Trattativa, una lettera smonta il teorema

Il segretario generale del Quirinale consegna una missiva ufficiale inviata a Napolitano in cui Mancino lamentava la diversità di vedute tra varie Procure: un atto che invalida la teoria delle pressioni sotterranee sul Colle

Un momento del processo sulla trattativa Stato-Mafia – Credits: Ansa

di Massimo Bordin

Una lettera è il punto centrale dell’ultima importante udienza del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Una parola, "avocazione", è la parola chiave nelle opposte possibili interpretazioni. Cominciamo dalla lettera, un inedito perché non era agli atti e non era mai stata pubblicata: è indirizzata al presidente della Repubblica, datata 27 marzo 2012 e firmata da Nicola Mancino, ex presidente del Senato.

Nel testo Mancino, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti, lamenta di essere stato sentito da magistrati di diverse procure su un argomento, la trattativa appunto, rispetto al quale mostravano diversità di vedute e differenti linee di indagine. In sostanza chiede al presidente della Repubblica se non ritenga necessaria un’iniziativa per "garantire l’unitarietà della giurisdizione". La lettera arriva in aula ed entra negli atti, prodotta dal segretario generale del Quirinale, Donato Marra, sentito come teste.

Un autogol, hanno scritto i sostenitori dell’accusa, una sbadataggine, che dimostra le pressioni di Mancino sul Quirinale che a sua volta preme sui vertici della magistratura. Errori ne fanno tutti, ma che un grand-commis esperto come Marra si sia portato da Roma una lettera simile e l’abbia tirata fuori in aula senza pensare che avrebbe potuto essere acquisita, è difficile a credersi. È più ragionevole pensare che sia stata una scelta premeditata e ci sarebbe una logica. Infatti l’altro testimone sentito nell’ultima udienza, il presidente del Senato Pietro Grasso, allora procuratore nazionale antimafia, ha raccontato ai giudici che il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio gli aveva parlato delle telefonate di Mancino definendole una persecuzione. La lettera segna l’uscita dall’informalità telefonica, viene protocollata e spedita al vertice della magistratura requirente, il pg della Cassazione. Si acclude una nota che D’Ambrosio scrive e Marra firma dopo aver verificato che il testo non condizionasse l’autonomia di giudizio di chi l’avrebbe ricevuta. È una prassi che gli uffici del Quirinale seguono per le doglianze sull’amministrazione giudiziaria che ricevono dai cittadini, purché le loro richieste appaiano sensate.

Dunque nessun canale protetto secondo il consigliere Marra, che forse non è stato così malaccorto. Il presidente Grasso ha poi parlato di una riunione col procuratore della Cassazione in cui, insieme ad altri argomenti, si parlò della lettera di Mancino che non poneva una questione campata in aria. Per dirimere i contenziosi fra le Procure di Palermo e Caltanissetta, il procuratore antimafia era già dovuto intervenire l’anno prima, proprio a proposito dell’inchiesta sulla trattativa. "Da allora si sono attenuti alle mie indicazioni e dunque non ci sono gli estremi per l’unica cosa che potrei fare, avocare l’indagine". Questo il parere fornito in quella sede al procuratore generale da Grasso che ha tenuto a chiarire come di avocazione abbia parlato lui, per escluderla, senza che nessuno prima ne avesse parlato, per chiedergliela. Secondo l’accusa la richiesta era implicita nella evocazione del suo potere di coordinamento.

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