Politica

Perché Renzi e Marchionne si stimano così tanto

Fanno annunci a ripetizione, si creano nemici e, alla fine, sono costretti a cambiare gioco. Analisi comparata dei due uomini che stanno cambiando l'Italia

Marco Cobianchi

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Il 21 aprile del 2010 Sergio Marchionne presentò il sesto piano industriale. Il sesto in sei anni. Si intitolava “Fabbrica Italia” e prevedeva investimenti per 20 miliardi di euro che sarebbero serviti per produrre 6 milioni di auto entro il 2014. Suona familiare? Il 17 febbraio del 2014 Matteo Renzi, appena diventato Presidente del Consiglio, annunciò che il suo governo avrebbe realizzato “una riforma al mese” e saldato “entro luglio” tutti i 68 miliardi di euro della pubblica amministrazione verso le aziende private. Chiaro il nesso? Il nesso è che è stato Marchionne ad aver introdotto in Italia il virus dell’annuncite e che Matteo Renzi sta superando il maestro nella gara a chi la spara più grossa. Ma i l legami tra i due sono molto più profondi e lo si è visto in maniera plastica alla conferenza stampa che hanno tenuto insieme a Detroit la settimana scorsa. Renzi sembrava la clonazione di Marchionne: perché ha la sua stessa identica strategia e la stessa identica tattica al punto che, analizzando il comportamento del maestro (Marchionne) si può indovinare con precisione quali saranno le future mosse del discepolo (Renzi).

Partiamo dall’annuncite. La strategia sia di Sergio che di Matteo è chiara: presentare a ritmo incalzante obiettivi irrealizzabili. Marchionne, nei suoi 10 anni alla guida della Fiat, ha presentato 9 piani industriali, quasi uno ogni anno. Nella conferenza stampa di maggio dopo l’acquisizione della maggioranza della Chrysler, ha promesso (tra le varie cose): 50 (!) miliardi di investimenti; riportare al lavoro tutti i dipendenti italiani; vendere 400mila Alfa Romeo entro il 2018 e poco importa che si tratta degli stessi obiettivi che aveva annunciato almeno un altro paio di volte negli ultimi anni. Matteo Renzi, da febbraio ad oggi, ha fatto molto, ma molto di più. Ha promesso: il “piano casa”, un piano di aiuti alle famiglie, una nuova legge elettorale, la riforma della giustizia, del fisco, del lavoro solo per citare le riforme più importanti. L’ultimo annuncio riguarda il pagamento di tutti i crediti che le imprese vantano nei confronti della pubblica amministrazione entro il 21 settembre (obiettivo fallito) e la creazione di mille asili nei prossimi mille giorni. Nulla di tutto questo è stato fatto. Come Marchionne, più di Marchionne.

Ma, attenzione, quella di Sergio e Matteo non è spacconeria: annunciare continuamente obiettivi palesemente irraggiungibili serve per mantenere alta e l’attenzione del Paese che, a ogni annuncio, è pronto a fare “ohhh” (come i bambini nella canzone di Povia). L’annuncite non è una malattia, è una strategia: serve per aumentare le aspettative ed alimentare la speranza e, per questo motivo, le ostensioni delle slides devono essere continue, incessanti, perpetue per non dare il tempo di metabolizzarne l'assurdità. Appena si intravvede che un annuncio sta per essere smentito dai fatti, zac! Ne arriva un altro. E quando anche questo inizia a non essere realizzato, zac! Eccone subito un altro più fantasmagorico dei primi due messi insieme, e così via, in un inseguirsi di annunci che hanno lo scopo di guadagnare tempo.

Ma gli annunci hanno anche una ragione pratica. Renzi si trova oggi nella stessa situazione nella quale si è trovato Marchionne per 10 anni (con la quotazione di Fca, società che controlla Fiat e Chrysler, le cose potrebbero cambiare anche se non di molto): non ha un soldo. A Marchionne è mancato totalmente il sostegno della famiglia (che, anzi, ha sfilato dalla Fiat l'odierna Cnh Industrial che produce utili) mentre Renzi si arrabatta con la Ue che non gli vuol concedere la miseria di 6 miliardi di euro di maggiore flessibilità nei conti pubblici. Restare al comando senza soldi dopo aver annunciato mari e monti è difficilissimo, perciò si parte con gli annunci, un po' per far dimenticare la nuda realtà, un po' per guadagnare tempo in attesa degli eventi.

