Politica

Perché la democrazia rappresentativa è in crisi

Dopo l'annuncio di nuove elezioni in Israele, il professor Vittorio Emanuele Parsi spiega le cause dell'impasse in cui si trovano gran parte dei Paesi occidentali

Israel Knesset political crisis

Elisabetta Burba

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«La crisi delle democrazie rappresentative è un problema culturale, prima ancora che politico». Il professor Vittorio Emanuele Parsi è tranchant: per uscire dall'impasse in cui si trovano gran parte dei Paesi occidentali ci vuole un'inversione di rotta. Gli israeliani l'11 dicembre hanno dovuto prendere atto che il 2 marzo 2020 dovranno tornare alle urne per la terza volta in meno di un anno. Gli spagnoli il 10 novembre hanno votato per la quarta volta in quattro anni, senza per questo raggiungere una maggioranza parlamentare. I britannici stanno cercando di uscire dall'Ue da tre anni mezzo ma, nonostante la vittoria elettorale di Boris Johnson, se va bene approderanno alla Brexit il 31 gennaio 2020. Per non parlare del record di 535 giorni trascorsi in Belgio senza un governo tra il 2010 e il 2011 (ma, anche adesso, da maggio Bruxelles sta cercando di mettere insieme una coalizione di governo). Non è messa meglio l'italia, dove la durata media dei governi della storia repubblicana si attesta intorno a un anno e due mesi. Il virus dell'ingovernabilità, insomma, dilaga in tutta Europa, dove oltre un quarto degli attuali parlamenti è stato eletto nel corso di elezioni anticipate. Per orientarsi in un sistema ormai fuori controllo, Panorama ha chiesto aiuto a Vittorio Emanuele Parsi, l'ordinario di Relazioni internazionali che ha scritto il saggio Titanic. Il naufragio dell'ordine liberale.

Professor Parsi, che cosa sta succedendo alla democrazia rappresentativa occidentale?
Il punto principale è che la democrazia rappresentativa è costituita da vecchi partiti, che non si sono dimostrati così efficaci nel gestire la fase di transizione fra le ideologie del Novecento e il nuovo millennio. Peraltro, questi partiti non sono riusciti ad affrontare da un lato il tema delle crescenti diseguaglianze socio-economiche e dall'altro le trasformazioni delle sovranità nazionali in sistemi interdipendenti.

A causa della globalizzazione?
Esatto. Ma questo ha avuto conseguenze inaudite. Dal Dopoguerra a oggi, un po' in tutte le democrazie occidentali lo spettro dell'accettabilità politica era uno spettro di centro, centro-sinistra o centro-destra. Non andava oltre.

Si sta riferendo al vecchio arco costituzionale?
Detto all'italiana, si può definire così. Da qualche anno a questa parte, invece, i partiti che guadagnano in termini elettorali sono i partiti anti-sistema. E questo può rappresentare un problema, perché quei partiti magari poi non riescono a fidelizzare il consenso raccolto. Oppure perché, quando vanno al governo, non riescono a fare quello che hanno promesso. O ancora perché al governo non ci arrivano proprio.

Eppure c'erano partiti anti-sistema anche in passato: il Partito comunista italiano è un caso emblematico...
L'anomalia di un partito come il Pci, che non andava mai al governo ma reggeva e anzi cresceva, era legato a una forte carica ideologica e a un'altissima produzione di contenuti. I partiti attuali sono invece molto deboli nella produzione di contenuti.

Dal punto di vista dell'elaborazione teorica, oggi tutti i partiti sono molto carenti.
Sì, a tutti manca l'elaborazione concettuale. Il risultato è una comunicazione sparata su temi «attention getting», che attraggono attenzione. Ma, mancando l'elaborazione concettuale, i partiti sono costretti a sviare di continuo l'attenzione.

Perché? Che cosa succederebbe se entrassero nel merito?
Si smonterebbe tutto. Se si guarda a molti partiti dei giorni nostri, il rapporto con i loro sostenitori è da curva Sud, da tifoseria che va tenuta sempre infiammata perché altrimenti si affloscerebbe.  Scomparso il voto di opinione, scomparso il voto di appartenenza, è rimasto solo il voto di pancia, che è irrazionale e umorale. Voto che, peraltro, non è più di identità ma di identificazione nella figura del leader. Per andare oltre ci vorrebbe o la fede o la speranza. E qui non c'è né fede né speranza.

Ma il sistema non dovrebbe adeguarsi a un cambiamento così clamoroso?
I sistemi elettorali non determinano i sistemi politici.

Il sistema francese, grazie al ballottaggio, riesce però a garantire stabilità.
Ma il sistema elettorale non basta. Se in Francia il presidente Emmanuel Macron non fosse stato capace di proporsi come interprete del nuovo, non sarebbe andato da nessuna parte. Non basta il doppio turno per uscire dall'impasse in cui si trova la democrazia rappresentativa.

E allora, come se ne esce?
Con la costituzione di nuovi soggetti politici, che siano capaci di intercettare il malessere dell'elettorato e offrire risposte razionali e fattibili.  

È un percorso lunghissimo...
Certo, ma la gestazione della crisi è stata lunga. E sarà lunga anche l'uscita.

Ci vorranno decenni?
Magari decenni no, ma vari anni sì. Se un sistema non produce contenuti nuovi, non va da nessuna parte.

Intravvede qualche soggetto che possa realizzare questo cambiamento?
Come già capitato in passato, vedo segnali interessanti oltreoceano. Personaggi come i leader democratici Bernie Sanders, Elizabeth Warren e anche Alexandria Ocasio-Cortez stanno portando avanti proposte di un cambiamento radicale.

Ocasio-Cortez for president?
No, non penso che l'attivista Ocasio-Cortez diventerà il futuro presidente degli Stati Uniti. Ritengo però che rappresenti una grande novità.

Anche dal Regno Unito arrivano segnali massimalisti: il programma di Jeremy Corbyn era un manifesto contro il «capitalismo vorace». Non a caso si intitolava «È il momento di un vero cambiamento».
Al di là della sconfitta elettorale, il caso di Corbyn è interessante. La sinistra deve uscire dai paradigma del neoconservatorismo e del neoliberismo, che hanno spostato l'asse del sistema politico verso destra.

Già... Sempre più spesso le classi svantaggiate si sentono più rappresentate dalla destra che dalla sinistra.

La destra vince perché offre proposte radicali. Quindi la sinistra, per vincere, deve costruire proposte altrettanto radicali, ovviamente nel solco della tradizione progressista.

Interessante anche il programma di Elizabeth Warren, che propone riforme radicali per la classe media.

Quella di Elizabeth Warren è una cura radicale del sistema, per indurre un'inversione di tendenza.

E in Italia? Intravvede qualche segnale di cambiamento?
Nessuno.

E le Sardine?
Massì, forse le Sardine. Se il problema è culturale, prima ancora che politico, un movimento che rilancia una cultura politica ha una sua forza. È quello che può servire in questa fase. Se la crisi è prepolitica, per risolverla può essere utile un movimento prepolitico. Molto più utile della creazione dell'ennesimo partito politico, alla Matteo Renzi per intenderci.   

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