Perché Renzi non teme la scissione nel Pd

Rimossi 10 dissidenti prima del voto sull'Italicum: una prova di forza obbligata in cui vede solo vantaggi. Almeno fino al prossimo congresso

Renzi

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Claudia Daconto

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Come previsto, Matteo Renzi ha rimosso dieci membri dissidenti del Pd in commissione affari costituzionali della Camera per sostituirli con altrettanti “ubbidienti” a salvaguardia dell'Italicum. Tra loro anche l'ex segretario Pier Luigi Bersani e l'ex candidato alle primarie vinte da Renzi, Gianni Cuperlo, esclusi anche – insieme ad altri esponenti della minoranza dem – dal calendario della Festa nazionale dell'Unità che si svolgerà a Bologna da oggi fino al 3 maggio.

La mossa ha sollevato critiche e malumori. Anche se non si tratta affatto di una novità: in politica ha sempre funzionato così e il segretario del Pd non rappresenta un'eccezione rispetto ai leader di passate stagioni, compresi quelli che oggi lo accusano di essere uno squadrista. Nel Pci, per esempio, esisteva il cosiddetto “centralismo democratico”: cari compagni, discutiamo quanto volete ma poi chi comanda decide la linea e gli altri obbediscono.

Ieri il solo Mineo oggi i 10 "gufi"

Certo, stavolta lo strappo è più profondo perché una commissione parlamentare non è un organo di partito ma un'istituzione e la sostituzione dei suoi membri è, sì contemplata, ma secondo regole ben precise, non per i capricci del segretario di un partito. Un precedente lo ha comunque fornito lo stesso Renzi quando, per lo stesso motivo, nel giugno del 2014 “cacciò” il dissidente Corradino Mineo dalla commissione affari costituzionali del Senato. Ma se allora si trattò di un caso singolo, oggi sono ben 10 i “gufi” messi da parte, quasi la metà dei 23 membri del gruppo Pd. Una pattuglia in grado di affossare la legge che per Renzi, e per motivi opposti per i suoi avversari, è diventata la madre di tutte le battaglie.

Un atto di forza necessario

Ecco perché il premier non ha avuto altra scelta che forzare così clamorosamente la mano, per non rischiare nulla e per dimostrare a tutti, una volta di più, che le decisioni che contano spettano a lui e lui solo, che le trattative sono chiuse, che si è già discusso abbastanza e che ogni volta la maggioranza del partito ha votato, quasi sempre all'unanimità, a favore della sua linea anche per l'incapacità della minoranza di fare fronte comune e opporre una strategia efficace. Arrivando addirittura a dover sacrificare i propri esponenti come l'ormai ex capogruppo Roberto Speranza costretto alle dimissioni (ma si dice che ci ripenserà) dopo il fallimento del suo tentativo di mediazione naufragato la scorsa settimana quando, invece di esprimere voto contrario alla relazione del segretario sulla legge elettorale, i dissidenti hanno preferito rompere le linee e abbandonare l'assemblea.

Perché Renzi non teme scissioni

In ogni caso si tratterebbe di una sollevazione dall'incarico pro-tempore. Tra 10 giorni, se saranno disponibili, i 10 “epurati” potranno tornare al loro posto. Per questo bisognerà fare attenzione a cosa accadrà allo scadere di questo periodo: se dopo essere stati spostati come pedine su uno scacchiere i vari Bindi, Bersani, D'Attorre torneranno buoni buoni, sapremo già cosa succederà in aula quando ci sarà il voto finale sull'Italicum, quanto conta e vale l'opposizione a Renzi e se ci sarà o meno una scissione. Renzi non lo crede. E se si permette di prendere certe iniziative è perché da una parte considera un vantaggio per sé l'eventuale addio al Pd dei vari Bersani, Fassina, Civati, D'Attorre, Bindi che andandosene lo lascerebbero finalmente libero di fare come gli pare, dall'altra perché l'arma delle liste per le prossime elezioni è in mano sua almeno fino al prossimo congresso (ma si voterà quasi sicuramente prima del 2018) quando sarà rimessa in discussione la sua leadership.

La tentazione della sinistra dem per Letta

Dopo l'intervista dell'altra sera a Che tempo che fa, la sinistra dem si è convinta che l'anti-Renzi esista già e che si chiami Enrico Letta, "interprete – lo ha definito, guarda caso, Miguel Gotor - di un riformismo europeo più razionale, non urlato, meno leaderistico, più attento alle esigenze della democrazia parlamentare". Che poi l'elettorato di sinistra (anche della sinistra del Pd), che alle ultime primarie non è comunque riuscito a far prevalere né Cuperlo né Civati, ambisca a riconoscersi proprio nell'ex premier è tutta un'altra storia.


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