Pd: la Procura di Savona indaga su voti pagati alle primarie liguri

Minorenni, extracomunitari e famiglie meridionali: i magistrati interrogano centinaia di persone che avrebbero falsato il risultato ad Albenga.

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Sergio Cofferati nella sede del Pd commenta con i giornalisti la vittoria della sua antagonista Raffaella Paita, Genova, 11 gennaio 2015. – Credits: ANSA/PAOLO ZEGGIO

Antonio Rossitto

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«Procuratore, c’è il segretario provinciale del Pd che vorrebbe parlarle ». Lunedì mattina, 12 gennaio 2015, sesto piano del palazzo di Giustizia di Savona: nell’ufficio di Francantonio Granero, il capo della Procura, le lancette dell’orologio segnano le otto e trenta. Ma la segretaria gli annuncia già una chiamata importante. Il giorno prima, in Liguria, ci sono state le primarie per le elezioni regionali di maggio. L’assessore regionale alle infrastrutture Raffaella Paita, detta «Lella», ha sconfitto l’eurodeputato Sergio Cofferati, «il cinese». Così a metà mattina Fulvio Briano, che guida il Pd savonese, riferisce al procuratore i resoconti del giorno precedente: immigrati trascinati ai seggi, imberbi sedicenni folgorati dai democratici, vecchi squali della politica in azione. E il sospetto che centinaia di voti arrivati a Paita siano stati remunerati. Qualche giorno dopo in Procura, dall’opposta fazione, arriva un altro tassello: una querela presentata dall’ex sindaco di Albenga, Rosy Guarnieri. La pasionaria leghista riferisce di essere stata minacciata proprio per aver denunciato i presunti brogli delle primarie. E poi ci sono i verbali della Commissione di garanzia del Pd, che ha annullato il voto in 13 seggi: decisione che ha ridotto lo scarto tra i contendenti a 3.813 voti, su un totale di 49.588 preferenze.

Voto regolare invece ad Albenga, dove Paita ha raccolto 1.320 consensi su 1.578: uno sbalorditivo 84 per cento. Eppure è proprio in questa cittadina del Ponente ligure che si sta concentrando l’inchiesta della procura di Savona. Soldi in cambio di voti: è questa l’ipotesi investigativa. E la dazione non si limiterebbe ai due euro necessari per votare. Molte persone sarebbero state invogliate nelle maniere più subdole. I carabinieri di Savona, su delega della Procura, hanno già sentito centinaia di persone, individuate grazie all’elenco dei votanti. L’attenzione si è concentrata su minorenni, extracomunitari e famiglie meridionali. L’indagine, per adesso contro ignoti, si rafforza ogni giorno: il mercimonio sembrerebbe un dato acquisito. I magistrati sono sicuri di poter contestare l’articolo 294 del codice penale: «Chiunque con violenza, minaccia o inganno, impedisce in tutto o in parte l’esercizio di un diritto politico » è punito con una reclusione che va da uno a cinque anni. Il reato, quindi, si consumerebbe se, alle elezioni, venisse votato un candidato scelto con criteri fraudolenti. Un’indagine complessa. Per questo i magistrati potrebbero avvalersi di consulenze. Come uno studio sociopolitico che misuri quanto effettivamente abbiano influito i voti falsi sulla formazione delle liste.

 Ad Albenga, in piazza Tricheri, tra concittadini si spiffera solo di primarie. Il seggio in cui si è votato, un auditorium dello storico palazzo Oddo, dista poche decine di metri. Ma di fronte al cronista gli attacchi di amnesia sono frequenti. Panorama ha raccolto le confidenze di alcune persone, con promessa di anonimato. Le tecniche usate ad Albenga sono degne di Achille Lauro: l’armatore napoletano che regalava agli elettori la scarpa sinistra prima del voto, e quella destra a urne chiuse. L’arzilla ottantenne ad esempio, rivela: «Domenica mattina sono andata a fare colazione al bar, come sempre. Ma appena arrivata alla cassa, si è avvicinato un ragazzo che conoscevo: “Già fatto, signora” ha detto. E poi mi ha chiesto se potevo fargli un favore: andare a votare per la donna (Paita, ndr). Mi ha dato due euro, che dovevo consegnare per votare. Dopo, avrei dovuto riportargli la ricevuta del voto in piazza. Non avevo niente da fare e il seggio era vicino».

Colazione pagata anche per una coetanea campana: nel suo caso i due euro erano nascosti sotto la bustina zucchero accanto alla tazzina di caffè, che le è stata portata al tavolo dal solerte collettore di voti. Il disoccupato siciliano riferisce invece a Panorama di essere stato chiamato il giorno prima delle primarie da un ex consigliere comunale: «Ha detto che mi avrebbe dato dieci euro. Soldi che mi ha consegnato prima di votare». Ancora più diabolico sarebbe il metodo escogitato per tentare di persuadere il cameriere di origine calabrese, appassionato di scommesse online: «Ero al bar. Un tizio che conosco s’è avvicinato: “Se ti faccio una ricarica di dieci euro per giocare, domenica voti per la Paita?». Mentre in piazza Tricheri anche alcuni extracomitari confermano di essere stati avvicinati: offerta che molti hanno malvolentieri rifiutato perché irregolari. Del resto anche lo sconfitto Cofferati, qualche giorno dopo il voto, aveva denunciato: «Ad Albenga hanno votato come mai prima d’ora. Ci segnalano perfino marocchini di 16 anni corsi alle urne».

Extracomunitari, anziani e disoccupati. Ma ai seggi sarebbero accorsi anche giocatori, perfino minorenni, della squadra di calcio locale, con tanto di famiglia al seguito. Questo è uno dei versanti principali dell’inchiesta della Procura. Il vicepresidente della società è Roberto Schneck, ex vicesindaco forzista acchiappavoti, folgorato adesso sulla via dei democratici. Il suo appoggio alla Paita è sempre stato aperto e convinto: in cambio, alludono i giornali locali, avrebbe avuto la promessa di un posto in consiglio regionale. Calciatori in erba e famiglie sarebbero state allertate da un messaggio su Whatsapp. Panorama ha letto il testo. Si chiede il voto per un «favore personale al vicepresidente»: i due euro sarebbero poi restituiti. Contattato diverse volte, Schneck ha evitato ogni incontro. Lunedì 26 gennaio si è però sfogato su Facebook: «In tutta la mia vita non ho mai comprato un voto» ha scritto. «Non sono amareggiato ma decisamente indignato ».

Invece Andrea Tomatis, il presidente dell’Albenga calcio, non si è sottratto al cronista: «Anche a me hanno mostrato quel messaggio, ma non gli ho dato peso. Potrebbe essere stato un favore non richiesto che qualcuno pensava di farmi: non è un mistero che abbia invitato tutti i miei conoscenti a votare Paita. O magari è stato solamente uno scherzo». Si ferma un attimo. Aggrotta la fronte, cercando di ricordare: «Sì, probabilmente è stato solo lo scherzo di un amico» conclude. Ma i musi lunghi che escono in processione dalla caserma dei carabinieri di Albenga non fanno pensare a una guasconata. Piuttosto a un pasticcio da cui adesso nessuno sa bene come tirarsi fuori.

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