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Il Parlamento Europeo, il più confuso del mondo

Gli inglesi eletti ma che non ci dovrebbero essere, e nessuno sa ancora come e da chi saranno sostituiti. Siamo in pieno caos istituzionale

parlamento europeo

Maurizio Tortorella

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Il Parlamento europeo appena nato sarà il Parlamento più pazzo del mondo. Non solo per l’incognita del suo futuro assetto politico, che è l’ovvia conseguenza di ogni voto democratico. No: la stranezza avrà la forma di un numero variabile di seggi, l’anomalia di molti eletti «a tempo determinato» e l’assurdità di regole elettorali che ancora oggi, a pochi giorni dall’apertura dei seggi, tutti ignorano. Rischia di essere ben strano, l’Europarlamento che tra giovedì 23 e domenica 26 maggio uscirà dal voto di 400 milioni di elettori in 28 Paesi. La più importante assise del Continente subirà modifiche imprevedibili e probabilmente mai viste. Di conseguenza, avrà caratteristiche singolari, senza precedenti nella storia delle istituzioni rappresentative, destinate forse a infragilirne ancora l’autorevolezza.

Ecco una guida alle assurde difficoltà che, da fine maggio, tra Bruxelles e Strasburgo complicheranno la vita di eurodeputati, commissioni parlamentari, candidati presidenti. E forse anche le nostre esistenze di cittadini-elettori.

Eletti a numero variabile

Il Parlamento europeo ha 751 seggi, che nella storia sono stati ripartiti tra un numero variabile di «famiglie politiche» (oggi sono otto, vedere il box a pag. 58). Il numero di eletti varia da Stato all’altro, in base alla popolazione: attualmente si va dai 96 della Germania fino ai sei dei Paesi più piccoli, come Cipro, Estonia, Lussemburgo e Malta, passando per i 74 della Francia e i 54 della Spagna. All’Italia (dove il 26 maggio si vota dalle 7 alle 23) spettano 73 eurodeputati. Eppure c’è una sorpresa: dalla fine del prossimo ottobre i 73 eurodeputati italiani di colpo diventeranno 76. Perché? Lo strano aumento «in corsa» è dovuto al caos della Brexit, che ha complicato anche le elezioni europee.

Gli effetti della Brexit sui seggi

Il punto è che Londra avrebbe dovuto essere fuori dall’Unione già lo scorso 29 marzo, e quindi nella prossima legislatura non avrebbe più dovuto avere i suoi 73 eurodeputati. In previsione dell’evento, il numero totale dei seggi del Parlamento europeo era stato ridotto da 751 a 705. Ma a causa delle proroghe concesse al Regno Unito sulla data effettiva della Brexit, nelle ultime settimane ha regnato la più totale incertezza. Il risultato tecnico è che, nel dubbio, i politici inglesi hanno comunque fatto campagna elettorale per un Europarlamento nel quale teoricamente non avrebbero più dovuto entrare. Quando poi Bruxelles ha accordato a Londra l’ultima proroga, fissando la Brexit definitiva (chissà?) al 31 ottobre 2019, in «zona Cesarini» è stato necessario tornare alle vecchie regole anche per il Parlamento europeo. Attenzione, però: perché queste regole varranno solo finché non si arriverà alla Brexit. Con un dubbio amletico: che cosa accadrà dal primo novembre 2019 ai 73 seggi che allora gli inglesi dovranno restituire? Anche qui, la confusione è totale.

Nessuna regola per i subentri

È stato deciso che da novembre quasi un terzo dei 73 seggi britannici, per l’esattezza 27, saranno divisi tra i 14 Stati membri finora sotto-rappresentati, ed è per questo che l’Italia allora ne avrà tre in più. In particolare, la suddivisione regalerà cinque seggi a testa a Francia e Spagna; tre a Italia e Olanda; due all’Irlanda; uno a testa a Polonia, Romania, Svezia, Austria, Danimarca, Croazia, Slovacchia, Finlandia, ed Estonia.

Oggi nessuno sa dire, però, come questi 14 Paesi dovranno scegliere gli eletti aggiuntivi, quelli che si uniranno ai colleghi già entrati nel Parlamento europeo a fine maggio. Ogni Paese deciderà per sé. In Italia, i vari tecnici di diritto delle istituzioni europee interpellati da Panorama danno riposte contraddittorie. La più concreta sembra quella di Alessandra Lang, docente di diritto internazionale alla Statale di Milano: il 26 maggio eleggeremo subito i 76 eurodeputati italiani, tre dei quali resteranno «in panchina». Ma è facile prevedere uno tsunami di ricorsi elettorali.

Seggi a futura riserva

E gli altri 46 seggi lasciati liberi dagli inglesi? Resteranno vuoti: a «riserva» per i nuovi Paesi che aderiranno alla Ue. Insomma, ammesso (e non concesso) che il 31 ottobre si arrivi alla Brexit, il prossimo Europarlamento scenderà a 705 seggi. È prevedibile, però, che i vuoti causeranno problemi organizzativi nella creazione delle future commissioni parlamentari, a Strasburgo e a Bruxelles, e nel loro lavoro. Ma non basta. Perché l’elezione «a tempo determinato» dei 73 eurodeputati britannici e la loro decadenza dopo soli cinque mesi potrebbero determinare intoppi anche nella creazione e nella stabilità dei gruppi parlamentari, per i quali è richiesta la partecipazione di almeno sette partiti da altrettanti diversi Paesi. E forse potrebbero esserci guai persino per l’elezione del futuro presidente della Commissione europea.

Un’ombra sui candidati presidenti

Dal 2014, infatti, le elezioni europee si basano sul sistema dello «Spitzenkandidat» (il «capolista» indicato in anticipo dalle famiglie politiche) che ha permesso a Jean-Claude Junker, eletto nel 2014 con il Partito popolare europeo, di guidare fin qui la Commissione. Oggi i candidati sono due: il Ppe punta sul suo attuale capogruppo, il tedesco Manfred Weber. Il suo antagonista, scelto dall’Alleanza progressista di socialisti e democratici, è l’olandese Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione. Ma che cosa accadrà se i voti degli elettori britannici e i loro 73 eurodeputati saranno fondamentali per l’elezione dell’uno o dell’altro? Non lo sa nessuno. È l’ultima follia del Parlamento più pazzo del mondo.
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