Quirinale, i magnifici sette delle elezioni: chi ha vinto, chi ha perso.

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Il pianto di Bersani alla Camera dopo l'elezione di Napolitano (Credits: Ansa/Giuseppe Lami)

Giacomo Bondi

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Giorgio Napolitano – È l’eroe, il fuoriclasse che risolve una partita istituzionale altrimenti inestricabile. Accetta il sacrificio del secondo mandato «nell’interesse superiore del Paese» dopo aver ripetuto in tutte le lingue nelle settimane scorse che l’ipotesi era da relegare nel regno dell’impossibile . A 87 anni non c’è dubbio che lo faccia unicamente per amor patrio e, ci permettiamo di aggiungere, per carità
di patria davanti allo spettacolo osceno offerto dai vecchi compagni di partito. A lui il Paese deve riconoscenza assoluta (anche per averci evitato l’astioso Romano Prodi).

Pierluigi Bersani – Sbaglia tutto, dall’inizio della partita alla fine. Una sequela di errori imperdonabile, da dilettante allo sbaraglio. La sua squadra non solo non l’aiuta ma gioca in maniera manifesta contro di lui. Paga il peccato originale che si porta dietro dal 25 febbraio: l’illusione di aver vinto e quindi di volere dettare legge. Le bastonate ripetute rimediate in oltre un mese, evidentemente non gli sono servite. Le cicatrici già ben visibili sulla pelle del partito democratico gli devono apparire come graffi e difatti porta in cancrena il già debole corpo del Pd. La fine è nota: si dimette e, di fatto, liquida il partito democratico. Una fine ingloriosa: poteva essere il primo segretario del fu pci a essere democraticamente eletto a primo ministro, passerà invece ala storia per essere il primo segretario del partito vincitore delle elezioni che si dimette dopo neanche due mesi.

Matteo Renzi – Il giovin Matteo sembra l’ombra del rottamatore, la speranza di chi voleva rivoltare il partito democratico come un calzino. La matematica non è un’opinione ed è fin troppo chiaro che sia su Franco Marini che su Romano Prodi sono mancati i consensi dei suoi fedelissimi. Lui fischietta, si volta dall’altra parte, appare addirittura sorpreso. Come se non avesse brigato, come se non avesse condotto
in prima persona i giochi (sporchi) all’interno del partito. È giovane, non sa recitare. E si vede.

Fabrizio Barca – La perfetta spalla di Nichi Vendola (sarebbe curioso chiudere i due in una stanza e ascoltare i loro capolavori sintattici e lessicali) si meraviglia mentre già si vota per Napolitano che il Pd non gli abbia preferito Stefano Rodotà o Emma Bonino. Se questa è l’alba di uno statista, beh vuol dire che il suo fuso politico è già oltre il tramonto. Dopo la sparata senza senso si aspettava un gesto
coerente: le dimissioni da ministro. Niente da fare. Qualcuno lo svegli.

Nichi Vendola – Alla prima prova di lealtà nei confronti del Partito democratico e della coalizione di sinistra, che ti fa? Tradisce. Eppure era scritto chiaro chiaro nel patto con il Pd, era stato detto quasi sillabando prima delle elezioni: l’alleanza era granitica, Sel sarebbe stata totalmente affidabile e non come quei vecchi trinariciuti di Rifondazione che tradirono Romano Prodi. Per evitare i voltaffacia Bersani e Nichi avevano sottoscritto un patto: in caso di divergenza di opinioni ad essere sovrana sarebbe stata la decisione presa a maggioranza dai gruppi parlamentari riuniti. Bene: i gruppi di Sel e Pd decidono che il candidato debba essere Franco Marini. Neanche il tempo di annunciarlo che già Vendola si butta nelle braccia di Grillo avanzando la candidatura di Stefano Rodotà. Non contento si dissocia pure dal convergere su Napolitano. Il suo destino politico è già scritto: farà il grillino di complemento.

Silvio Berlusconi – Mette in riga gli avversari, la compagnia di giro che gli ha appiccicato addosso in passato l’etichetta di incendiario e di uomo che non rispetta le istituzioni. Il suo atteggiamento è ineccepibile dall’inizio della vicenda quirinalizia. Non fa giochi strani, evita le manovre di palazzo. Il gioco alla luce del sole premia lui e la sua coalizione di centrodestra che, se si votasse oggi, sarebbe di gran lunga vincitrice sulle altre.

Beppe Grillo – Fa il pazzo, come al solito. Tra un urlo e una bestemmia costituzionale trova il tempo di sparare l’allarme golpe dopo l’elezione di Napolitano. Ancora una volta si rivela per quel che è: un violento che non accetta il confronto, che pretende di essere seguito in tutto e per tutto. O con me o contro di me continua ad essere il suo mantra. All’inizio questa sua continua eruzione faceva sorridere, adesso inizia a preoccupare.

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