Paolo Papi

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Talvolta titoli di giornali («La scissione è già avvenuta») possono essere fuorvianti. E talvolta lo sono ancora di più, se il titolo - praticamente identico su tutte le homepage dei siti dei principali quotidiani italiani - lascia immaginare che la scissione nel corpaccione del Pd sia già avvenuta su spinta della vecchia guardia del partito.

In realtà non è così. O, perlomeno, non è ancora così. Ma partiamo dai fatti.

Pierluigi Bersani, chiacchierando in Transatlantico con i cronisti parlamentari, non ha  dichiarato - come parrebbe  - che lascerà il Pd. Si è limitato a fare un ragionamento, politico, sulla spaccatura tra il gruppo dirigente del partito guidato da Matteo Renzi e il popolo della (fu) sinistra. Un ragionamento che è in linea con quanto dichiarato dall'ex ministro negli ultimi anni: «La scissione è già avvenuta tra la nostra gente», queste le sue parole. «E io mi chiedo come possiamo recuperare quella gente lì. Io ieri in direzione ho visto solo dita negli occhi a questa gente. Non può essere».

Non ha detto insomma, Bersani, che se ne sta andando, come parrebbe dai titoli.

Ha ribadito le sue critiche feroci al segretario del suo partito, «che rischia di diventare il PdR, il partito di Renzi», ma non ha aggiunto nulla a quanto dichiara ormai da mesi, se non da anni, da quando per lo meno il giovane «rottamatore» gli ha preso il partito, con la complicità dei 101 che nel 2013 bocciarono nel segreto dell'urna, dopo averlo acclamato nella direzione del Pd, il nome di Romano Prodi al Colle.

Insomma: siamo ancora al solito Bersani, all'ex leader Pd che dice e non dice, che usa metafore contadine della bassa emiliana, che minaccia la scissione ma continua a stare, come D'Alema, con un piede dentro e un piede fuori, animatore di una guerriglia quotidiana contro il leader del  partito, della cui storia però continua a presentarsi come il più fedele servitore.

Ci si potrebbe chiedere che cosa gli impedisca di tirare le conseguenze politiche dei suoi frequenti attacchi al segretario.

Ci si potrebbe chiedere perché lui, D'Alema, Speranza e forse anche Cuperlo non abbiano ancora deciso di fare il grande passo, magari in compagnia di Nichi Vendola o dell'ex sindaco Giuliano Pisapia. Ci si potrebbe infine chiedere quale prospettiva politica possa disegnare per il Paese un partito che, più che un partito, assomiglia,  a una federazione di anime politiche, di punti di vista, di cacicchi e di clientele.

Quello che non si può fare è gabellare l'ennesima esternazione antirenziana di Bersani come una novità meritevole di finire in testa a tutti i siti italiani.

Bersani si è limitato, anche oggi, a dire quello che ha sempre detto. E cioé che Matteo Renzi non ha «buonsenso», che sta trasformando il Pd in un partito personale  troppo vicino all'establishment, che sta facendo fuggire il tradizionale popolo della sinistra, come confermerebbero i dati del tesseramento del 2016.  Nulla di nuovo, sotto il sole, insomma. Siamo ancora al congresso permanente del Pd  a mezzo stampa, come ormai accade da mesi.

Che cosa accadrà dopo, se Bersani e D'Alema se ne andranno davvero, o sapremo tra qualche mese, quando risulterà chiara la legge elettorale con cui saremo chiamati al voto, che cosa accadrà al Congresso, che cosa si muoverà in quel mondo riottoso e scontento che si muove fuori dal Pd, ancora più diviso oggi di quanto non sia il partito di Renzi, come emerge dal continuo proliferare di sigle che si richiamano alla Vera Sinistra: SI dell'ex sottosegretario Fassina, Possibile di Pippo Civati, gli ex Sel spaccati tra anti-Pd puri e duri e governisti disponibili a un'alleanza ex post con il partito di Renzi, il Campo progressista di Pisapia e Tabacci, non dimenticando gli identitaristi comunisti dell'ex ministro Paolo Ferrero.

Ma torniamo a Bersani. Il quale, di Renzi, non condivide né il calendario sui tempi delle urne (che l'ex premier immagina al massimo a settembre e che la minoranza vuole a fine legislatura nel 2018) né quelli su quanto debba durare il congresso Pd (che Renzi immagina rapido per impedire alle minoranze di riorganizzarsi e anche per andare presto alle urne e che Bersani immagina di lunga durata).

«Io da Renzi non mi aspetto nulla, ma chi ha buonsenso ce lo metta. Perché siamo a un bivio molto serio» ha aggiunto. Quasi a ribadire quello che è ormai chiaro: i vecchi leoni Pd, prima di lasciare tutto il Pd a Renzi, proveranno a vendere cara la pelle. Perché chi è cresciuto nella Chiesa-partito  (quale era il Pci) ci pensa non una, ma cento volte prima di andarsene, anche quando le prospettive appaiono ormai inconciliabili e i rapporti personali troppo logori per continuare a militare nello stesso partito.

IL DISCORSO DI BERSANI ALLA DIREZIONE PD<(B>
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