Pd: tutte le accuse tra maggioranza e minoranza

Le due anime del partito si scontrano sulle responsabilità per i 2 milioni di voti persi alle elezioni regionali. Per Renzi, molto lavoro buttato via

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Debora Serracchiani (s) con Matteo Orfini, durante la conferenza stampa nella sede del Partito Democratico sui risultati delle elezioni regionali. Roma 01 giugno 2015. – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Claudia Daconto

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Dopo il duro risveglio elettorale da un sogno durato un anno, guardando in casa Pd sembra di essere tornati indietro di due, all'epoca dell'analisi della "non vittoria" di Pier Luigi Bersani alle Politiche del 2013. Tutti pretendono “chiarimenti”. La minoranza dal premier imputato del “flop” di domenica e Renzi dalla minoranza accusata di sabotaggio. La foto di gruppo scattata la notte tra il 24 e il 25 maggio del 2014 si è improvvisamente ingiallita. In un anno il Pd è scivolato dai fasti del 40% ottenuto un anno fa, a un ben più misero 25%, addirittura peggio che con Bersani. Quasi tutto il credito accumulato da Matteo Renzi e dal suo governo appare consumato. Per i suoi avversari interni, 2 milioni di voti persi e il secondo posto dietro al M5s in Campania, Puglia e Liguria, sono un cartellino rosso per le politiche del governo in particolare su lavoro, economia e scuola. Per il premier, invece, la colpa non è sua, ma di “un andazzo” che rischia di vanificare gli sforzi fatti fino a questo momento e di rendere “l'Italia un Paese poco credibile”. Un andazzo che nell'ultimo mese si è manifestato prima con la guerra sul jobs act, sulla riforma elettorale e della scuola, poi con la “scissione ligure” e la questione “De Luca”.

Guerra di carte bollate

In Campania la mina piazzata da Rosy Bindi con i suoi “impresentabili” all'ultimo metro del percorso dell'ex sindaco di Salerno verso la conquista della Regione, è ormai deflagrata in una guerra a colpi di carte bollate. Dopo che la commissione Antimafia lo ha inserito nella lista nera, il neo eletto governatore ha querelato la presidente Bindi per diffamazione, attentato ai diritti politici costituzionali e abuso d'ufficio. Così da “accusatrice” la Bindi si è ritrovata sotto accusa. Nel frattempo il governo dovrà decidere se esporsi o meno a ulteriori critiche e al rischio di commettere un abuso d'ufficio per aver “rallentato” l'iter di sospensione di De Luca, come ordinato dalla Severino. Per evitare di dover tornare subito al voto, il presidente in pectore dovrebbe poter convocare il consiglio, nominare la giunta e un suo vice che governi al suo posto fino alla pronuncia del giudice ordinario cui De Luca deve fare ricorso visto che la Cassazione ha stabilito che non è più il Tar a poter decidere in merito. E nelle more di questo iter, le mosse del governo – quindi di Renzi – saranno determinanti.

Tutti contro tutti

Ma i fatti campani e liguri dimostrano come il Pd sia ormai meno di un'espressione politica, al massimo un contenitore di due, tre, partiti diversi in cui regna la legge del più forte – ossia di Renzi - ma dove i deboli non rinunciano a fargli e a farsi la guerra. De Luca e Bindi, che fanno parte dello stesso partito e che condividono pure il fatto di non essere renziani né della prima né della seconda ora, si denunciano a vicenda. Il primo querela la “compagna” per averlo diffamato, l'altra lo accusa di presunta collusione con le organizzazioni mafiose visto che la concussione per cui l'ex sindaco di Salerno è stato inserito nella lista degli “impresentabili” è considerata un reato spia. In Liguria la candidata dem Raffaella Paita è stata colpita e affondata dagli stessi esponenti del suo partito che fanno riferimento un po' a D'Alema, un po' a Prodi, un po' a Bersani che sono gli stessi “amici” del principale sponsor della Paita, ossia il governatore uscente Claudio Burlando. Che comunque 5 anni fa aveva preso più voti di quanti ne hanno presi insieme Paita e Patorino.

Allarme per Renzi

Aver perso la Liguria è la prova che Matteo Renzi aveva fatto male i suoi calcoli e che il conflitto perenne non paga. Il segretario del Pd era convinto che portare la sfida alla sinistra interna fino alle sue estreme conseguenze, quindi nel caso ligure fino alla rottura con Segio Cofferati prima e con Civati/Pastorino poi, gli avrebbe finalmente lasciato le mani libere per spostare l'asse sempre più al centro in vista del famoso Partito della Nazione di cui si parla ormai da tempo. Ma il costo elettorale dell'intera operazione è stato evidentemente molto più alto di quanto lui stesso avesse previsto. Renzi infatti non attrae (come alle Europee) i voti in uscita dal centrodestra che vanno piuttosto alla Lega, e perde a sinistra. A questo punto, o lui la smette di individuare nemici e “gufi” dietro ogni angolo e la minoranza interna di gridare all' “attentato alla Costituzione”, alla “deriva antidemocratica e fascista” a ogni passo del premier, oppure il Pd rischia di non non potersi neppure riconoscere più in quello scatto di un anno fa. Perché al di là dei numeri e dei calcoli matematici sulle liste civiche la cui presenza rende fuorviante qualsiasi confronto con Politiche ed Europee, la verità è che politicamente Matteo Renzi queste Regionali non le ha vinte, che le due candidate più renziane in assoluto Paita e Moretti hanno perso una male, l'altra malissimo, che a livello locale esistono centri di potere che sfuggono completamente al suo controllo e alla sua volontà e, soprattutto, che il mito della sua imbattibilità è caduto. Molto più di un campanello d'allarme.

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