo, ma le difficoltà crescenti del partito tra gli strati a reddito medio e basso - pur non essendo iniziata con Renzi - pongono un problema serissimo che il  gruppo dirigentedel Pd non può ostinarsi a non vedere. A quella gente, con le sue domande impellenti e immediate, tu non puoi offrire come risposta la riforma del sistema elettorale. La questione della riforma costituzionale - pur importante - non tocca il cuore di quello che un tempo era il suo popolo.


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