Vivere di annunci, rinviando il bluff, necessita, però, di adottare uno stile di comando ben preciso: l'autoritarismo. Sergio e Matteo sono gemelli anche in questo: non sopportano le critiche dei propri uomini. Anzi, di più: non sono ammesse persone con tratti caratteriali diversi da quelli del comandante in capo, che già fa fatica lui stesso a credere a ciò che dice, se poi deve anche convincere le persone che suo inner circle diventa una faticaccia. Così si spiega il licenziamento su due piedi di Luca Cordero di Montezemolo dalla presidenza della Ferrari (l'unica società con le ruote del perimetro Fiat che produce utili) e, prima di lui, la cacciata di decine e decine di manager a volte assunti solo pochi mesi prima. E così si spiega anche la crescente irritazione di Renzi verso Graziano Delrio, l'unico che (seppur in privato) lo critica e, prima ancora, la cacciata dalla Commissione Affari Costituzionali di Corradino Mineo per le sue critiche alla riforma costituzionale. Contestazioni inammissibili, critiche vietate, suggerimenti nemmeno a parlarne: il capo deve essere solo al comando non perché è destino, ma perché deve essere l'unico depositario del futuro.

E non deve stupire che la fiducia in entrambi, Marchionne (il maestro) e Renzi (il discepolo) continui ad essere stellare. L'indice di gradimento misura il grado di speranza che gli italiani hanno nel fatto che le promesse che fanno si realizzino. Gli italiani sperano davvero che Marchionne mantenga la promessa di riportare in fabbrica tutti i 72mila dipendenti italiani, investendo 50 miliardi di euro entro il 2018 per produrre 7 milioni di auto nel mondo vendendo 600mila Alfa Romeo. Analogamente sperano davvero che Renzi riformi la giustizia, il lavoro, la scuola, abbassi le tasse, paghi i debiti della pubblica amministrazione, investa in opere pubbliche, dia gli 80 euro a tutti i redditi bassi, cambi la politica di austerità dell'Europa. Sperano tutto questo e, perciò, si fidano perché nessuno li fa sognare come loro.

Oltre alla necessità di essere autoritari, la tattica dell'annuncite ha bisogno assolutamente di un altro elemento: un nemico. Serve qualcuno contro il quale puntare il dito non appena i nodi vengono al pettine e le promesse non diventano realtà. Sergio, tra le altre cose, ha accusato prima la politica commerciale europea e poi quella tedesca. Renzi (anche in questo) lo supera in scioltezza: accusa la minoranza Pd, la “vecchia guardia” e “le corporazioni”. Per apprezzare lo sforzo sostenuto da Sergio e Matteo nel crearsi nemici, occorre ricordare che tutti e due, nei rispettivi ambiti, detengono un potere che nessuno dei rispettivi predecessori hanno mai avuto. Il potere di Marchionne in Fiat può essere paragonato solo a quello del mitico Valletta il quale, tuttavia, aveva il fiato dell’azionista sul collo e si rapportava con il presidente della società, un certo Gianni Agnelli, mentre lui ha azionisti che si vedono solo a fine anno quando c’è da ritirare il dividendo. Per Renzi è uguale: controlla il 70% della direzione del partito, ha preso il 41% alle europee, ha l’appoggio praticamente incondizionato del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Ecco perché a tutti e due occorrono nemici: sono indispensabili per giustificare il fatto di non riuscire a raggiungere gli obiettivi che ci si è prefissi.

