Politica

Così Mussolini ha conquistato l'Italia

L'anticipazione del libro di Bruno Vespa "Perché l'Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare)"

milano 25 aprile 1945

Bruno Vespa

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Il governo Facta proclama lo stato d’assedio... (dal cap. VI)

Il sonno di Facta durò meno di tre ore. Un’ora dopo la mezzanotte il presidente del Consiglio fu svegliato dai sottosegretari Giuseppe Beneduce e Aldo Rossini, informati da Dino Grandi dei drammatici sviluppi dell’insurrezione. Raggiunto in pochi minuti il ministero della Guerra, seppe che il suo capo di gabinetto Ottorino Carletti era sommerso dai telegrammi dei prefetti di decine di province dove la rivoluzione era in corso, con esiti alterni e nel caos generale. 

Al ministero, ad aspettarlo c’erano il ministro Soleri, il collega dell’Interno Taddei e il generale Emanuele Pugliese, comandante della divisione dell’esercito preposta alla protezione di Roma. Pugliese, di famiglia ebraica, era un ufficiale pluridecorato di grande valore. Il 19 ottobre aveva ricevuto l’incarico di difendere Roma da possibili attacchi fascisti e, al tempo stesso, di evitare scontri a fuoco con le camicie nere. Altrimenti, dinanzi a una guerra civile, il re - si diceva - avrebbe abdicato. Una classica soluzione all’italiana. Quindi Pugliese predispose il necessario: interruzioni ferroviarie nei punti chiave, controllo degli accessi stradali alla capitale, pattugliamento dei ponti sul Tevere. In un rapporto ai comandanti di brigata e di reggimento, garantì - come doveva, secondo il giuramento prestato - la più assoluta fedeltà alla Corona. Così come, in Io difendo l’esercito, sostiene di aver assicurato per tempo al ministro Soleri che, malgrado le aperte simpatie di molti soldati per il fascismo, al momento opportuno i suoi uomini si sarebbero schierati a fianco del re. (È nota la frase di qualche alto ufficiale – fu attribuita a Diaz, ma senza riscontri – che, alla domanda sulla fedeltà dei militari, avrebbe risposto: «L’esercito farà il suo dovere, ma è meglio non metterlo alla prova».)

Pugliese aveva a disposizione 28.400 uomini, perfettamente armati e addestrati: ne sarebbero bastati assai meno per far fallire la rivoluzione fascista. (Nel dopoguerra il tenente Emilio Lussu, che quando era capitano della brigata Sassari aveva conosciuto il generale e che in seguito fondò il Partito sardo d’azione, nel suo Marcia su Roma e dintorni gli rimproverò ingiustamente la mancata difesa della capitale.) I fascisti erano complessivamente 26 mila, per la gran parte armati soltanto di rivoltelle e fucili da caccia, e gli altri solo di manganelli, pugnali e roncole.

Facta e Taddei provarono a far ricadere su Pugliese la responsabilità dell’inefficiente resistenza militare alle scorrerie delle camicie nere. Lui si difese con un’energia, anche dialettica, che lo portò persino a varcare i limiti del protocollo. Disse di aver presentato fin dal 27 settembre un piano preventivo e di non aver ricevuto alcuna risposta. Se a Firenze, a Perugia e in altre città era accaduto quel che non doveva accadere è perché fino al 27 ottobre l’autorità politica aveva mantenuto i poteri senza delegarli a quella militare, che quindi si era trovata completamente spiazzata. Pugliese chiese pertanto ordini scritti e il ministro dell’Interno s’impegnò a fornirglieli.

Nel ricostruire quei momenti, Emilio Gentile dà atto al ministro della Guerra di aver disposto il 10 ottobre la costituzione di 8 nuclei mobili misti di soldati, carabinieri e guardie regie per fronteggiare eventuali disordini, e il 19, come abbiamo visto, aveva incaricato Pugliese di difendere la capitale. Ma ordini scritti di passare alla fase operativa, al generale non arrivarono mai.

