Politica

Perché Calenda non può essere il segretario del Pd

Le sue capacità tecniche non bastano per ricucire con la base che è sempre più lontana dal Nazareno

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Sara Dellabella

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Ultimamente si è occupato di aziende in crisi e oggi che l’azienda in crisi si chiama Pd, Carlo Calenda entra in partita.

Il giorno dopo la débacle elettorale di Matteo Renzi, il Ministro dello Sviluppo economico ha annunciato via twitter l’iscrizione al partito nel giubilo dei dirigenti ancora storditi dallo schiaffo elettorale.

 “Mi ha dato il benvenuto e poi ci siamo mandati a quel paese come sempre” così Calenda racconta la telefonata con il segretario dem, al quale in questi mesi non ha lesinato critiche, mostrandosi più affine al carattere di Paolo Gentiloni. E sono molti in queste ore a leggere l’ingresso di Calenda nel Pd come una mossa del premier in carica per disarcionare definitivamente Renzi e il suo Giglio magico.

Perché sarebbe l'uomo sbagliato

Ma sbaglia chi pensa che possa essere Calenda il prossimo segretario del Pd. Prima di tutto perché non è un uomo di sinistra, e il Pd deve cercare di aggiustare la casa partendo dalle fondamenta.

Le elezioni hanno mostrato che non esiste più nel panorama politico italiano un soggetto di sinistra rappresentativo e un’analisi ragionata della sconfitta dovrebbe partire da li. Senza arrivare ai toni esasperati di Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, che oggi dalle colonne de Il Corriere della Sera torna a chiedere un “processo” per “i delinquenti seriali che hanno distrutto la sinistra e rotto l’idea di comunità”.

Ecco, Calenda non è un uomo di sinistra che può ricucire il tessuto con la base.

Di circoli, sezioni, feste de L’Unità, di storia di partito non sa nulla. Oggi, fallita la rottamazione, c’è da recuperare soprattutto un lessico capace di riagganciare il dialogo con chi in questi ultimi anni si è progressivamente allontanato dal Pd, non riconoscendo più in Renzi un rappresentate e un interlocutore.

Il ruolo che può ricoprire

Però le capacità del manager possono essere utili in questo momento di sbandamento collettivo. La situazione del partito è complicata, al pari di un’azienda sull’orlo del fallimento. I dipendenti sono in cassa integrazione e le casse semi vuote.

C’è un segretario con dimissioni a data da destinarsi e che probabilmente lunedì non sarà neppure in direzione. Invita all’analisi, ma la diserta. Nelle mille contraddizioni del leader e dell’uomo, oggi pensare che Renzi possa essere sostituito da Calenda, sarebbe l’ennesimo errore. Piuttosto bisognerebbe recuperare le intenzioni delle origini e c’è già chi immagina un ritorno in campo di Walter Veltroni e i tempi d’oro del Lingotto.

Nello psicodramma democratico Calenda si inserisce come il Ministro dello Sviluppo Economico che cerca di trovare un ordine nei frammenti del PD, cercando di evitare il peggio. Tant’è che annunciando il suo ingresso nel Pd ha invitato a ricostruire quello che c’è, rivolgendosi soprattutto a chi ha in mente un’altra scissione che elettoralmente, abbiamo visto, paga poco.   

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