Politica

Pd: in Campania la questione morale è tutt'altro che risolta

L'indagine su Stefano Graziano è solo l'ennesima bufera sul partito di Matteo Renzi, a poche settimane dal voto

Claudia Daconto

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“Io tengo per il Pd”. Un endorsement tutt'altro che gradito per il partito di Matteo Renzi visto che a pronunciarlo, nel corso di una conversazione intercettata, è un boss dei Casalesi, Alessandro Zagaria. E che quel “tengo per il Pd” significherebbe soprattutto “tengo per Stefano Graziano”, presidente del Pd in Campania indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.


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Un'accusa gravissima, che ovviamente potrà essere confermata o smentita solo nelle aule giudiziarie, ma che investe come uno tsunami i dem proprio durante una campagna elettorale per le amministrative napoletane che vedono la candidata sindaco Valeria Valente già in forte difficoltà e in una regione, la Campania, dove quella morale resta, per il Pd, una questione tutt'altro che risolta.

Secondo i magistrati campani Graziano avrebbe infatti facilitato l'assegnazione di alcuni appalti in cambio di voti da parte della nota famiglia malavitosa in occasione delle elezioni del 2014 quando era candidato al consiglio regionale. A dimostrarlo ci sarebbero i frequenti incontri e le telefonate intercorse con Zagaria. Prove ancora coperte dal segreto istruttorio ma sufficienti a ordinare l'iscrizione di Graziano nel registro degli indagati.

L'imbarazzo del segretario dem è palpabile: non si può permettere di essere troppo garantista, e infatti fa chiedere a Graziano le dimissioni e le ottiene all'istante, ma nemmeno può pensare che basti lavarsene le mani affermando che in lista, nel 2014, non ce lo avevano messo loro (anche se poi è rimasto a Palazzo Chigi anche con Renzi nel ruolo non meglio precisato di consulente fino alla scadenza del contratto nel dicembre del 2014), o lamentarsi, come qualcuno ha iniziato a fare, della tempistica sospetta dell'indagine.

Tanto che Lorenzo Guerini, il vicesegretario incaricato della patata bollente e che solo due mesi fa ha commissariato il Pd di Caserta, la città dove è nata l'indagine, ha subito voluto dichiarare “fiducia incondizionata nella magistratura” e ha spedito sul territorio il capogruppo della commissione Antimafia Franco Mirabelli.

Una toppa che non copre lo strappo, messa là a scoppio ritardato, a scandalo ormai esploso. Perché questa ennesima vicenda di corruzione dimostra che il Pd non ha ancora attivato quegli anticorpi necessari a far sì che scandali come questo non si ripetano più. La lista, infatti, si allunga in continuazione. E alcuni dei casi più recenti si arricchiscono man mano di nuovi particolari.

Come quello che vide protagonista l'ex braccio destro di Vincenzo De Luca, Nello Mastursi, scoperto a chiedere notizie riservate alla moglie giudice sul caso che riguardava proprio la candidabilità del governatore campano e che, secondo gli accertamenti di un'altra inchiesta, avrebbe anche truccato le parlamentarie campane del Pd servendosi di denari provenienti da una sala Bingo.

Per non parlare dello scambio di denaro, con indicazione di voto per Valeria Valente, ripreso da una telecamera nascosta all'esterno di un seggio dove si stava votando in occasione delle ultime primarie per la scelta del candidato sindaco di Napoli e per cui lo sconfitto Antonio Bassolino ha tentato inutilmente di fare ricorso. Ma anche di quegli esponenti del Pd locale indagati, in alcuni casi anche condannati, per voto di scambio o concorso esterno in associazione mafiosa

Comportamenti che hanno contribuito a compromettere gravemente la reputazione del loro partito incapace, a sua volta, come ammette anche l'ex ministro del governo Monti e autore del famoso rapporto sui circoli romani, Fabrizio Barca, “di fermare l'inquinamento etico e morale”. La drammatica evidenza dei fatti dimostra infatti che liste di impresentabili e monitoraggi della commissione antimafia sulle liste elettorali non servono a nulla e che una politica, così facilmente permeabile alle infiltrazioni malavitose, è condannata a restare inerme di fronte al malaffare quando è così profondamente radicato e trasversale come in Campania.

Il problema resta, ovviamente, quello della selezione della classe dirigente e amministrativa. Solo quando a pesare di più saranno competenza e onestà piuttosto che pacchetti di tessere e di voti, il legame perverso tra politica e criminalità potrà essere spezzato.

Peccato che anche questa volta, a soli 40 giorni dalle elezioni, i giochi siano ormai fatti e la campagna elettorale destinata ad avvelenarsi. Con le opposizioni, M5S e Lega in testa, a menare fendenti. Anche se, il caso Quarto sta là a dimostrarlo, si fatica a trovare chi sia senza peccato.

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