Ma è il Pd che ora rischia il crac

L’ex tesoriere Ugo Sposetti: «Il partito è pronto a saltare come un birillo»

Il presidente del consiglio Enrico Letta segue l'intervento di Guglielmo Epifani, durante la direzione nazionale del Partito Democratico a Roma il 26 luglio 2013. ANSA / LUIGI MISTRULLI

di Keyser Söze*

Nel Pd c’è chi l’attuale governo lo avrebbe fatto saltare comunque, condanna o no di Silvio Berlusconi. Un’ala del partito che, Enrico Letta lo sa, si sta ingrossando di giorno in giorno. Gente a cui la mezza condanna del Cav, quel guazzabuglio che si è inventato la Cassazione per cui bisogna rivedere gli anni d’interdizione dai pubblici uffici (un contentino per la difesa) ma viene confermata la condanna (per non deludere il Tribunale di Milano), non cambia granché.

Per questa parte del Pd non si può stare al governo con un condannato o con un partito il cui leader è agli arresti domiciliari. Così la pensa anche chi, come Nicola Latorre, appena qualche settimana fa difendeva a spada tratta le larghe intese. «Noi la condanna non la reggiamo» spiega. «Non possiamo tenere in piedi un governo che abbia il suo contributo decisivo, più o meno diretto. Senza contare che questo è un governo con l’encefalogramma piatto, che è andato avanti solo perché c’era l’attesa per questa vicenda giudiziaria».

Le motivazioni di chi vuole la rottura sono diverse e in esse il peso del caso Berlusconi è relativo: è più un pretesto che la ragione di fondo. «Latorre» dice Giorgio Tonini «è un neofita renziano per cui per riconvertirsi deve dimostrare di essere duro contro il governo».

Eppure, il paradosso è che Matteo Renzi vuole tutto meno l’eliminazione del Cav per via giudiziaria. «Ha ragione» confida Rosa Maria Di Giorgio, fedelissima del sindaco di Firenze, «il problema Berlusconi non si risolve con una condanna, anzi. Primo perché non possiamo dare questo potere alla magistratura: a Firenze hanno rovinato la vita a tanti amministratori che poi sono risultati innocenti. E poi, se noi attacchiamo il Cav sul piano giudiziario, Matteo avrebbe difficoltà a pescare voti moderati su quel versante».

C’è molta confusione, quindi, sotto il cielo del Pd, che per usare un’espressione colorita dell’ex tesoriere Ugo Sposetti si prepara a saltare come un birillo. «La verità» spiega Sposetti usando uno schema togliattiano «è che il caso Berlusconi andava archiviato sic et simpliciter. Così avrebbe dovuto fare il gruppo dirigente responsabile di un paese». 

Purtroppo, però, il Pd ha ben altra cultura. C’è il doppio filo che lega il partito con la magistratura. L’ex responsabile Giustizia del Pd, Lanfranco Tenaglia (tornato a fare il giudice), non ha dubbi: «I magistrati ce l’hanno troppo con lui e noi non possiamo non tenerne conto». Infatti da qualche settimana il Pd manda segnali al mondo delle toghe che gli è più affine: l’idea di affidare la commissione Antimafia a Rosy Bindi è il messaggio più plateale.

«Se accade» ha confidato ai suoi Renato Schifani, capo dei senatori del Pdl, «io da colomba divento falco, anzi sparviero». Anche queste sortite dimostrano, comunque, le difficoltà dei democratici nel controllare la base. E sul fuoco della rivolta soffiano in molti, dalla sinistra di Pippo Civati a Romano Prodi. «Io avrei firmato per la condanna» ammette un fedele del Professore come Franco Monaco «ma il gruppo dirigente del partito ha pregato la Madonna per avere l’assoluzione. Non si rendono conto che tra loro e la base si è creata una distanza siderale».

È per questo che i governativi, e lo stesso Letta, hanno fatto sapere allo stato maggiore del Pdl che manifestazioni o intemperanze antigiudici potrebbero portare la situazione al punto di non ritorno. Discorso ripreso anche dall’ala filogovernativa del Pdl che ha arruolato l’ex ministro Raffaele Fitto: «Per ora il Cav non farà saltare il tavolo. Lui deve puntare alla grazia di Giorgio Napolitano e al destino delle sue aziende».

In fondo anche nel Pdl c’è disorientamento sul da farsi. E non da ora: a tre settimane dalla sentenza di Cassazione, Fitto con un emendamento ha eliminato il ruolo di garante ambientale sull’Iva che era ricoperto da un altro Esposito, il fratello del presidente della sezione di Cassazione che ha giudicato il Cav.

E Berlusconi? Ora sta soppesando le due strategie: andare avanti con questo quadro politico, con il rischio che sia poi il Pd a mettere in crisi il governo; oppure puntare sulla martirizzazione per aprire un confronto sulla malagiustizia che potrebbe essere un’ottima carta (insieme all’economia) per una campagna elettorale (i sondaggi per ora sono favorevoli).

Di certo il Cav è quantomai amareggiato: «Ho capito che in questo Paese i destini delle persone sono decisi da una cupola, quella “magistratura democratica” che controlla tutto il sistema giudiziario perché decide la promozione o la carriera di quel giudice o di quel pm. Ti viene voglia di lasciare l’Italia, di andare in un altro paese».

*Chi è Keyser SözeÈ un importante rappresentante delle istituzioni che in questa fase ingarbugliata racconta su «Panorama» la politica vista dal di dentro. Lo pseudonimo è preso in prestito da un personaggio cult, sospeso fra realtà e leggenda, di un film famoso, «I soliti sospetti». Un personaggio quanto mai adatto per spiegare il presente di un Belpaese in cui la realtà, appunto, travalica spesso l’immaginazione. Qualcuno insinuerà che Keyser Söze non esiste; ma, per citare Kevin Spacey nei «Soliti sospetti», «la beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo che lui non esiste, e come niente… sparisce».

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