A parte i nemici occasionali, Sergio e Matteo ne hanno uno permanente ciascuno. Quello di Marchionne è Maurzio Landini. Il segretario dei metalmeccanici della Cgil è stato (velatamente) accusato da Marchionne di essere il responsabile del trasferimento in Polonia della produzione della 500L (“Con sindacati più seri si faceva a Mirafiori”). Anche Renzi, en passant, se la prende con Landini e ogni tanto lo indica come il responsabile (insieme al segretario della Cgil Susanna Camusso e con lei tutti gli altri sindacati) della creazione di un mercato del lavoro duale nel quale alcuni (pochi) hanno tutti i diritti e altri (molti) non ne hanno nessuno. Il caso vuole che sia le accuse di Marchionne che quelle di Renzi siano vere. Ma solo parzialmente. E' vero che la Fiom ha adottato una strategia sbagliata nei confronti di Marchionne, quella di trascinare l'azienda in tribunale a ogni occasione, ma non è vero che in assenza di questa strategia la 500L si sarebbe fatta a Mirafiori per il semplice motivo che il costo del lavoro italiano rendeva quell’auto antieconomica.

Così come è vero che la Cgil, insieme a Cisl e Uil, si è sempre preoccupata più dei lavoratori assunti (cioè dei propri iscritti) piuttosto che dei precari o dei disoccupati, ma se Renzi non riesce ad abolire la cassa integrazione e sostituirla con un sussidio universale di disoccupazione non è colpa della Cgil ma del fatto che non ci sono le coperture finanziarie sufficienti. Siccome, però, è difficile attribuire al solo Landini o alla sola Cgil la responsabilità del flop di tutte le sue promesse, Matteo è stato costretto a crearsi un nemico molto più minaccioso e credibile (?): I mitici “poteri forti”. Poco importa se, dopo la scomparsa di Cuccia, la fine di Iri, la scomparsa della famiglia Agnelli, l’assenza di multinazionali straniere in Italia, di questi “poteri forti” non sia rimasto praticamente nulla e che l’unico “potere forte” sia lo Stato, che lui ha in mano, quello che è importante è, appena il castello di promesse mostrerà le prime crepe, avere qualcuno sotto mano sul quale scaricare le responsabilità.

E il futuro? Qui viene il bello. Marchionne e Renzi sono entrambi costretti a cambiare gioco quando il gioco che stanno giocando li vede perdenti. Marchionne lo ha già fatto. Nel 2009 ha avuto l’incredibile abilità di spostare il baricentro della Fiat fuori dai confini nazionali, in Usa, acquistando a costo zero, quella che in un solo anno è diventata una gallina dalle uova d’oro che, da sola, riesce a tenere in piedi i conti della Fiat. Già, perché nel 2013 le attività della sola Fiat hanno prso 911 milioni mentre quelle della Chrysler hanno guadagnato 1,9 miliardi. Cambiando gioco, le promesse fatte fino ad allora, ovviamente, non valgono più Ed è per questo che se Matteo non riuscirà a portare a termine almeno una grande riforma, un vero ed epocale cambiamento di paradigma, sarà, anche lui, costretto a cambiare gioco, ovvero ad andare a votare.

Marchionne e Renzi sono, insomma, la stessa cosa: pallonari, autoritari e soli. E' il loro destino. Ma la strategia di non dire mai la verità continuando a promettere un futuro radioso nel quale tutti i dipendenti Fiat torneranno al lavoro uscendo dalla cassa integrazione e nel quale si pagheranno meno tasse e il lavoro abbonderà per tutti ha un prezzo: quello di non fare apprezzare ai cittadini quello che di buono, poco o tanto che sia, è stato fatto. Marchionne realizzato qualche cosa di realmente inimmaginabile: ha tenuto in piedi per 10 anni fabbriche che perdevano soldi senza l’aiuto degli azionisti e in un contesto economico drammatico. Renzi ha iniziato una riforma istituzionale che (se portata a termine) libererà il Paese dall’anacronistico bicameralismo perfetto. Ma in entrambi i casi questi fatti, nel loro ambito davvero straordinari, non sono apprezzati appieno nella loro grandiosità, perché Marchionne e Renzi hanno promesso molto, molto, molto di più. E se al pubblico prometti Marte, non ti puoi presentare con la luna.

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