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Politica

Il caos anche verbale della sinistra

Il futuro del Partito Democratico è un rebus inestricabile in cui le parole aggiungono confusione. E intanto la resa dei conti si avvicina e il partito rischia di lacerarsi

Il futuro del Pd è un rebus inestricabile. A voler trovare un senso alle esternazioni che volano in questi giorni, rischiamo di rovinarci le feste. Prendiamo questa frase di Elly Schlein, la candidata alla segreteria che in teoria si propone di fare chiarezza nel marasma generale: “La sfida qui non è fare una resa dei conti identitaria. Non è neanche misurarci con il termometro di quanto riformismo e quanto radicalismo serva. La sfida è quella di interrogare tutte le culture di provenienza che hanno formato questa importante storia del Partito Democratico, su una questione che oggi è ineludibile per tutti.: cioè come cambiamo questo modello di sviluppo che sta in qualche modo consumando il Paese”. Anche rileggendo più volte l’invettiva, si fatica a trovare un capo e una coda.

Ed è arduo individuare dei contenuti concreti. Fondamentalmente, trattasi di fuffa di seconda categoria cucinata in cento modi diversi. Esattamente lo specchio di ciò che oggi resta nel partito. E non è un caso che ad accodarsi al treno della giovane bolognese in corsa per la guida del Pd, sia riemerso dalle ceneri il capo delle cosiddette sardine, Mattia Santori. Sardine decisamente stagionate, che somigliano più a cavallette pronte ad assaltare la diligenza democratica nei momenti di maggior confusione.

Da qui all’appuntamento del 19 febbraio, il partito rischia seriamente di lacerarsi. Troppo distanti le posizioni tra il nuovismo sottovuoto, i vecchi riformisti, gli antichi democristiani e i nostalgici di Renzi. E troppo alta la paura che il centrosinistra diventi improvvisamente sinistra tout court, e quella della peggior specie: un fondamentalismo dei diritti arcobaleno che lascia poco spazio al contatto con la realtà delle cose, incapace di guardare ai bisogni reali degli italiani. Pierluigi Castagnetti, uno dei fondatori del Pd, ha già detto che se non cambiano i concetti fondanti della discussione un pezzo dei dem è pronto a fare le valigie. Luigi Zanda si rifiuta di scrivere la nuova Carta dei valori su queste basi. E Il sindaco di Bergamo Giorgio Gori è stato ancora più netto: “Il dibattito è privo di contenuti. Se il partito cambia me ne vado”.

Se all’interno ci si prepara alla resa dei conti, all’esterno infuria la bufera. Quella giudiziaria, attraverso l’inchiesta sui soldi del Qatar che non sappiamo ancora fin dove arriverà, e verso la quale il giustizialismo di certa sinistra è andato in cortocircuito. E poi la tempesta politica, con Giuseppe Conte che continua a fustigare il Pd da fuori, correndo da solo alle regionali del Lazio e tentennando sull’appoggio a Majorino in Lombardia. Non è un mistero che il capo dei cinque stelle ambisca a presentarsi come la vera sinistra del panorama politico, l’autentica opposizione, banchettando sulle macerie di quello che potrebbe diventare il fu partito democratico. Enrico Letta, prima di andarsene, dovrà accompagnare al congresso la creatura che guida: dipende ancora da lui, se sarà un confronto duro ma ordinato, oppure una guerra civile che cambierà per sempre il volto della sinistra italiana.

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