Perché la minoranza Pd ha detto no all'Italicum

I 29 dissidenti che non hanno votato la riforma elettorale voluta dal Premier in realtà stanno dicendo no al patto del Nazareno

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Carlo Pegorer (s), Maria Cecilia Guerra, Paolo Corsini, Miguel Gotor, Nerina Dirindin e Lucrezia Ricchiuti durante la conferenza stampa della minoanza Dem sulla legge elettorale, Roma, 19 Gennaio 2015 – Credits: ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Claudia Daconto

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“Pugnalatori” forse, ma almeno non alle spalle. I 29 senatori della minoranza dem hanno infatti consegnato al premier Matteo Renzi (che li ha definiti così) il documento con cui spiegano perché il gruppo è contrario a votare l'Italicum. Qualcuno in realtà, è il caso di Bruno Astorre – senatore franceschiniano che aveva firmato l'emendamento Gotor – si è nel frattempo sfilato. “La corda si tira finché non si spezza – ha spiegato – se c'è un problema di fiducia politica sul governo, le persone responsabili si fermano”.

Da una parte, dunque, ci sono i difensori dell'impianto della nuova legge elettorale frutto del patto siglato esattamente un anno fa tra Renzi e Silvio Berlusconi che proprio oggi sono tornati a incontrarsi a Palazzo Chigi per prendere gli ultimi accordi prima del voto finale. Dall'altra c'è la minoranza dissidente e in mezzo quelli che, obtorto collo, la voteranno un po' per senso di responsabilità, un po' per opportunità. Ma perché questi 29 senatori sono pronti, per dirla con Astorre, a “rompere la corda” sull'Italicum? C'è un altro scopo oltre a quello, probabilmente destinato a fallire, di bloccare la legge?

Probabilmente sì, ed è speculare a quello che hanno coloro i quali, pur senza entusiasmo, la legge la voteranno eccome. Non farlo significherebbe infatti mettersi fuori dal Pd, se non formalmente espulsi, comunque estromessi da tutti i giochi, compreso quella della possibile ricandidatura. Chi invece sta facendo resistenza a oltranza evidentemente già pensa a se stesso fuori dal Pd. Da questo Pd. Un partito che, a loro avviso, starebbe sacrificando i propri principi sull'altare del patto del Nazareno.

Il no all'Italicum è un "no" all'accordo tra Renzi e Berlusconi da una parte e a Renzi dall'altra, a ciò che rappresenta di estraneo e contrapposto alla sinistra stessa. L'opposizione ai capilista bloccati è molto meno una questione di principio agitata in nome della democrazia (nella sinistra-sinistra le preferenze storicamente non hanno mai avuto troppi estimatori) che un'arma nelle mani di Gotor, Mineo e compagni per fare esattamente quello che dice Renzi: pugnalarlo.

Nelle loro dichiarazioni di queste ore il succo è sempre lo stesso: con l'Italicum non saranno gli elettori a scegliere chi siederà nel prossimo Parlamento ma le segreterie dei partiti. Tuttavia non possono far finta di non sapere come non si tratti affatto di un esito necessario. E che la reale quota di “nominati” avrà molto più a che fare con quello che deciderà ciascun partito al suo interno che con gli accordi presi tra il segretario dem e il capo di Forza Italia.

Molto dipenderà infatti dal numero di collegi (il massimo è 10 su 100) in cui la stessa persona sarà candidata. Ipotizzando che il Pd ottenga la maggioranza dei seggi (340), la percentuale di “nominati” e quella di “preferiti” varierebbe a seconda del numero di collegi in cui lo stesso capolista sarà stato candidato. Se in uno solo allora gli eletti con il voto bloccato sarebbero 100 (il 30%), se fino a un massimo di 10 collegi allora appena 10, il 3% di 340 (circa). Tutti gli altri sarebbero invece eletti con voto di preferenza.

La minoranza dem, quindi, potrebbe benissimo accettare l'impianto della legge così com'è evitando di indebolire il proprio partito soprattutto in vista dell'elezione del presidente della Repubblica e decidere di rimandare a dopo la battaglia per assicurare agli elettori il diritto di scegliersi i propri rappresentanti. Come? Intanto ottenendo che il numero di collegi in cui ciascun capolista può presentarsi sia il più alto possibile in modo da liberare per gli eletti con le preferenze il numero più alto di posizioni. Poi stabilendo che ciascun capolista del Pd indichi da subito (prima del voto) il collegio che rappresenterà una volta eletto tra tutti quelli in cui è stato candidato.

Insomma, i senatori frondisti avrebbero molte più chance di garantire i diritti dei cittadini votando questa legge che opponendosi ad essa dicendo, come fa Corradino Mineo, che se approvata “renderebbe il sistema italiano il meno libero e il più autoritario di tutti i sistemi occidentali”. Ma l'obbiettivo della battaglia, appunto, non è certo solo l'Italicum.


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