Il Consiglio dei ministri si riunì alle 5.30 del mattino di quel drammatico 28 ottobre e prese atto che l’unico modo per contrastare i fascisti era proclamare lo stato d’assedio. Giuseppe Paratore, vecchio amico di Francesco Crispi e ministro del Tesoro, riferì nel dopoguerra che il generale Arturo Cittadini, aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, avrebbe detto che, senza lo stato d’assedio, il re avrebbe abbandonato l’Italia. Ma l’episodio è controverso. In quelle ore di gran confusione, è agli atti un telegramma spedito alle 5 del mattino da Facta a Giolitti, al popolare Filippo Meda e a Mussolini per invitarli a Roma «per conferire». Se il sovrano voleva prendere tempo, e se due giorni prima aveva chiesto a Facta di associare il fascismo al governo «per le vie legali», come si spiega il precipitare della situazione in poche ore?

È un fatto che, in meno di un’ora di discussione, la decisione venne presa all’unanimità, anche se Facta era taciturno, più cupo che mai, e prima di recarsi al Quirinale avrebbe detto: «Vedo male». Che cosa sapeva e non aveva detto ai suoi colleghi? Per quanto tempo ha giocato di sponda con tutti, nel tentativo di essere lui il traghettatore dei fascisti al governo? O ha ragione chi lo descrive come ormai deciso a chiudere con dignità la sua vicenda politica convertendosi alla prova di forza?

Lo stato d’assedio fu comunque deciso dal governo, tanto che il ministro delle Colonie Giovanni Amendola poté sospirare: «Domani quegli scalzacani saranno messi a posto». Ma come si proclama uno stato d’assedio? Nessuno lo sapeva. Negli archivi dell’Interno c’era quello relativo ai moti di Milano del maggio 1898, quando i cannoni del generale Fiorenzo Bava Beccaris fecero strage dei rivoltosi. (Singolare precedente: al Corriere della Sera fu allora impedito di raccontare gli scontri e il proprietario direttore Eugenio Torelli Viollier si dimise protestando: «Sento aria di Borbone».)

Con le necessarie modifiche, il testo fu dunque passato alla tipografia del Viminale alle 7.50, mentre fin dalle 6.30 il comando della divisione dell’esercito basata a Firenze ricevette l’ordine di sgomberare gli edifici occupati dai fascisti e alle 6.45 ai prefetti del regno fu comunicata la notizia dello stato d’assedio, con la disposizione di mantenere l’ordine pubblico. Con straordinaria tempestività, alle 8.30 gli attacchini stavano diffondendo il manifesto sui muri di Roma. Il proclama era un appello ai cittadini perché capissero che, dopo tanta pazienza, era necessario «mantenere l’ordine con qualunque mezzo e a ogni costo». In parallelo veniva diffuso il documento che assegnava i pieni poteri al generale Pugliese: vietati gli assembramenti e la circolazione automobilistica e tranviaria, vietati i pubblici spettacoli, chiusura alle 21 degli esercizi pubblici. 

…ma il re si rifiuta di firmarlo   

Nel groviglio di tesi contrastanti, noi crediamo all’autenticità del monito di Arturo Cittadini al governo. Quale presidente del Consiglio - e, in particolare, un uomo prudentissimo fino alla pavidità come Facta - si sarebbe azzardato a diffondere la proclamazione dello stato d’assedio se non fosse stato arcisicuro della copertura del re? Diversamente, si deve immaginare che Facta abbia firmato lo stato d’assedio per mettersi a posto con la coscienza e con la storia, lasciando a Vittorio Emanuele III l’intera responsabilità della decisione finale.

Sia come sia, alle 9 del mattino il presidente del Consiglio si presentò al Quirinale per la controfirma del decreto, ma il re si rifiutò di firmarlo. In L’Italia in camicia nera, Indro Montanelli sceneggia addirittura un dialogo da pochade tra i due: «Quando vide la bozza del proclama, il re andò su tutte le furie, anzi strappò il testo dalle mani del primo ministro, e lo chiuse in un cassetto come se gli scottasse le mani. Quando poi seppe che era stato diramato dall’agenzia ufficiale Stefani, la sua collera non conobbe limiti. “Queste decisioni” disse “spettano soltanto a me… Dopo lo stato d’assedio, non c’è che la guerra civile…”. E concluse: “Ora bisogna che uno di noi due si sacrifichi”. Per la prima e forse ultima volta, Facta riuscì a trovare una battuta: “Vostra Maestà non ha bisogno di dire a chi tocca”. E prese congedo ». (Facta tornò al Quirinale, dove nel frattempo si era trasferito Vittorio Emanuele, alle 11.30, accompagnato dai presidenti di Camera e Senato, per formalizzare le dimissioni.)

