Claudia Daconto

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Nessuno, tranne un paio di parlamentari, ha avuto finora il coraggio di festeggiare pubblicamente. Il primo posto di Chiara Appendino nella classifica dei sindaci più amati d'Italia realizzata da Ipr Marketing per il Sole 24 Ore ha infatti creato più imbarazzo che soddisfazione. Se in sette mesi la giovane torinese ha guadagnato consenso tra i suoi concittadini passando dal 54,6% del giorno della sua elezione al 62%, la collega romana Virginia Raggi è infatti sprofondata al penultimo posto, centrotreesima su centoquattro.

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Rintanata da settimane nel bunker che è diventato per lei il Campidoglio, Raggi è riuscita a far peggio dei suoi predecessori, Ignazio Marino e Gianni Alemanno. E benché all'inizio il Movimento 5 Stelle avesse investito proprio su di lei, quasi ignorando Appendino, la cui vittoria sembrava molto meno scontata, oggi solo il 44% dei romani la rivoterebbe. A giugno erano stati il 67,2. Raggi ha perso il 23,2% del consenso. Numeri alla mano, tutti gli elettori conquistati al secondo turno.

Così, mentre in giornata è attesa la sentenza sul contratto di fedeltà, con penale di 150mila euro in caso di cambio di casacca e violazione dei principi del M5S, che Virginia Raggi aveva firmato per essere candidata mentre, guarda caso, Chiara Appendino no, il confronto tra le due diventa inevitabile.

Differenze
Cosa le distingue, cosa ha determinato finora il successo dell'una e il fallimento dell'altra, a cominciare proprio dalla scelta di accettare un contratto del genere?

Ammesso anche che quando hanno preso in mano le redini della loro città, Torino si trovava in condizioni molto migliori di Roma, se Appendino ha deciso di non sedersi sugli allori e di lavorare duramente, Raggi ha continuato per mesi a dare la cola di qualunque disservizio alle amministrazioni precedenti.
Un alibi che a lungo andare non ha retto di fronte alla scelta reiterata di non fare (vedi le Olimpiadi) piuttosto che a quella di provare a fare meglio.

E se è vero che le doti della torinese sono messe in risalto anche dalle difficoltà macroscopiche dell'altra, non si può non riconoscere a Chiara Appendino l'impegno a volere essere il sindaco di tutti mentre la sua collega ha sempre fatto in modo di ricalcare la profonda distanza tra lei e tutti coloro che per ragioni di appartenenza politica le sono contro, o hanno idee di verse dalla sua. Come quando è scesa in piazza contro il referendum costituzionale urlando slogan sguaiati da militante di parte.

Appendino non solo ha saputo inoltre riconoscere i meriti di chi l'ha preceduta nell'amministrazione della città, ma ha anche dichiarato che i cambiamenti devono prodursi per gradi e senza strappi inutilmente traumatici. Raggi continua a ripetere “cambieremo tutto” ma finora ha cambiato solo assessori, collaboratori e poltrone.

Quanto Chiara è dialogante, tanto Virginia si mostra afona, immobile, inerte (grandi opere al palo, manutenzione pubblica assente, trasporti insufficienti, investimenti azzerati, turismo e cultura in stallo) e allo stesso tempo ottusamente cocciuta (finché non gliel'hanno arrestato per corruzione, guai a toccare il suo protetto Raffale Marra).

Appendino si è sempre tenuta le mani libere (anche per stringerle a chi dice lei e non solo a chi piace ai capi del Movimento), Raggi è ostaggio del vertice pentastellato e pur di non farsi intercettare da nessuno, e non solo dalle cimici (una delle rarissime interviste alla stampa la concederà stasera al programma diMartedì su La7), sale sui tetti del Campidoglio con i suoi fidatissimi.

Appendino sorride sempre, è empatica, ha un'immagine solare (suo punto di forza anche nella competizione con Piero Fassino). Raggi, che in pochi mesi ha perso oltre al consenso anche tanti chili, è triste. Quella maschera da sfinge in cui ha trasformato il suo volto e che per lei dovrebbe servire a comunicare imperturbabilità nei confronti delle critiche e impermeabilità verso tutti i possibili condizionamenti, la fa apparire debole, insicura ma soprattutto sofferente.

Appendino è rassicurante. Da mamma lavoratrice, ha saputo trasferire nella cura e gestione della della città la concretezza che è propria del femminile e l'intuito materno nell'affrontare i conflitti. Raggi, che pure è donna e mamma, nell'evocare di continuo complotti a suo danno (compreso quello dei frigoriferi abbandonati), risulta inquietante, come nel video postato alle due di notte con tutti gli assessori alle sue spalle muti e immobili.

Ecco come il sindaco di Torino, su cui il M5S non aveva mai scommesso, è diventata una medaglia al valore, mentre quello di Roma, che doveva essere il viatico principale per il governo nazionale, ha finito per rivelarsi il peggiore degli investimenti.

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