Perché Di Maio parla, a sproposito, di Terza Repubblica

Il leader del M5s usa un'espressione adatta a descrivere una trasformazione istituzionale che cambi la forma di governo di un paese. Come in Francia nel '58

Luigi Gavazzi

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Perché Luigi Di Maio,  gongolante leader del Movimento 5 Stelle fresco vincitore, dopo aver visto il risultato delle elezioni politiche del 4 marzo ha parlato di Terza Repubblica? ("Inizia la Terza Repubblica", ha detto, "quella dei cittadini")

Certo son risultati rilevanti quelli dei grillini, che ridisegnano il Parlamento e la scena politica italiana. 

Tuttavia, non c'è nessun cambio costituzionale/istituzionale in vista che giustifichi questa affermazione forzata.

È solo un po' di grossolana retorica a effetto, per sottolineare quella che secondo Di Maio è una "svolta storica".

A meno che non abbia in mente, insieme con Grillo e Casaleggio Jr, un progetto di revisione costituzionale di grande portata (progetto velleitario per altro, visto che non ha nemmeno la maggioranza assoluta) capace di mutare l'assetto istituzionale della Repubblica.

D'altra parte, è vero che Di Maio non ha fatto altro che tornare nel solco della narrazioneun po' approssimativa della storia politica che si è affermata in Italia dagli anni '90 del secolo scorso.

Gli anni '90 di Tangentopoli e le inchieste della magistratura.

Ma anche della grande crisi culturale dei partiti che avevano caratterizzato la vita repubblicana del dopoguerra. Una trasformazione generata dalla fine della guerra fredda e dall'allentamento delle ideologie forti del Secolo breve. La fine del sistema dei partiti fondato sul dualismo Democrazia cristiana - Partito comunista, con i socialisti a fare da battitori liberi, insieme agli altri partiti più piccoli e definiti "laici".

I referendum elettorali, il cambio di sistema elettorale in senso maggioritario (la "legge Mattarella"), e la formazione di un nuovo soggetto politico al centro del sistema: Forza Italia, cambiarono radicalmente lo scenario politico, la relazione del paese con la leadership dei partiti, l'uso dei media nel confronto fra i leader. 

Roba tosta che venne per abitudine definita "Seconda Repubblica", per segnare la cesura con la fase precedente. Formalmente fu un errore definirla così perché non ci fu nessuna trasformazione della forma di governo, che restò parlamentare, come previsto dalla Costituzione. Si passò solo da un sistema proporzionale a uno con forti tinte maggioritarie.

Niente di paragonabile, per esempio, con il passaggio della Francia dalla Quarta repubblica alla Quinta, che avvenne nel 1958 con una nuova Costituzione. Quest'ultima trasformò il sistema parlamentare della Quarta Repubblica (a sua volta introdotta nel 1946 per sostituire il regime filonazista di Vichy che aveva di fatto sostituito la Terza Repubblica insediatasi dopo la guerra franco-prussiana nel 1871) in una forma di governo semi-presidenziale, che prevede l'elezione diretta del Capo dello Stato.

Si capisce, dunque, con gli esempi francesi, la portata dei cambiamenti necessari per poter parlare di un cambio di Repubblica come ha fatto Di Maio, a sproposito. Niente di tutto questo succederà - per ora - in Italia, anche se le elezioni del marzo 2018 effettivamente sembrano importanti.

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