"Panorama" assolto: non diffamò Tulliani

Il cognato di Fini aveva citato il settimanale per un articolo del 2011, chiedendo 5 milioni di risarcimento. Ma il Tribunale di Roma gli dà torto: fu una "scrupolosa indagine giornalistica"

giancarlo tulliani

Gian Carlo Tulliani in un'immagine del 2000 (Ansa)

Maurizio Tortorella

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"I suddetti articoli, lungi dall'essere un attacco alla persona di Gian Carlo Tulliani, sono parte di una complessa e scrupolosa indagine giornalistica condotta su Panorama". Questo ha scritto Daniela Bianchini, giudice della prima sezione civile del Tribunale di Roma, che ieri ha depositato le motivazioni della sentenza con cui ha rigettato la richiesta di risarcimento presentata nel febbraio 2011 dal cognato dell'ex presidente della Camera Gianfranco Fini, in quel momento anche leader di Fli e oggetto d'inchieste (giornalistiche e giudiziarie) sul caso di un appartamento di Montecarlo lasciato in eredità nel 2010 ad Alleanza nazionale da una contessa romana e poi finito nella disponibilità di Tulliani.

Su quell'appartamento e sui suoi complessi, controversi passaggi proprietari, all'epoca vennero scritti fiumi d'inchiostro. Le inchieste si allargarono poi al più ampio tema dei finanziamenti al leader di Fli. Nella sua citazione, Tulliani aveva chiesto un risarcimento di 5 milioni di euro sostenendo di essere stato diffamato da Panorama in un articolo scritto da Giacomo Amadori e pubblicato sul numero 8 del 17 febbraio 2011.

In particolare, Tulliani si doleva di essere stato messo in rapporto con la multinazionale del gioco Atlantis world group, sostenendo che Panorama avesse scritto "che sarebbe uno dei soci della Atlantis" e che gli sarebbero stati attribuiti "comportamenti illegittimi, come il fatto di avere intrattenuto rapporti con società il cui operato sarebbe oggetto di indagine da parte dell'Autorità giudiziaria".

Tulliani lamentava anche che Panorama lo avesse indicato come "produttore di programmi per la Rai", fornendo così al lettore "notizie totalmente false". Il cognato di Fini nel suo atto di citazione negava con forza di essere "titolare di alcuna società di produzione televisiva, né direttamente né indirettamente, né con la Rai né con qualsiasi altra emittente televisiva".

Il giudice Bianchini, al contrario, sentenzia che "nell'articolo in questione non v'è alcuna traccia della notizia secondo cui il Tulliani sarebbe uno dei soci della Atlantis, così come non v'è traccia dell'attribuzione al medesimo di comportamenti dichiaratamente illegittimi", aggiungendo che semmai Panorama si era limitato a dare notizia dell'esistenza di indagini giudiziarie sui rapporti esistenti tra quella società e ambienti di partito legati al leader di Fli.

Quanto ai rapporti di lavoro con la Rai, il giudice Bianchini nella sentenza riporta la testimonianza resa da Marco Durante, presidente dell'agenzia di stampa Lapress, il quale nel dibattimento ha dichiarato testualmente: "Tulliani non sapeva nulla di televisione; mi era stato presentato da Giuseppe Afeltra (noto esperto di comunicazione e produttore di programmi tv, ndr) per essere introdotto nel mondo della Rai; posso ricordare che il signor Tulliani in presenza di Afeltra si rivolse a me presentandosi come il cognato di Fini e che pertanto avrebbe lavorato in Rai".

Un altro teste, Guido Paglia, all'epoca dei fatti direttore comunicazione e relazioni esterne della Rai, ha dichiarato che "Tulliani gli era stato presentato in Rai dallo stesso Fini". Aggiungendo proprio Fini gli aveva detto "che a Gian Carlo Tulliani avrebbe dovuto essere riconosciuto un minimo garantito sulla fiction, sull'intrattenimento e sull'acquisto e distribuzione dei film".

In giudizio è stata prodotta anche una visura camerale che dimostra come la società Giant Entertainment group, a suo tempo attiva nella produzione di registrazioni fonografiche e di film cinematografici e televisivi, e poi posta in liquidazione, fosse riconducibile a un socio unico e a un unico amministratore: cioè Gian Carlo Tulliani, successivamente nominato anche liquidatore.

La sentenza, rigettando in pieno le tesi di Tulliani, nega quindi il contenuto diffamatorio di quanto scritto da Panorama. E stabilisce che "gli articoli di cui trattasi si inquadrano in quel che può essere definito giornalismo d'inchiesta, in quanto (...) sono parte di una complessa e scrupolosa indagine giornalistica condotta su Panorama".

Il giudice Bianchini conclude: "L'inchiesta giornalistica risulta essere stata condotta con doveroso scrupolo attraverso l'acquisizione di documenti e di testimonianze, poi confluiti nel presente giudizio". Tulliani è stato anche condannato a pagare le spese di lite: 8 mila euro.

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