Il Pd e la pesante sconfitta alle comunali

I risultati dei ballottaggi sono un campanello d'allarme per Renzi che non può più escludere il voto anticipato

Matteo-Renzi

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi – Credits: ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images

Claudia Daconto

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“È una sconfitta – riconosce Matteo Renzi – ma non è colpa mia”. Dopo la lettura in chiaroscuro dei risultati delle regionali, in casa Pd quella dei ballottaggi delle comunali è nera.

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In Toscana, nella terra del premier, i dem perdono tutto quello che potevano perdere: tre ballottaggi su tre. Ad Arezzo (città del ministro Maria Elena Boschi) il renziano Matteo Bracciali, partito con un vantaggio di 8 punti, è stato sorpassato da Alessandro Ghinelli di Forza Italia. A Viareggio, in provincia di Lucca, Giorgio del Ghingaro, ex sindaco dem di Capannori, ha battuto il candidato "ufficiale" del pd Luca Poletti con il 60,33% dei voti. A Pietrasanta (Lu) si è imposto Massimo Mallegni, il candidato di centrodestra.

Luna di miele finita?

Ma è la perdita di Venezia, commissariata un anno fa dopo l'arresto del sindaco Pd Giorgio Orsoni per la vicenda Mose, il colpo più duro, la sconfitta più "bruciante", come l'ha definito il vicesegretario Lorenzo Guerini. 10 punti indietro al primo turno, Luigi Brugnaro ha battuto il senatore ed ex magistrato Felice Casson con il 53,2 delle preferenze. Dopo 20 anni di sindaci rossi, anche nella "seconda città più bella del mondo dopo Firenze" (parola di Matteo Renzi), torna a riaffacciarsi il centrodestra. Avranno pesato le inchieste sul Mose, certo. Lo scontro sull'emergenza immigrazione e le polemiche sulla sicurezza nelle città, sicuro. Ma anche questioni più politiche.

Intanto la difficoltà di sommare i voti di Pd e M5s, ma soprattutto quello che ha detto Silvio Berlusconi su Matteo Renzi che "ha perso smalto" e quello che ha detto Renzi sul centrodestra che "non è affatto morto". Due ragionamenti speculari e complementari che descrivono bene la situazione. Il 40,8% ottenuto alle Europee dell'anno scorso è un ricordo sbiadito che il Pd non potrà più sventolare, come ha fatto per mesi, davanti a qualsiasi critica che gli veniva rivolta sia dall'esterno che, soprattutto dall'interno e per regolare, appunto, i propri conti in casa. La luna di miele tra il premier e gli elettori sembra quindi finita.

Urne meno lontane

Ecco perché, paradossalmente (ma c'è una spiegazione), le urne non sono più un tabù. Fino ad oggi Matteo Renzi ha sempre ripetuto di voler arrivare fino al 2018 per portare a termine le riforme, agganciare la ripresa, rendere di nuovo credibile l'Italia a livello internazionale e agli occhi dei mercati. Ma adesso che la legge elettorale è fatta, che quella costituzionale dovrebbe vedere la luce entro la prossima primavera, che l'alleanza con Forza Italia è rotta e quella con Ncd scricchiola, che i sondaggi non gli sorridono più ma potrebbero tornare a farlo nei prossimi mesi se le previsioni di crescita (tra lo 0,6 e l'1,2) saranno confermate, Renzi potrebbe decidere di rovesciare il tavolo. La frase su Roma, dove le elezioni non devono essere temute perché se il Pd le temesse “non sarebbe il Pd”, è una spia del fatto che l'ipotesi non è poi così peregrina. Votare in tempi stretti (autunno 2016) gli sarebbe utile per due motivi: evitare un inevitabile logoramento e impedire al centrodestra di ricompattarsi e tornare a essere competitivo anche a livello nazionale.

L'ennesima rinascita di Berlusconi

Il centrodestra, infatti, quando si presenta unito, come in Liguria con Giovanni Toti, dimostra di avere ancora forza attrattiva. Anche quando punta su un nome molto meno conosciuto del'avversario, come a Venezia con quello di Brugnaro. L'obbiettivo, a questo punto, diventa quello di riuscire a proiettare su scala nazionale il modello di alleanze risultato vincente a livello locale evitando di cedere "troppa sovranità alla Lega". Nella speranza di avere tempo sufficiente per compiere il rilancio che Silvio Berlusconi - dato erroneamente per morto ancora una volta - sta architettando da tempo ottenendo già i primi risultati. E che potrebbe trovare pieno compimento grazie all'Italicum: in un eventuale ballottaggio con il Pd - è il ragionamento dell'ex premier - il centrodestra potrebbe infatti beneficiare dei voti della maggioranza dell'elettorato grillino ostile a Renzi.

La buona e la cattiva notizia per Renzi

L'unica buona notizia per il premier, anche se impossibile da ammettere, è che a perdere a Venezia non è stato uno dei suoi ma un nome simbolo per la cosiddetta sinistra dem. La sconfitta di Felice Casson, infatti, rappresenta anche un monito per gli avversari del premier. Dopo Pastorino in Liguria, che non è andato oltre il 9%, l'ex magistrato che non votò la fiducia sul Jobs Act non è riuscito a sfondare nell'elettorato moderato e nemmeno a intercettare il voto grillino. La peggiore, invece, è quella sull'astensionismo, che aumenta ancora. Partecipare alla vita democratica del Paese attraverso la scelta di rappresentanti locali (in particolare) da cui non si sentono più rappresentati da un pezzo in quanto rappresentano solo se stessi e soprattutto i propri interessi, spesso illeciti, interessa ormai a meno di un italiano su due.

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