Parma, l'amministrazione che si è scoperta senza stelle

Realismo contabile e pragmatismo. Viaggio a Parma nell'aministrazione di Federico Pizzarotti

Beppe Grillo e Federico Pizzarotti – Credits: ANSA / ETTORE FERRARI

Carmelo Caruso

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«Ci prenderemo pure il cielo» ha gridato, ma a Parma anche il cielo lo hanno dato in mano alle banche come ipoteca. Alla fine è stato Beppe Grillo a ridimensionare questa città a ridurla provincia della provincia, quella stessa città che nella sua ipertrofia da capitale voleva dotarsi perfino di una metropolitana come Vienna e Parigi.

Ed è vero che se Parma è il laboratorio del Movimento Cinque Stelle, che solo otto mesi fa ha eletto sindaco Federico Pizzarotti più per insipienza degli avversari che per convinzione, oggi Parma rischia di far apparire il comico un servizievole e accomodante burocrate che si scappella di fronte alle banche, l’incendiario che finisce pompiere, proprio lui che il debito prometteva di non pagarlo.

Dove hanno fallito i partiti, sono riusciti gli istituti di credito a mettere la museruola a Grillo che proprio a Parma ha scoperto l’eresia, la contestazione dei passeggini da parte delle mamme che lo hanno accolto con i biberon durante il suo ultimo comizio. Mai infatti i parmensi avrebbero pensato che i loro asili nido, i migliori d’Italia, sarebbero divenuti un lusso da Rotary, con rette da 1500 euro per un reddito di soli 32 mila euro. Così, sono ricominciate le proteste sotto i portici del grano, la darsena della contestazione che ha portato alle dimissioni dell’ex sindaco Pietro Vignali che prima degli arresti domiciliari ha fatto in tempo a incontrare il sindaco Pizzarotti, paparazzato come un collaborazionista dalla stampa. Anche Pizzarotti non è più il discreto discepolo di Grillo, ma un logico e realista amministratore, più che un grillino assomiglia a un bocconiano scelto da Monti. «La più grande sciagura che gli potesse capitare è proprio quella di essere eletto», ammettono i parmensi. E la prova della sorpresa rimane il consiglio comunale dove siede, come al tavolo di casa, la famiglia De Lorenzi, Lucio e Andrea, padre e figlio entrambi eletti consiglieri del Movimento, inseriti in lista all’ultimo minuto. Anche l’abitudine ai sacrifici già imposta dall’ex commissario Mario Ciclosi, con il nuovo sindaco è implosa nel silenzio rancoroso di chi tollera un’ostilità.

La città si è vista innalzare l’aliquota Imu e Irpef al massimo consentito, quasi mille euro per una casa di proporzioni medie con l’assessore al Bilancio, Gino Capelli, nei panni dell’ex ministro Elsa Fornero. Di fatto tutti riconoscono a Capelli il ruolo di vero sindaco, lui curatore fallimentare (ha curato il fallimento della Guru) avrebbe creato quella che in città chiamano “la cerchia dei curatori fallimentari”. Su sua indicazione è stato scelto Luigi Bussolati come a.d della Stt, la hoding che gestisce le partecipate comunali, e sia chiaro senza quella democrazia dei curriculum tanto invocata. Chiamata diretta e nomina. Stessa nomina discussa di Lorenzo Bagnacani a vicepresidente Iren, la società che gestisce i rifiuti, uomo con un conflitto d’interesse così macroscopico (è amministratore delegato di Idecom srl, società che si occupa di energia rinnovabile e che ha rapporti di lavoro con la stessa Iren) che solo Pizzarotti poteva non vedere.

Una nomina che durerà poco tempo si è lasciata scappare Nicoletta Paci, vicesindaco e componente insieme a Gabriele Folli, assessore all’Ambiente, del comitato gestione rifiuti, comitato finito al centro delle intercettazioni che hanno portato agli arresti di Vignali. Parma sembra essere l’embrione di Siena, da arrogante capitale e fabbrica di denaro si è tramutata nella città commissariata, tanto da far dire a un politico navigato: «Qui ci vorrebbe la sede nazionale della procura antimafia». «Si tratta di politici improvvisati, mancano scelte di lungo periodo. Vivono dentro una bolla. Dovevano rovesciare la città come un guanto e invece…», nota Alessandro Bosi, raffinato docente di sociologia all’università di Parma e autore de “Il caso Parma”. Di fatto i dirigenti comunali che erano stati emarginati nella passata giunta, sono stati rispolverati e responsabilizzati, la macchina comunale è appaltata a loro. Ma la sintesi si deve all’altro collega di Bosi, Sergio Manghi, intellettuale di rango con il vizio dell’anagramma. Ha fuso i cognomi di Pizzarotti e Grillo: «Bolle, artifici, grezze toppe».

