Occupy Montecitorio, quando ad occupare non erano i grillini

Le liti tra parlamentari leghisti e il presidente Casini. Amarcord delle occupazioni

Montecitorio. Credits: (ANSA/ALESSANDRO DI MEO)

Sabino Labia

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Prima l’occupazione dell’Aula fino a mezzanotte con la lettura degli articoli della Costituzione; poi l’occupazione della Sala del Mappamondo.

Il M5S è intenzionato a lasciare il segno del suo passaggio dalle parti di Montecitorio, costi quel che costi.

Fortunatamente lo storico Palazzo sembra essere oramai vaccinato a ogni genere di protesta, è un po’ come quelle persone anziane che ne hanno viste talmente tante nel corso della loro vita da non scandalizzarsi più di nulla.

Ha subito il Ventennio con lo storico discorso di Mussolini: Potevo fare di questa Aula sorda e grigia un bivacco di manipoli…”; ha assistito alle risse tra comunisti, democristiani e missini agli albori della Prima Repubblica; ha ascoltato con pazienza gli interventi ostruzionistici e biblici dei radicali negli anni Settanta; e per finire in maniera triste e malinconica ha osservato le manette e i cappi nella Seconda Repubblica.

Proprio alla Seconda Repubblica dobbiamo risalire per assistere all’ultima occupazione della Camera dei Deputati che si ricordi. I protagonisti furono le armate verdi del Nord quando ancora odiavano Roma Ladrona e Roma Padrona. Era il 31 marzo del 2004 e in aula si discuteva la conversione del decreto legge sulle cartolarizzazioni dell’allora ministro Giulio Tremonti.

A presiedere la seduta c’era il vicepresidente di turno Publio Fiori, ex democristiano poi traslocato ad An. La goccia che fa traboccare il vaso è l’espulsione dall’Aula dei deputati padani Alessandro Cé e Andrea Gibelli, rei di aver protestato contro la conduzione della seduta da parte dello stesso Fiori. I due non ne vogliono sapere di uscire e i colleghi decidono di chiudersi a testuggine attorno ai due condottieri al grido di fascista e deficiente.

La seduta è sospesa. Gli onorevoli degli altri partiti si trasferiscono in Transatlantico in attesa che qualcosa si sblocchi mentre i leghisti decidono di occupare l’Aula. Cominciano le estenuanti trattative. Pierferdinando Casini, presidente della Camera, che si trova a un convegno nella Sala del Mappamondo, proprio quella occupata dai grillini della Terza Repubblica, è costretto a tornare subito in Aula per riprendere in mano la situazione.

Nel frattempo bisogna rifocillare le milizie e la deputata Carolina Lussana, da buona crocerossina, fa la spola tra la buvette e il campo di battaglia con bevande, panini e cioccolatini.

Roberto Calderoli, dall’alto delle tribune, cerca di dare indicazioni utili su come disporsi in caso di attacco dei commessi che sono pronti a intervenire. E proprio uno dei commessi si sfoga con i colleghi: “Adesso irrompo in aula io, urlando da vero terrone, come Abatantuono: viuleeeeenzaaaa!” Nonostante l’arrivo di Casini la situazione non si sblocca con i padani che sventolano il proprio giornale con il titolo: Mai molè, tegn dur. Dopo oltre quattro ore, le truppe padane decidono di arrendersi al nemico romano e lasciano l’aula urlando: “Finchè non rientra Cè noi non torneremo in aula!”

Giulio Tremonti vede finalmente il suo decreto in dirittura d’arrivo: “Qualcosa si sta movendo!”

Il verde Giancarlo Pagliarini è sconsolato per la resa: “Si stanno muovendo le nostre braghe. Verso giù!”

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