Pier Luigi Bersani: il Pd nel segno della continuità

Bersani intende restare nel solco dei "tecnici": confermando i ministri, mantenendo le riforme (pur con qualche correzione) e sistemando Monti al Quirinale o alla Bce. Obiettivo: coprirsi le spalle negli ambienti della finanza internazionale.

Il segretario del Pd e candidato alle elezioni politiche 2013, Pierluigi Bersani

Giovanni Fasanella

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Gli ultimi sondaggi sono trionfali. Se fossero confermati, con il 42-43 per cento il Polo dei progressisti (Pd-Sel-Socialisti) vincerebbe le elezioni di febbraio e Pier Luigi Bersani, grazie al premio di maggioranza previsto dal Porcellum, sarebbe il nuovo premier. Eppure il leader democratico invita i suoi alla prudenza. Sa che finora ha giocato una partita senza avversari: quando si schiereranno in campo tutti i giocatori, anche a destra, al centro e all’estrema sinistra, sarà un’altra storia. Nulla, dunque, si può dare per scontato. Tutto è ancora da costruire, nonostante il favore dei pronostici. E la parte più difficile, comunque, verrebbe dopo le elezioni. Ecco, allora, il percorso di guerra di Bersani di qui al dopo voto.

LISTE. Aveva promesso che, se si fosse votato con il Porcellum, Bersani non avrebbe nominato i candidati, ma li avrebbe fatti scegliere attraverso elezioni primarie. La crisi però è precipitata e non ci sarebbero i tempi tecnici, dal momento che le liste dovranno essere depositate entro metà gennaio. Il rischio ora è che si disperda il vantaggio d’immagine e di consensi conquistato grazie al duello con Matteo Renzi. Come rimediare? Si procederà comunque a una selezione dal basso, lasciando che siano le singole regioni a decidere, secondo la forza organizzativa del partito, fra vere primarie o rapide consultazioni via web degli iscritti (che sono tutti in rete) e degli elettori registrati nell’albo delle primarie appena svolte. In ogni caso i criteri dettati da Roma per la scelta sono: facce nuove, persone competenti e rispetto della norma statutaria che impone di non candidare chi è già stato in Parlamento per 15 anni. La grana riguarda Rosy Bindi, la quale chiederà alla direzione del Pd una deroga allo statuto e Bersani è in forte imbarazzo: perché lei sì e Walter Veltroni e Massimo D’Alema no?

CAMPAGNA ELETTORALE. Il candidato premier dovrà pronunciarsi con chiarezza su almeno tre punti, con il rischio di contraccolpi all’interno del polo progressista. Dirà anzitutto che dopo il voto si alleerà con il Centro di Pier Ferdinando Casini e Luca Cordero di Montezemolo. Difenderà l’esperienza del governo tecnico di Mario Monti. E respingerà, sia pure con garbo, le offerte di alleanze che stanno arrivando dagli arancioni di Luigi De Magistris e dall’Idv di Antonio Di Pietro: i due ex magistrati vorrebbero salire sin da ora sul carro del probabile vincitore, ma la loro presenza nel polo progressista mal si concilia con l’immagine moderata e antigiustizialista che Bersani vuole dare della propria coalizione.

ACCREDITAMENTO ALL’ESTERO. Non c’è ancora alcuna conferma ufficiale, ma il candidato premier starebbe programmando una serie di appuntamenti nelle più importanti capitali estere per rassicurare le cancellerie e gli ambienti finanziari su un punto sensibile: se toccasse a lui il timone del governo, si muoverebbe nel solco del suo predecessore Monti, sia pure con qualche correzione di rotta. Tappe previste, Berlino, Londra e Washington. C’è però ancora incertezza sul tour estero. Per una ragione legata al calendario: i tempi troppo ristretti della campagna elettorale. E per una politica: negli ambienti della finanza internazionale un governo Bersani non sarebbe accolto con grande favore.

PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA. Il primo nodo da sciogliere dopo il voto e la scelta dei presidenti di Camera (Casini?) e Senato, riguarda l’elezione del nuovo capo dello Stato. Giorgio Napolitano si dimetterà con due mesi di anticipo perché vuole che sia il suo successore a conferire l’incarico per formare il nuovo governo. Romano Prodi, si sa, scalpita. Ma il candidato di Bersani è Mario Monti, l’unico che potrebbe garantire per lui negli ambienti della finanza internazionale. La soluzione di riserva sarebbe Mario Draghi. Nel Pd, infatti, qualcuno ipotizza anche uno scambio di ruoli tra Monti e il presidente della Banca centrale europea: il primo a Francoforte, il secondo al Quirinale.

FORMAZIONE DEL GOVERNO. Se Palazzo Chigi toccasse a lui, Bersani cambierebbe molte cose. Ridurrebbe il numero dei ministeri e, in modo più drastico, quello dei sottosegretari. Porterebbe facce nuove anche nel governo: persone competenti scelte dal mondo delle professioni ma con una forte caratura politica. Nel Pd dicono: «Gente della società civile che si è sporcata le mani con l’impegno politico». Del governo tecnico di Monti confermerebbe di sicuro Fabrizio Barca, promuovendolo a un superministero economico. Tenterebbe poi di strappare ai centristi Andrea Riccardi, trasferendolo agli Esteri, e Annamaria Cancellieri, ancora all’Interno.

PRIMI 100 GIORNI. Pur muovendosi all’interno dell’«agenda Monti», Bersani imprimerebbe subito il proprio marchio al nuovo governo «correggendo» il predecessore. Abbasserebbe la pressione fiscale sul lavoro, sulle imprese e sui pensionati, aumentandola invece sui patrimoni e sulle rendite finanziare. E ancora: tracciabilità dei soldi da 200 euro in su. Proverebbe a risolvere la questione degli esodati, ma senza toccare l’impianto della riforma Fornero, compreso l’articolo 18. Uniche correzioni: agevolazioni per le assunzioni a tempo indeterminato e penalizzazioni per quelle a tempo determinato. Ma il provvedimento del primo giorno sarebbe quello di concedere la cittadinanza italiana ai figli degli extracomunitari nati nel nostro Paese.

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