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Politica: i voltafaccia dei servitori muti

Conte, dopo 14 mesi di Governo, ha coperto di insulti Salvini, ma non è l'unico politico che ha avuto questa metamorfosi

Conte

Francesco Bonazzi

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Ci vogliono una certa costanza, un’ottima tenuta nervosa, un naso sensibile al cambio dei venti e tanta, tanta vanità, per fare da zero certi numeri da fenomeno. Come Giuseppe Conte con Matteo Salvini. Ovvero, incassare in silenzio per 14 mesi, intonare il sorrisetto di circostanza alla pochette nel taschino e poi rovesciare di tutto addosso all’ex sodale. Ma sempre con la faccia di chi lo fa per il tuo bene, chè noi si stava meglio prima. A prenderci per i fondelli. A Salvini, in Senato, Conte non ha risparmiato accuse: «irresponsabile», con «grave carenza di cultura costituzionale», dotato di «scarsa sensibilità istituzionale», dedito solo a «interessi personali e di partito», poco trasparente sul Russiagate, ostentatore di rosari. Si è fermato giusto un attimo prima di accusarlo di simonia, come nel Medioevo. 

Ok, si può essere anche d’accordo, oppure no, con Conte, ma la domanda che resta è questa: fino a ieri, era in Polinesia? Aveva scambiato il capo del Carroccio per Alcide De Gasperi? In tempi recenti, per trovare una metamorfosi simile, una specie di bolla improvvisa di testosterone politico, bisogna andare in Grecia, estate del 2015. Con la Troika in casa, la nazione al collasso, i tedeschi che si riprendono perfino i porti, il ministro delle Finanze, Yanis Varoufakis, sbatte la porta e attacca violentemente il premier Alexis Tsipras. Gli dà praticamente del traditore, dopo essere stato il suo fedele consigliere per anni.

Certo, si può dire che Conte ha tradito Salvini, ma anche il contrario. E lo stesso si disse di Lamberto Dini, nel 1995, quando da ministro del primo governo Berlusconi, divenne premier del primo governo senza Berlusconi. Ma perderemmo qualcosa, a ragionare solo in termine di fedeltà. Ci perderemmo lo spettacolo del potere che trasforma le persone, o che le rende capaci di dissimulare la propria vera natura anche per un lungo periodo, fino a quando pensano di piazzare la zampata vincente. E così, nell’era dell’esposizione e dell’autopromozione permanente, dove anche le fidanzate sono finte e tutte uguali, invece vince il mutismo. La capacità di silenzio, l’arte di incassare, l’abilità nello smorzare i contrasti e dissimulare le ambizioni.

Nell’immaginario comune, qualcosa unisce Salvini e Renzi, oltre il nome di battesimo: il fatto di essere due leader forti. Anche Renzi ha avuto il suo «Conte» ed è Graziano Delrio, ex cattolicissimo sindaco di Reggio Emilia. In principio Delrio era il petalo più ascoltato del cosiddetto Giglio magico, prima che Maria Elena Boschi e Luca Lotti prendessero il ruolo di primi consiglieri. Era stato ministro-osservatore nel governo di Enrico Letta e poi sottosegretario alla presidenza del Consiglio. I giornali, con scarsa fantasia, lo descrivevano come «il Gianni Letta di Renzi». In realtà, i faccendieri della Repubblica puntavano su Lotti, Marco Carrai e Denis Verdini. Delrio si fece da parte dopo 13 mesi e mezzo, ottenne il ministero delle Infrastrutture, che mantenne anche con il governo Gentiloni. Delrio è caduto vittima del solito fuori onda, nel febbraio di due anni fa. Dal Pd escono in un colpo solo Roberto Speranza, Arturo Scotto, Enrico Rossi e Pier Luigi Bersani. Ai quali poi si accodano anche Massimo D’Alema e Guglielmo Epifani. Il 17 febbraio, Delrio si sfoga con un compagno del Pd romano: «Matteo avrebbe dovuto far capire che piangi se si divide il Pd. Non che non te ne frega, chi se ne frega e poi non ha neanche fatto una telefonata. Ma come c… fai in una situazione del genere a non fare neanche una telefonata? Io ci ho litigato di brutto». Dopo la pubblicazione, il tenero Graziano ha provato a correggersi: «Renzi ha fatto più di una telefonata per evitare la scissione». Ma quello che colpisce del Delrio post-Palazzo Chigi è un altro elemento: il silenzio, l’eroica capacità di non dire una parola in pubblico di fronte al peggio del renzismo.

