Pd: perché la minoranza perderà anche sull'Italicum

Dopo il via libera alla riforma del Senato, l'opposizione dem sarà costretta a cedere anche sulla legge elettorale che oggi minaccia di non voler votare

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L'ex segretario del Pd Pierluigi Bersani in Aula della Camera durante il voto in seconda lettura sulle riforme costituzionali, Roma, 10 marzo 2015. – Credits: ANSA/ ALESSANDRO DI MEO

Claudia Daconto

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Dopo aver rinunciato a combattere tutte le battaglie possibili, adesso la minoranza del Pd vuole vincere quella impossibile sull'Italicum. Ma la legge elettorale non si tocca. Matteo Renzi l'ha ripetuto già più volte e non sembra farsi gran cruccio della minaccia arrivata dai vari leader della sua opposizione interna, per altro molto divisa, di non votarla alla Camera se non sarà modificato il testo soprattutto per quanto riguarda i capilista bloccati.

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Minoranza Pd senza strategia comune

“Il sì al ddl Boschi è stato l'ultimo” ha avvisato Pier Luigi Bersani. Ma chi ci crede più? La battuta di Pippo Civati – un altro che da un anno annuncia che sta per andarsene dal Pd – sulle battaglie da combattere che sono sempre le prossime, non è fuori luogo. Anche ieri il dissenso si è tradotto in appena 3 astenuti (Vaccaro, Galli e Capodicasa) e 4 assenti per motivi politici (Civati, Boccia, Pastorino e Fassina) e non con regolare giustificazione come gli altri che non erano presenti. Segnale evidente che nella composita galassia degli antirenziani in Parlamento non si è nemmeno riusciti a trovare una strategia comune visto che Bersani e Cuperlo, anche se con riserva, erano in aula a votare sì.

Le ragioni di chi si oppone all'Italicum

Non che nel merito della questione le ragioni di malessere siano trascurabili o infondate. L'ex segretario dem era stato in mattinata anche dal presidente Mattarella per avvisarlo del rischio che la democrazia correrebbe con una camera completamente non elettiva (il Senato) e un'altra nominata in gran parte direttamente dalle segreterie dei partiti. Anche Massimo D'Alema si era fatto rivedere la sera prima in tv per sparare a zero su un Senato composto di consiglieri regionali che magari hanno “problemi con la giustizia e gli serve l'immunità”. Mentre in aula è stato Gianni Cuperlo a dire che “ciascuno si assumerà le proprie responsabilità, perché le riforme costituzionali e quella elettorale non assicureranno un equilibrio”. Ma poi anche il bersaniano Alfredo D’Attorre, assente per protesta alla riunione di lunedì dei parlamentari con Matteo Renzi, alla fine, “come ultimo atto di responsabilità” ha votato sì. Idem Rosy Bindi, che se ieri è rimasta dalla parte del premier, quando si tratterà di votare il referendum sulle riforme giura che passerà da quella dei cittadini. 

Perché la battaglia alla Camera è già persa in partenza

Referendum su cui, tra l'altro, la minoranza dem si è già divisa. Secondo alcuni votare “no” insieme a Salvini e alla destra più oltranzista, potrebbe infatti non essere la mossa più giusta, o comunque quella più difficilmente spiegabile ai propri elettori. Nei prossimi giorni sono in programma due incontri per provare a imbastire una linea comune. Ma non è già troppo tardi? Persa la battaglia su Jobs Act, persa quella sul Senato (che già all'epoca in cui il testo doveva essere approvato in prima lettura a Palazzo Madama era stata rimandata alla Camera), adesso Bersani&co ci riprovano con Italicum, per bloccarlo alla Camera, dove la maggioranza è molto più solida e dopo avergli dato il via libera al Senato dove i numeri a disposizione del premier erano sicuramente più esigui. Ma soprattutto dopo che si saranno già svolte le elezioni europee che potrebbero consegnare a Matteo Renzi una vittoria in grado di rinsaldare la sua azione di governo ma anche la sua leadership, e quindi il suo potere di ricatto (votate sì o scordatevi un posto in lista), all'interno del partito. Senza contare che se nei prossimi mesi Silvio Berlusconi dovesse decidere di rinnovare in qualche modo il patto del Nazareno, con i voti di Forza Italia, l'Italicum sarebbe comunque blindato. 

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