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Politica

Poletti: il ministro della gaffe

Straparla e si pente. Giuliano Poletti è solo l'ultimo tra i ministri del Lavoro che hanno "bastonato" i giovani. Battute infelici. Sembra Pulcinella

Prima fa l’incontinente e poi finge di pentirsi.

Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, l’ha detta nuovamente grossa («Si trova più lavoro giocando a calcetto che mandando curriculum») e ancora una volta ha provato a rimpicciolirla («Sono stato strumentalizzato»).

Come si sa, Poletti non è nuovo alla gaffe, frequenta la provocazione, è infelice nei ragionamenti. A dicembre scorso, il ministro aveva già illustrato quale fosse il suo programma per convincere i migliori italiani a fare ritorno in patria: «Alcuni giovani è meglio non averli tra i piedi». Anche allora, Poletti, che è emiliano e di certo per questo di animo schietto, confezionò un video che era peggio dello sproloquio.

Seduto nel suo studio e con le luci vespertine, il ministro chiese scusa: «Ho sbagliato e sto male». E infatti bastava guardare quel video, che gli specialisti della comunicazione gli imposero di girare e diffondere sui social, per comprendere che forse c’era più verità nella figuraccia che nella scusa: era più autentico quando straparlava che quando si difendeva.

Insomma, pure oggi che Poletti è inciampato, viene quasi voglia di perdonarlo come provocatore ma di smascherarlo come (falso) penitente.

Di sicuro è più ruspante, e quindi originale, il Poletti che bastona rispetto a quel Poletti, sentite un po’, che si autorettifica: «Non ho mai sminuito il valore del curriculum e della sua utilità». E va detto subito che davvero era piaciuto questo ministro che aveva portato al governo la sapienza dei campi, «sono stato perito agrario», e il buon colesterolo del pensiero cooperativo. Poletti è stato non solo per quasi dieci anni il presidente della Legacoop ma anche un rigoroso funzionario comunista, assessore all’agricoltura del comune di Imola; ministro sì, ma per vita consumata più che per fedeltà garantita.

È stata per questa ragione che Renzi lo ha scelto, anche se oggi proprio non si capisce come Gentiloni possa ancora confermarlo al dicastero del Lavoro anziché spostarlo a quello della mala-comunicazione. Poletti, ultimamente, crea più preoccupazione che occupazione; è un riferimento per Twitter invece che per i disoccupati. Con le sue frasi strampalate, Poletti si è conquistato un posto a tempo indeterminato come macchietta, si candida a rimanere nella memoria per i suoi video (di scuse) su Facebook più che per i suoi emendamenti.

A difesa di Poletti va registrato che da anni, ormai, la pratica è uniforme. Non c’è stato infatti ministro o sottosegretario del lavoro che non si sia esercitato a malmenare linguisticamente studenti e lavoratori; e sono più i giovani che hanno scoraggiato che quelli che hanno promesso di impiegare.

Da Elsa Fornero, che sragionava in inglese sui “choosy”, passando per quel Michael Martone che da viceministro aveva preso la bacchetta ma stoccava: «Chi non si è laureato a 28 anni è uno sfigato».

Ebbene, Poletti è solo l’ultimo dei ministri agitati che quel dicastero ci ha consegnato, è l’ultimo tra i goffi ma non è il più goffo.

Poletti dovrebbe dunque dimettersi? Al contrario. Andrebbe assunto. Per combattere i ministri che soffrono di eccesso di spirito, come Poletti, la soluzione è solo una. Qualche regista lo scritturi, qualche produttore lo candidi ai prossimi David di Donatello. Tontolone e imbranato. Da ministro è una sciagura, ma da Pulcinella è una promessa.


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