Un’altra persona sparì subito dai radar con il governo Renzi, e fu Marianna Madia. Da ministro della Funzione pubblica, già nei primi mesi, fece tesoro del volgere delle fortune di Delrio e si schiacciò contro il muro. I suoi collaboratori raccontano che quando l’amico Matteo le chiedeva un consiglio o un parere di fronte alla Boschi, lei impallidiva. E prese la saggia decisione di andare a Palazzo Chigi il meno possibile. Non ha fatto una sola polemica contro Renzi, ma gli è sopravvissuta tranquillamente con il governo Gentiloni grazie a un’arma potente: il mutismo.

Nella Prima Repubblica, senza andare troppo indietro, Claudio Martelli fece un servizietto a Giulio Andreotti che al confronto Conte è un’educanda. Intervistato da questo settimanale nell’aprile del 1993, l’ex guardasigilli socialista lasciò in braghe di tela Andreotti, che si stava difendendo dalle accuse di mafia sbandierando i provvedimenti di Martelli e Vincenzo Scotti, su suggerimento di Giovanni Falcone. «Andreotti non ci ha ostacolato, ma neppure ci ha spronato. Non ricordo che siano venute da lui idee per combattere la mafia, a parte qualche estemporanea dichiarazione», disse Martelli. Ricostruzione che non fa una piega, ma colpisce che sia stato ministro di Andreotti dal 1991 al 1993 ingoiando così tanti rospi.

La capacità di adattamento (e mutismo) dei «tecnici» spesso non è da meno. Loro non devono prendere voti, anche se mai dire mai. Enzo Moavero Milanesi, un passato da grand commis di simpatie socialiste a Bruxelles, potrebbe continuare a fare il ministro degli Esteri o degli Affari europei in qualunque tipo di governo. Ha lavorato con Romano Prodi, Mario Monti, Enrico Letta e Giuseppe Conte. La sua personale considerazione per i vari Di Maio, Salvini e Zingaretti pare che non sia altissima, ma non ha mai detto una parola fuori posto. Per ora.

Non di mutismo, ma di cristiana rassegnazione si deve invece parlare per il rapporto tra Paolo Gentiloni e Matteo Renzi. Nel pieno dell’ultima crisi di governo, Renzi ha accusato il mite Gentiloni di «voler far saltare l’accordo tra Pd e M5s». Il 6 luglio, l’ex braccio destro di Francesco Rutelli aveva dovuto scrivere a Repubblica per difendersi dalla critica renziana di aver fatto poco o nulla per regolare l’immigrazione. In realtà, Gentiloni da premier sopportò le ingerenze renziane e il sindacato ispettivo della Boschi. Ma vista la recente escalation, non è escluso che sia lui il prossimo a cantarle chiare al suo ex dante causa, come Conte con Salvini. Lo farà con il timer, alla democristiana. 

In ogni caso, il faro dei muti di successo è posato sul Colle più alto. Sergio Mattarella è stato di tutto e di più, ai tempi dello scudo crociato. L’unica volta che ha alzato la testa, nel 1990, fu quando si dimise da ministro di un governicchio Andreotti, in dissenso contro la legge Mammì sulle tv. E ha rischiato di pagarla ancora a distanza di 25 anni, nel febbraio 2015, quando fu eletto presidente della Repubblica, senza i voti di Silvio Berlusconi. Il presidente è l’emblema di un certo stile, ormai desueto, purtroppo, ma anche di un notevole mutismo. Chissà se il Conte che sibila insulti a Salvini ha riflettuto sul fatto che prima o poi potrebbe desiderarne i voti. 

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