Politica

Oriana Fallaci, il j'accuse dopo anni di silenzio

Islamizzazione e terrorismo, immigrazione incontrollata, fallimento dell'integrazione. La grande giornalista aveva ragione quando diceva queste cose per Panorama nel 2002

Oriana fallaci

Edoardo Dallari

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Se all’interno del dibattito pubblico stiamo assistendo a un ritorno prepotente del pensiero di Oriana Fallaci il merito è di Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Le sue idee non hanno mai avuto chiaro colore politico. È tuttavia un fatto inequivocabile che, a partire dalla trilogia La Rabbia e l’Orgoglio, La forza della Ragione e Oriana Fallaci intervista se stessa, siano state abbracciate e portate avanti dagli ambienti legati alla destra italiana. La critica all’Islam culla del terrorismo, l’opposizione al pericolo dell’islamizzazione dell’Europa attraverso un’immigrazione di massa strumento dell’invasione «condotta all’insegna della clandestinità», la denuncia del fallimento del multiculturalismo e dell’idea di integrazione, l’attacco all’antisemitismo, la difesa della libertà occidentale, le posizioni pro vita («nascere è meglio di non nascere»), fanno sì che la Fallaci entri di diritto nel Pantheon intellettuale della Nuova Destra europea. Si trova così oggi accanto al comunitarista Alain De Benoist, all’ideologo dell’Eurasia Aleksandr Dugin, all’anti-islamista Michel Onfray. E questo accade nonostante fosse estranea, come ovvio, al dibattito contemporaneo globalisti-sovranisti, e il suo riferimento politico fosse la Destra storica liberale italiana dei Cavour e dei D’Azeglio, dei Gioberti e dei Cattaneo. E benché sia proprio il liberalismo a essere criticato da quegli autori «populisti».

Dalla Sinistra, quella Sinistra «confessionale», «ecclesiastica», «illiberale», «totalitaria», «anti-occidentale» come quell’Islam radicale antisemita che, apprezzando Khomeini e Arafat, ha difeso e sostenuto, Oriana è stata censurata, demonizzata, odiata. Proprio lei, che è nata antifascista e si è schierata contro la guerra in Vietnam, che ha fatto del femminismo una delle battaglie più importanti della sua vita. Quel grido, quell’«Io mi vergogno», risvegliò le coscienze, esaltando o indignando poco conta. Un grido che, insieme al «Wake up Occidente, sveglia!» testimonia tutta la sofferenza e la preoccupazione di chi sente che un’intera civiltà è al bivio decisivo: risorgere o tramontare. Senza boria dei dotti, contro le anime belle, contro ogni coscienza anestetizzata e sclerotizzata dal politically correct progressista dei maîtres à penser nostrani (le «cicale») che si diffonde come un morbo nella società.
L’11 settembre 2001, l’«Apocalisse» squarcia il velo dell’illusione della fine della storia preconizzato da Francis Fukuyama: la caduta del Muro di Berlino e dell’Urss non hanno decretato il trionfo della democrazia liberale, ma dato inizio a una nuova fase di incertezza. Non è più il socialismo reale a farsi carico ideologicamente delle istanze dei popoli poveri, ma l’Islam. E la Fallaci, con toni accesi, violenti, a tratti pericolosi, vede che l’11 settembre ha scoperchiato il vaso di Pandora: il Nemico pubblico dell’Occidente, il Nemico mortale, si è palesato.
L’Islam politico teocratico da un lato funge da veste ideologica dell’anti-occidentalismo che si diffonde in quel Medio-Oriente dove le potenze occidentali hanno fallito, dall’altro è l’humus del terrorismo globale. Per Samuel Huntington era l’inizio di un nuovo scontro di civiltà, per la Fallaci l’avvio di una «Crociata alla rovescia», la Jihad, che, attraverso una «penetrazione graduale», come sostiene anche Michel Houellebecq, altro autore caro al «populismo di destra», ha come mira finale la «sottomissione» della cultura occidentale a quella islamica, mercé l’introduzione della Sharia.
L’opposizione all’Eurabia è a un tempo per Oriana un’accusa a un’Europa stanca, smarrita, rassegnata e impotente, e a un Occidente nichilista incapace di affermare la sua identità e di ricordare le sue radici pagane e giudaico-cristiane. «Io sono un’atea cristiana» è un’invocazione all’orgoglio, a combattere una guerra che non si può vincere con la viltà del pacifismo e la retorica ipocrita dell’umanitarismo, e che non si può perdere, anche a costo di essere tacciati di razzismo. Il rispetto dell’altro non può voler dire abdicare ai propri valori, rinunciare a se stessi. È un’invocazione a lottare per la difesa del nostro Occidente, nonostante tutti i suoi limiti, gli errori e gli orrori che ha perpetrato. Whatever it takes.
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