La partita doppia di Bersani

Pd, un paziente gravemente affetto da ipocrisia con cui è difficile ipotizzare alleanze. Tantomeno per il Cavaliere, tentato dalle elezioni

Pier Luigi Bersani con Romano Prodi (Credits: Matteo Bazzi/Ansa)

di Keyser Söze  

L’ipocrisia è il vero male della politica italiana. Da noi si predica bene, ma si razzola male. Pier Luigi Bersani, a parole, ha sostenuto per settimane che la trattativa per il Colle sarebbe stata disgiunta da quella per il governo, però in pratica ha fatto il contrario. Mentre il leader del Pd ragionava di Quirinale, il fido Enrico Letta dissertava di palazzo Chigi. E qualche passo avanti l’ambasciatore del Pd lo ha pure fatto.

«Potremmo anche votare un governo insieme a voi» ha spiegato ai suoi interfaccia del centrodestra. «Ci potrebbero essere anche vostri ministri, ma di un certo tipo: uno come Gaetano Quagliarello potremmo permettercelo, nomi come Renato Brunetta e Daniela Santanchè no».

Insomma, il Pd, specie quello di rito bersaniano, è in pieno stato confusionale. Vagheggia incontri con il Pdl del terzo tipo, si arroga il diritto di giudicare il grado di «presentabilità» dei suoi interlocutori. Discorsi che sull’altro versante sono stati presi come una mezza provocazione. «Perché Quagliarello è meglio di me?» si è sfogato con gli amici Brunetta. «Questi puntano a dividerci, a rigettare sul Pdl le loro divisioni». È proprio quello che sospetta Silvio Berlusconi che, infatti, ha cominciato a non fidarsi di Bersani, ma, soprattutto, del fatto che Gargamella, per dirla con Beppe Grillo, sia ancora effettivamente il leader del Pd. «Vogliono fare l’accordo con noi» si arrabbia a intervalli regolari il Cav, «ma contemporaneamente sembra che si vergognino di noi. Come si fa a fare un governo insieme in queste condizioni?».

Appunto, come si fa? Così la trattativa per il Colle è andata avanti per settimane tra docce calde e fredde. E nel borsino le chance dei vari candidati hanno fatto su e giù. Domenica scorsa Enrico Letta si è preso l’onere di spiegare a Franco Marini che margini per lui non ce ne sono più: «Mi dispiace, Franco, ma non tutto il Pd ti vota». Mentre Bersani ha cominciato a fare i doppi giochi.

Per esempio, ha messo in dubbio con Mario Monti un dato che davano tutti per scontato, l’ok del Cav per Giuliano Amato. «Berlusconi gli ha detto» è il resoconto dell’incontro dell’ex premier al fido Mario Mauro «che non passa: non ho capito se perché non lo vuole o perché non tutti nel Pdl lo votano». Naturalmente era un’interpretazione del tutto inventata per far uscire dalla porta Amato e far rientrare dalla finestra un nome che a lui piace molto, Sabino Cassese.

Di certo c’è che un ex socialista, Maurizio Sacconi, è andato a trovare il Cav per mettere agli atti un suo parere: «non ti fidare di Amato». Non c’è, quindi, un candidato che non abbia controindicazioni, da Massimo D’Alema a Luciano Violante, a Walter Veltroni (tenuto coperto), per arrivare al nome più indigesto per il centrodestra, cioè Romano Prodi. E a proposito del professore il Cav ha voluto anche verificare le intenzioni di un suo grande elettore, Matteo Renzi. E pure con lui ha trovato le linee di una possibile intesa: certo non su Prodi, ma sugli scenari futuri, cioè sulle elezioni. In fondo, se Bersani non è capace di costruire, non è in grado di garantire un’intesa per un governo serio con il Pdl, si potrebbe sempre far saltare insieme a Renzi una legislatura nata male. «Quando mi ricapiterà» osserva il Cav «di andare al voto in una condizione più favorevole dell’attuale?».

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