Perché la politica non sa più parlare al "paese reale"

Il centrodestra si spacca, il centrosinistra pure. L'autoreferenzialità dei partiti è ormai lontana dai cittadini. Che reagiscono con l'indifferenza al momento del voto

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La facciata di Palazzo Montecitorio. Roma, 29 gennaio 2015. – Credits: ANSA/CLAUDIO PERI

Claudia Daconto

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L'assenza di visione strategica e di autorevolezza della politica, la frantumazione delle coalizioni speculare a una personalizzazione estrema, l'autoreferenzialità, l'inaffidabilità, la volgarità del linguaggio, l'esasperazione dei toni, sono tutti fattori che nel tempo hanno contribuito ad approfondire il solco scavato tra la classe politica stessa e i cittadini, due mondi separati e ormai quasi incapaci di comprendersi a vicenda.

La reciproca diffidenza spinge entrambi a frequentarsi sempre meno. Se non nelle piazze virtuali dei social network. I politici non si presentano quasi più di fronte a un pubblico di persone in carne e ossa. I cittadini non vanno più ai seggi. Nelle occasioni sempre più rare in cui qualcuno sale su un palco, per esempio per le chiusura delle campagne elettorali, gli organizzatori campano con l'incubo del flop fino all'ultimo momento.

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Meglio la tv dove, quanto meno, non esiste il rischio di contestazioni dirette. Eppure anche la crisi dei talk show sta lì a testimoniare la disaffezione del pubblico nei confronti di un genere che ha assunto ormai l'etichetta di “teatrino della politica”.

I social network contribuiscono molto meno di quanto si pensi ad avvicinare la gente ai politici. Chiunque abbia un profilo social ha tra i suoi “amici” soprattutto persone che già condividono i suoi stessi interessi. I rapporti e gli scambi che si svolgono in rete avvengono quasi esclusivamente tra persone che già si somigliano: per livello d'istruzione, professione, appartenenza politica.

Il fatto che in vista delle prossime amministrative di giugno in una città come Roma (dove storicamente il voto cosiddetto d'opinione ha sempre avuto un peso considerevole) il 30% dei cittadini non se la senta di esprimere ancora alcuna opinione sui candidati in campo mentre una percentuale altrettanto consistente avrebbe già deciso di non presentarsi ai seggi, dimostra come nonostante parlino sempre di più, politici di ogni schieramento riescano a dire ormai sempre di meno.

Nel 2013, al primo turno si presentarono ai seggi, il 62,8% degli aventi diritto. Al ballottaggio il 44,9. Nel 2008, al primo turno, l'affluenza fu invece del 77,16. Le Regionali del 2015 segnarono un vero tracollo: votò solo il 52%, un cittadino su due restò a casa. Il 10% in meno che nel 2010. Quando si osserva che il M5S è stato la forza politica che ha saputo meglio interpretare e capitalizzare tale disaffezione, bisognerebbe anche aggiungere che l'exploit dei grillini non è però dipeso dalla loro capacità di attrarre coloro che ormai non votano più, che infatti sono sempre progressivamente aumentati, ma da quella di pescare nel bacino elettorale degli altri partiti.

Il paese reale che la politica non conosce
Ogni anno l'Istat redige un rapporto che è soprattutto una guida per comprendere il cosiddetto “paese reale”. Ma i politici sembrano ignorarlo sistematicamente. Se lo leggessero saprebbero per esempio come sono costituiti oggi i nuclei familiari, come e quanto e per dove si spostano le persone, dove c'è più e meno lavoro e che tipi di lavoro svolgono oggi gli italiani. Conoscerebbero i loro livello d'istruzione, come si informano, cosa li preoccupa davvero.

Parliamo di Roma. Ebbene, almeno fino a oggi (ma si vota tra tre mesi e quindi c'è ancora speranza che questa miopia possa essere corretta), i partiti hanno dimostrato un disinteresse quasi totale per i romani e i loro problemi.

Ogni tanto si fanno fotografare a bordo di una metropolitana o in giro per mercati. Ossia in luoghi che in una parte molto estesa della città non esistono nemmeno. Roma ormai si estende molto oltre il grande raccordo anulare. Alla sua vera periferia (che non coincide più con quella di qualche anno fa) esistono agglomerati urbani, formati spesso da giovani famiglie, completamente scollegati dal resto della città. Dove i mezzi pubblici non arrivano e dove il “mercato” di riferimento è il centro commerciale più vicino. A queste latitudini, ma ovviamente non solo, la conta interna al centrodestra o la rissa perenne nel Pd, non può interessare.

Le guerriglie interne
Nei giorni scorsi gli organi d'informazione hanno dedicato uno spazio enorme a qualche centinaia di schede bianche infilate, per sbaglio o meno, nelle urne delle primarie del centrosinistra. Un presunto “giallo” che non poteva certo appassionare né i cittadini romani in generale né gli stessi elettori del centrosinistra, che infatti non erano nemmeno andati a votare.

Non c'è dubbio che la telenovela di mamma Giorgia contenga elementi narrativi più avvincenti, ma cosa dovrebbero pensare elettori e simpatizzanti del centrodestra di un centrodestra che si fa in quattro per perdere Roma pur di vincere la gara interna per comandare a livello nazionale? Evidentemente penseranno che Roma, e il futuro dei suoi abitanti, non sono al centro dell'interesse di quei politici. E allora perché quei politici dovrebbero essere al centro dell'interesse dei romani?

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L'occasione persa delle unioni civili
Uno dei rari casi, tra i più recenti, in cui la politica ha saputo mettersi in connessione con i bisogni e le aspettative delle persone, ha riguardato le unioni civili. E lo ha fatto per due volte. La prima quando ha deciso di approvarle, la seconda quando ha stralciato la parte sulle adozioni. Come esisteva ormai da molti anni un'ampia maggioranza dei cittadini favorevole al riconoscimento di una serie di diritti alle coppie omosessuali, così esiste ancora oggi un'altrettanto ampia maggioranza contraria alla stepchild adoption. Questo la politica, sebbene in modo maldestro, lo ha saputo interpretare. Infatti anche i partiti che inizialmente erano d'accordo, si pensi al Movimento 5 Stelle, mano a mano si sono sfilati dalle adozioni gay, mentre le unioni civili sono passate.

Ma gli esempi in questo senso finiscono qua. Per lo più la politica discute di argomenti che ai cittadini non interessano. Sulle pagine dei giornali, nei talk show televisivi, parla infatti quasi esclusivamente di se stessa. Il gap con il Paese reale è causato, in larga parte, proprio da questa tendenza all'autoreferenzialità improduttiva e, in alcuni casi (vedi le vicende del centrodestra di questi giorni), anche autodistruttiva.

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