Politica

Da figlia di immigrati capisco chi dice "prima l'Italia"

La testimonianza di una giornalista scrittrice italo-siriana. "So cosa vuol dire fuggire da fame e guerre, ma non si può affrontare queste tragedie aprendo le porte indiscriminatamente e senza essere attrezzati a farli"

Migranti e rifugiati

Asmae Dachan

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Prima gli italiani. Potrebbe suonare come uno slogan razzista, ma letto senza cercare banalizzazioni ideologiche risulta, invece, un impegno di un buon senso. L'impegno di uno Stato verso tutti i suoi cittadini, come l'impegno di un genitore verso i suoi figli.

Quando l'immigrazione passava da cultura, lavoro e legalità

Non è da responsabili trascurare i propri figli, ignorare la loro cura affettiva, culturale, sanitaria, la loro sicurezza per vantarsi di essere "buoni con gli altri". Lo scrivo come figlia di "altri". Figlia di migranti. So cosa spinge un giovane a fare la valigia e partire, ma so anche cosa vuol dire essere un cittadino italiano e arrivare a sentirsi estreneo alla sua stessa città.

Quando ero bambina io, la presenza di stranieri era molto più contenuta. All'epoca, gli stranieri non erano un problema. Molti arrivavano per ragioni di studio e poi si innamoravano dell'Italia, oppure trovavano subito un lavoro e decidevano di restare. Questo tipo di accoglienza, quella che passa attraverso la porta della cultura e del lavoro, e viaggia sui binari della legalità, dà sempre ottimi frutti. Si compie un vero inserimento nella società, si impara la lingua, un mestiere, si cresce umanamente e professionalmente e si è spinti a dare il proprio contributo per la crescita e il benessere del Paese accogliente. I figli diventano culturalmente italiani e ancora di più i nipoti. Come è accaduto ai migranti e figli di migranti della mia epoca.

Il fenomeno migratorio oggi e il disastro umanitario in Italia

Poi il mondo è cambiato, nuove guerre, siccità, povertà hanno fatto letteralmente esplodere il fenomeno migratorio. Chi fugge da guerre e persecuzioni e chi fugge dalla miseria. La spinta al viaggio è sempre la ricerca di un approdo dove la vita e i diritti umani abbiano ancora un valore. Un approdo, sì, come quelli dei porti delle città dell'Italia meridionale, che hanno visto negli ultimi anni un fiume umano di disperati arrivare da ogni parte dell'Asia e dell'Africa. Donne, uomini e spesso bambini che per fuggire all'inferno della violenza e della miseria viaggiano spesso senza documenti, condotti da trafficanti senza scrupoli. Pagano un costo per ogni tappa, un gettito che finisce nelle tasche della criminalità organizzata.

L'Italia accoglie i disperati. Poi li cura, li veste, li nutre, dà loro un pasto e un riparo per la notte e tutte le notti che verrano. E su questo nessun Paese può insegnare o recriminare qualcosa. Poi, che cosa fare? Lasciarli "parcheggiati" lì? Il Paese si trova oggi in mezzo a questo disastro umanitario. A sud un'umanità che fugge e arriva sulle sue coste e a nord un'umanità che ignora questa tragedia e chiude le sue frontiere. In mezzo una nazione attraversata da una profonda crisi, che vede anche tagli all'istruzione e al sistema sanitario. Senza binari della legalità, né prospettive, si creano quelle zone di anarchia che mettono a disposizione della criminalità organizzata risorse umane per ogni tipo di business, dal caporalato alla prostituzione, dallo spaccio di droga alla compra-vendita di esseri umani. Questo crea un allarme sicurezza, non l'immigrazione in sé.

Cosa significa "prima gli italiani"

Cosa deve fare, in questa situazione, chi si occupa della "res pubblica"? L'Italia ha la schiena dritta e la tempra di una grande nazione, si è rialzata dalla guerra e lo farà anche dalla crisi grazie al lavoro, alla dignità e alla capacità inventiva del suo popolo, ma finché la situazione non si sblocca, con la disoccupazione a livelli record, famiglie sempre più povere e indebitamento alto, il Paese deve affrontare la sua situazione di emergenza interna. Altrimenti vedremo sempre più giovani senza speranza, sempre più anziani soli e sempre meno crescita. Prima gli italiani significa rispondere a queste nuove esigenze di lavoro e sicurezza. I figli autoctoni dei miei coetanei sempre più spesso se ne vanno, emigrano e io, figlia di migranti, mi chiedo dove trovino la forza, il coraggio e la disperazione di diventare a loro volta stranieri. Ripenso ai doveri della famiglia, prima i propri figli...


Articolo pubblicato sul n° 10 di Panorama in edicola dal 22/2/2018


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