Più tempo passa e più Berlusconi è incompatibile con Salvini

La parola chiave del Cavaliere è "libertà" e i sottotesti sono scambio, diversità, individualismo, responsabilità personale, integrazione europea, solidarietà atlantica: L'opinione di Giuliano Ferrara

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Silvio Berlusconi e Antonio Tajani in una immagine del 01 luglio 2017. – Credits: Ansa

Giuliano Ferrara

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Se non vado errato, Antonio Tajani è presidente del Parlamento europeo, Popolare di un tipo diverso da Viktor Orbán, e vice di Berlusconi nel partito italiano che si chiama Forza Italia. 
Sempre a rischio di sbagliarmi, oserei dire che gli imprenditori italiani, incerti se scendere in piazza, hanno forti riserve su un governo che considerano demagogico, politicamente e intellettualmente irresponsabile, capace solo di impegolare il Paese e il suo sistema produttivo e finanziario in un’avventura al buio. 
Aggiungo che la parola chiave di Berlusconi è «libertà», e i suoi sottotesti sono scambio, diversità, individualismo, responsabilità personale, integrazione europea, solidarietà atlantica, tutte cose molto poco affini al nazional-sovranismo e al populismo socialisteggiante e pauperista di cui sono espressione Lega e 5 Stelle. 

Infine, Berlusconi è stato a suo modo ruvido, quando ha voluto, ma la sintesi del suo metodo è il «mi consenta» e il filo rosso della sua attività di uomo di Stato la riduzione alla normalità dei rapporti tra politica e magistratura penale. Poi è un tipo allegro, ma un gran lavoratore. Che c’entra tutto questo, bandana compresa, con la prospettiva truce di un partito unico a guida salviniana, un Truce in bermuda? 

Dicono che se si rimettessero sul serio insieme vincerebbero le elezioni relegando ai margini quel che resta della sinistra e i grillozzi. Intanto ci andrei piano con le previsioni e i sondaggi, il momento è volatile in ogni senso e direzione. E poi, per fare che cosa? Per sforare i conti pubblici? Per isolarsi nell’Unione? Per scimmiottare Trump, personaggio che a Berlusconi non è mai piaciuto, et pour cause? 

Per consacrare una leadership nazionale nella quale c’è posto per tutti tranne che per l’eredità pop e girovaga, se vogliamo, ma mai inquisitoria, mai truce, mai cattiva di uno che per vent’anni ha fatto sognare, e non erano incubi? Berlusconi, che aveva abolito il Senato e si era provato a svellere l’impalcatura sindacal-giustizialista dell’articolo 18, che aveva scelto Renzi come successore in potenza, contraendo il patto del Nazareno su base riformatrice, prima della grande rissa sul Quirinale che ha rovinato tutto, ora può fare il secondo in una coalizione che si presenterebbe come l’opposto della sua parabola personale e collettiva? 

Tra Forza Italia e «prima gli italiani» c’è una demarcazione che solo i ciechi non possono vedere. Di che stiamo parlando?

Berlusconi è elettoralmente debole, ha un’età, ma è contro di lui che si sono formate le nuove maggioranze populiste, è l’antiberlusconismo ideologico e propagandistico che ha lanciato i gialloverdi al vertice del potere. 

La giravolta a me pare impossibile o, più correttamente, non auspicabile. Invece lo spazio di una destra orgogliosamente liberale, istituzionale, fiancheggiatrice dell’impresa come nucleo vitale della società, con tutti i suoi collegamenti in Europa, è inversamente proporzionale alla attuale debolezza elettorale del partito alla cui guida è stato messo Tajani. 

Il Cav. è stato ampiamente riabilitato, in termini giuridici e in termini storici, riabilitato dai fatti. Solo una combinazione un po’ losca tra suoi falsi amici e veri nemici ha potuto generare l’assetto di potere, minaccioso per lui e per le sue aziende, come per tutte le aziende private, nel quale campeggiano i Grillo, i Casaleggio, i Di Maio e i Di Battista in alleanza spuria con il Truce ministro dell’Interno, che è l’esatto opposto di un Maroni, ministro dell’Interno di Berlusconi nel suo primo governo e capace ministro del Lavoro in altri suoi esecutivi. Salvini lo corteggia, ha bisogno del suo forno, visto che a sinistra è solo a metà aperto quello dei suoi coalizzati e rivali pentastellati, ma quel forno può cuocere per il ceto medio, a parte il peso attuale del risentimento e della follia, un pane nutriente, al governo o all’opposizione. 

A condizione che non ci sia, per l’appunto, la consacrazione di una nuova casa, la casa delle illibertà e della disinvoltura demagogica più cupa, e di un nuovo padrone di casa. Un milione di posti di lavoro è ottimismo, volontarismo, energia, visione; il censimento degli zingari o la chiusura dei porti sono la inciprignita e malinconica campana a morto per i criteri liberali che sono alla base di tutta la storia del berlusconismo.

L’amicizia con Putin era un rapporto paritario, il cui scopo secondo Berlusconi era la pace e la prosperità in un Occidente e in una Europa uniti, tirando la Russia dalla parte della Nato e dell’Unione europea. Il putinismo dei nuovi padroni è sottomissione, mutamento di pelle dello status democratico del Paese, rassegnazione a una nuova dominante degli strongmen, rinnegamento di settant’anni di storia a partire dal dopoguerra. Non vedo i margini per una ricomposizione di centrodestra, non li vedo proprio, sebbene la politica italiana faccia certi scherzi difficili da fronteggiare anche quando si sia dotati di ironia. E poi Berlusconi, con i suoi, lo vedo numero uno in Gallia piuttosto che numero due a Roma. Che si è Cesare a fare, sennò?

(Questo articolo è stato pubblicato sul n. 38 di Panorama, in edicola il 6 settembre 2018)

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