Giorgio ordina, Matteo risponde

Il premier, volente o nolente, è tornato sotto la tutela del capo dello Stato e della Bce

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

– Credits: ANSA FOTO

Keyser Soze

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Il Re è nudo. In sei mesi il governo di Matteo Renzi ha perso quella patina di novità, di ritorno alla politica che si era dato. Il premier, volente o nolente, è tornato sotto la tutela del capo dello Stato e della Bce. In altre parole si è adeguato  ed è diventato tale e quale ai suoi predecessori, Mario Monti ed Enrico Letta. Al di là dei tentativi maldestri di nascondere la verità («non prendiamo lezioni da nessuno»), Renzi ha preso appunti sia nell’incontro con Mario Draghi (le riforme da fare), sia nel colloquio con Giorgio Napolitano (l’agenda delle priorità). Come un alunno diligente. Tant’è che dopo  la diffidenza iniziale, ora l’inquilino del Colle riempie di elogi il nuovo adepto: «Il ragazzo si sta facendo».

E che Renzi  si stia rivelando solo l’ombra del personaggio che sei mesi fa si era presentato sul palcoscenico della politica nazionale se ne è accorta pure la stampa. Giornali che hanno posizioni antitetiche come Il fatto e il Corriere della sera sul premier hanno maturato un giudizio simmetrico: per il primo Renzi copia le ricette della Banca d’affari Jp Morgan; sul secondo Piero Ostellino osserva che in Italia «la democrazia
è guidata da una tecnocrazia». Esattamente la formula che Napolitano persegue con coerenza da tre anni. Quella formula che ha messo il Paese in ginocchio. E il premier? Naturalmente spara su tutti. I suoi sfoghi con il suo inner circle si moltiplicano: «Questo è un Paese di gufi
e conservatori». E per dimostrare che non è cambiato
si lascia andare a paradossi teorizzando l’esatto contrario
di sei mesi fa: «Qui in Italia un novantenne come Napolitano si dimostra più moderno di tanti professoroni». Insomma,
il premier si è consegnato a quelli che immagina possano essere i suoi salvatori, ma che per altri si sono rivelati dei veri e propri carnefici, vedi Silvio Berlusconi, Monti e Letta. Dal profeta della riscossa della politica, si è trasformato per sopravvivere, sotto l’egida di Napolitano, nel nuovo garante della tecnocrazia della Ue e dei mercati. Perché? Semplice: per assenza di coraggio. Non avendo l’ardire di allargare
la maggioranza al Cav o, in alternativa, a sinistra, Renzi è costretto a seguire le orme dei suoi predecessori. Risultato: per lui l’autunno si presenta sempre più caldo. «A differenza del centrodestra» spiega il senatore di FI Augusto Minzolini «che ha un’identità liberale, la sinistra di Renzi
è senz’anima. Persegue un unico compromesso: il potere per il potere». E anche a sinistra c’è chi affila le armi: «La situazione» confida Pier Luigi Bersani «si sta facendo insostenibile». Già, senza coraggio, Renzi, come prevede l’oracolo Beppe Grillo, rischia di non mangiare il panettone.


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