Pd: contro Grillo cercasi disperatamente candidato sindaco di Roma

Le lotte interne e il cambio delle regole in corsa nel difficile tentativo di fermare lo tsunami

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Campidoglio, sede del Comune di Roma – Credits: Alessandro Meoli/Imagoeconomica

Redazione

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Accompagnata da alcuni giovani del suo comitato elettorale, una signora sale al secondo piano di un palazzo in via delle Sette Chiese a Roma. Al civico 142 di via delle Sette Chiese c'è la sede della Federazione romana del Partito Democratico ed è qui che chi vuole partecipare il prossimo 7 aprile alle primarie di centrosinistra per scegliere il candidato a Sindaco della Capitale deve portare almeno 4.000 firme necessarie a ufficializzare la propria partecipazione.

Ebbene, la signora, che nello specifico è la capogruppo di Sel in Assemblea capitolina Maria Gemma Azuni, una delle uniche due donne consigliere (l'altra è la democratica Monica Cirinnà), colei che ha costretto Gianni Alemanno, ricorrendo al Tar che le ha dato ragione, a rifare più volte la sua Giunta per infilarci più donne a costo di sborsare oltre 50 mila euro di tasca sua per pagare la parcella dell'avvocato Pellegrino, stringe a sé una valigetta rosso fuoco: dentro ci sono 7.440 firme, quasi il doppio di quelle richieste.

Ad aspettarla per la consegna c'è il segretario romano del Pd e neo deputato Marco Miccoli. Sbrigate alcune formalità la Azuni domanda a Miccoli quanti dei tanti presunti futuri partecipanti alle primarie abbiano già consegnato le loro firme visto che, fino a qualche giorno prima, il termine ultimo per farlo era fissato al 7 marzo. “Finora – è la risposta - solo tu e la Prestipino”.

Patrizia Prestipino è l'ex assessore provinciale allo sport, turismo e politiche giovanili nella giunta Zingaretti, la prima a scendere in campo consegnando, già prima di Natale, le sue belle 6.800 firme.

Così, mentre nel Pd si consumava, e continua a consumarsi, una guerra fratricida tra correnti per imporre un nome, ovviamente maschile, senza averne ancora trovato uno abbastanza credibile per fermare l'ondata grillina pronta a infrangersi anche sul Campidoglio, dopo Montecitorio e Palazzo Madama, le uniche ad aver raccolto quante firme servivano e ad averle consegnate entro i tempi prestabiliti, sono state due donne. Diversissime tra loro ma altrettanto battagliere.

Evidentemente, tra interviste sui giornali, post su Facebook, comunicati alla stampa, tutti gli altri – compresi l'ex assessore regionale di Sel Luigi Nieri e il socialista Mattia Di Tommaso – non hanno ancora trovato il tempo di organizzare una raccolta firme come si deve (qualcuno, Nieri, ci ha provato con una sottoscrizione on line che però non vale un' acca) per cui, a mali estremi, Pd, Sel e Psi si sono messi d'accordo e, ignorando il fatto che Azuni e Prestipino avessero già depositato le loro, hanno stabilito di posticipare il termine per la consegna delle firme addirittura al 17 marzo.

Ma il cambio delle regole in corsa non ha riguardato solo la data di scadenza. Vista l'abbondanza di ex assessori, ex ministri, ex parlamentari, ex consiglieri che, pur avendo ottenuto uno scranno alla Camera (l'ex ministro Paolo Gentiloni e il capogruppo Pd in Comune Umberto Marroni) puntano lo stesso a insediarsi a Palazzo Senatorio, cosa ha deciso di fare il Pd? Facile: ridurre il numero di firme necessarie!

I democratici si erano imposti, infatti, di raccoglierne almeno 2.500 tra i propri tesserati, ma visto che a Roma questi sono in tutto quasi 13.000, e che non è possibile firmare per più di un candidato, e che c'era il rischio concreto che nessuno degli aspiranti alle primarie riuscisse a raggiungere l'obbiettivo, da 2.500 le firme necessarie sono diventate 1.300.

Risolta la faccenda, restava comunque quella del numero abnorme di candidati dello stesso partito che adesso il Pd vorrebbe ridurre a due. Per cui ci si chiede chi, dopo essersi già lanciato con tanto di sito ufficiale, pagina fan su Fb e manifesti (per altro vietatissimi dal regolamento di Roma Bene Comune), si rassegnerà a dover rinunciare tra il giornalista Rai ed ex europarlamentare David Sassoli, i già citati Umberto Marroni e Patrizia Prestipino e l'ex ministro ai Trasporti nel secondo governo Prodi Alessandro Bianchi.

Intanto, ancora si attende l'ufficializzazione della candidatura di un altro neo eletto Pd in Parlamento, il medico Ignazio Marino, indicato come il nome forte su cui i democratici intenderebbero davvero puntare. A questo punto, chissà, abbonandogli pure le 4.000 firme che lui in persona non sarebbe mai in grado di raccogliere, mancandogli una base elettorale sul territorio, ma che il Pd sarebbe perfettamente capace di racimolargli comunque nel giro di due giorni.

E poco importa se né di lui, né di altri, siano note le battaglie condotte negli ultimi cinque anni contro la giunta di centrodestra guidata da Gianni Alemanno, o la conoscenza della città, dei suoi problemi, delle sue periferie, dei suoi mezzi pubblici cronicamente insufficienti, della metro che si blocca un giorno su due, dei pendolari ridotti a sardine sudate su carcasse di treni, delle colate di cemento privato che stanno soffocando il verde pubblico, delle emergenze abitative, sociali, dei rifiuti che traboccano da Malagrotta, delle scuole che cadono a pezzi come i monumenti storici, dei crateri che ingurgitano asfalto ogni volta che piove.

L'importante, dicono dal Pd, è che siano “primarie apertissime”. A chi? Ad Alfio Marchini per esempio, rampollo belloccio e miliardario di una nota famiglia di costruttori (il solito feeling tra sinistra e palazzinari romani) che da mesi ha tappezzato Roma di cuori spezzati su mega cartelloni che occupano palazzi di 8 piani nonostante la regola ferrea (?) che vieta i maxi cartelloni elettorali.

Qualcuno si prenderà la briga di sollevare una polemica per questo? Macché.

Il deus ex machina del centrosinistra capitolino – e non solo – Goffredo Bettini era quasi in procinto di scendere in campo lui stesso se qualcuno avesse osato sbarrare la strada al suo ultimo protetto. Alfio Marchini, uno che ha prima corteggiato l'ex assessore alla Cultura e candidato a sindaco Umberto Croppi di Fli, poi il Pd, poi il M5S, adesso l'Udc e che per dimostrare quanto è romano lui – che ha vissuto praticamente metà della sua vita fuori dall'Italia – fa sfoggio, come ci rivelò tempo fa lo stesso Croppi, di un improbabile dialetto romanesco.

Nel frattempo quelli di Beppe Grillo si fregano le mani. Loro le primarie se le faranno, come al solito, su internet e sono sicuri che anche a Roma arriverà uno tsunami. Sfottono gli ex compagni Pd sui social forum. Godono del dramma in atto in un partito che nemmeno dopo la lezione delle politiche ha ancora capito che i propri elettori sono arcistufi delle solite beghe e manovrine di palazzo, degli appetiti personali, delle trattative sotto banco alle loro spalle. Di un modo di fare politica percepito come vecchio, stantio, inutile, arrogante, presuntuoso e allo stesso tempo ottuso. Di un centrosinistra che già avrebbe in tasca la carta vincente per Roma ma che ancora non se ne è accorto.

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