Ed è proprio Manghi a ricordare uno dei refrain di Pizzarotti: «Diceva che la bacchetta magica fosse la volontà. Per Parma Grillo è stato l’antidepressivo, il fatto che sia sceso dal palco a parlare con le madri è significativo di una crisi». La città cantiere lanciata da Elvio Ubaldi, ex sindaco prima di Vignali e suo maestro, che è stato il convitato di pietra al ballottaggio poi perso dal centrosinistra con Vincenzo Bernazzoli (presidente delle provincia, che non si era dimesso prima e non si è dimesso poi) è svanito. Lo stesso Ubaldi che al ballottaggio ha desistito favorendo la vittoria di Pizzarotti adesso infierisce con un’ode alla città che costruiva: «Parma non può ritirarsi su se stessa. Si nascondono dietro il debito. E’ un’amministrazione inventata». Nel salotto della città solo questo mese hanno chiuso 30 negozi, ma peggio è per i dati di occupazione che sciorina l’economista Piergiacomo Ghirardini, a margine di un convegno, che parla di 800 posti persi e 9000 richieste ai servizi lavoro negli ultimi mesi. «Qui per essere disoccupati ci voleva coraggio» dice Ghirardini. E solo Parma può forse vantare la passione delle donne della commissione Audit guidata da Cristiana Quintavalla e da Maria Ricciardi.

La Quintavalla ha provato pure a parlare in occasione di un dibattito sul bilancio di previsione, ma si è vista consegnare un modulo: «La risposta arriverà via mail». E pensare che per favorire il dibattito avevano reclutato una psicoterapeuta. «Chiedevamo di rinegoziare il debito, non di accettarlo subordinatamente come legittimo. Dilazionarlo nel tempo e non gravarlo sui cittadini come stanno facendo. Hanno diminuito i fondi agli immigrati e chiuso il campo nomadi. Grillo dice una cosa, la giunta Pizzarotti fa tutt’altro. E’ una confraternita». E neppure gli artigiani che a Parma sono il controcanto della potente Unione Industriali dei Doberdò celebrati da Alberto Bevilacqua ne “La Califfa”, hanno avuto voce in capitolo come lamenta il suo presidente Gualtiero Ghirardi, estromessi tutti dai processi decisionali che hanno portato all’approvazione del primo bilancio. Un bilancio approvato all’una di notte, la settimana scorsa, solo perché Grillo ne voleva fare il suo scalpo per le elezioni.

Qui il micragnoso Michele Santoro ha spedito da contrapporre al volto bonario di Pizzarotti, il viso dolce di Giulia Innocenzi. Entrambi si sono accusati vicendevolmente di faziosità. Eppure una sponda nei media i grillini sembra che l’abbiano trovata in Teleducato, piccola tv locale che ha una linea editoriale di plauso. Spiazzata invece la Gazzetta di Parma. Difficile dare un giudizio per Claudio Rinaldi, caporedattore della Gazzetta: «La più grande colpa rimane l’inceneritore. A Parma, vale ribadirlo, hanno vinto per il loro no. Era chiaro che sarebbe partito perché prescindeva dalla volontà politica. E infatti partirà tra pochi giorni. Chi si aspettava un eccellente governo ha scoperto una giunta anonima». Forse una «giunta da città decotta», suggerisce Giorgio Pagliari, quello che sarebbe stato eletto sindaco se non si fosse messo di traverso il Pd nazionale. E se il consenso si misura dalla fiumana, è già gara a capire quanta ne ha raccolta Grillo in quest’ultima occasione, quanta è pronta a riprendere le pentole da battere nuovamente, a conferma di quello che diceva Guido Piovene «la contestazione e la violenza a Parma evaporano in fantasia». Sotto il busto di Garibaldi, anche Grillo sembra essersi tolto l’auricolare. Nella città dell’amministrazione a Cinque Stelle l’insulto alla politica si è tramutato in realismo contabile e il tabarro di Grillo in un morbido e lucido loden, così dissimile, così uguale.

(twitter @carusocarmelo)

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