Le cose, in realtà, sono molto più complicate e drammatiche di quanto non emerga dal brillante racconto di Montanelli. Il re non si era coricato nemmeno per mezz’ora e aveva trascorso la notte in frenetiche consultazioni. Più vecchio e stanco dei suoi 53 anni, Vittorio Emanuele tentò fino all’ultimo di salvare la faccia formando un governo di obbedienza fascista, ma senza Mussolini. Per farlo, doveva giocare su tre tavoli: istituzionale, politico, militare. Chi lo consigliò di non firmare? A Paolo Puntoni, che dal 1939 sarebbe diventato suo primo aiutante e suo confidente, raccontò di aver preso la decisione da solo: «Nei momenti difficili tutti sono capaci di criticare e di soffiare sul fuoco; pochi o nessuno sono quelli capaci di prendere decisioni nette e di assumersi gravi responsabilità. Nel 1922 ho dovuto chiamare al governo “questa gente” perché tutti gli altri, chi in un modo, chi nell’altro, mi hanno abbandonato. Per 48 ore io in persona ho dovuto dare ordini direttamente al questore e al comandante del corpo d’armata perché gli italiani non si scannassero tra loro».

Tutto questo lavorio, onestamente, non risulta. Sia all’arrivo alla stazione sia nel primo incontro a villa Savoia, Facta, che pure era tutt’altro che un ardimentoso, aveva avuto la netta sensazione che il re si sentisse costretto a un’azione di forza. In una lettera inviata al deputato cattolico Giovanni Bertini, uno dei fondatori del Partito popolare e ministro dell’Agricoltura nei due governi Facta, Vittorio Emanuele aveva spiegato: «È vero che, quando il presidente del Consiglio ebbe a parlarmi la sera del mio arrivo alla stazione e successivamente, ero rimasto concorde con lui nel valutare i pericoli della situazione politica, ma purtroppo ho dovuto poi convincermi che la situazione era assai diversa da quella prospettata, e per questo mi son trovato a non poter dar seguito alle decisioni deliberate dal governo». Il re, probabilmente, sopravvalutava la forza militare e le condizioni psicologiche dei fascisti: se il generale Pugliese avesse dato ordine di sparare, le camicie nere avrebbero ceduto prima dei legionari dannunziani a Fiume sotto il fuoco ordinato da Giolitti. Di più: se i militari di Firenze, Bologna e Perugia le avessero investite con una raffica di mitraglia, non sarebbero nemmeno arrivate a Roma. Mussolini, invece, lo sapeva perfettamente e, con la sua straordinaria abilità politica, bluffò fino all’ultimo. Evidentemente, i fascisti erano riusciti a mascherare bene la loro debolezza, anche se dal punto di vista mediatico si aveva la sensazione che i rivoltosi fossero molto più forti di quanto erano nella realtà. 

Qualche giorno prima delle elezioni in Umbria, Nicola Zingaretti mi mandò un whatsApp con la mappa della regione elaborata dall’Istituto Cattaneo di Bologna dopo le elezioni europee del 26 maggio 2019. Era verde, con una piccola macchia rossa nella parte orientale, più o meno da Castiglione del Lago a Città della Pieve. «Questa è la verità » scriveva il segretario del Pd. Dopo lo scandalo della sanità che nella primavera del 2019 aveva decapitato la giunta Marini, per la sinistra la regione era persa, ma, senza l’alleanza con il M5s, la sconfitta sarebbe passata quasi sotto silenzio. Perché allearsi quando la somma degli schieramenti alle Europee dava comunque un vantaggio di 6 punti al centrodestra? Zingaretti ha risposto nelle pagine precedenti: serviva avviare una strategia di lungo periodo. Di qui la spericolata esposizione comune a Narni del presidente del Consiglio insieme a Zingaretti, Di Maio e Roberto Speranza (LeU). Nessuno però, nemmeno Salvini, si aspettava un risultato così devastante: il 57,6 per cento di Donatella Tesei, avvocato, candidata del centrodestra, contro il 37,5 per cento di Vincenzo Bianconi, l’albergatore pescato all’ultimo momento come «esponente della società civile».

La tragedia sta nei dettagli. Il Pd (22,3) ha tenuto: solo un paio di punti in meno delle ultime elezioni europee. Ma il Movimento 5 Stelle (7,4) ha dimezzato i voti presi soltanto cinque mesi prima (14,6) e perso 20 punti sulle Politiche del 2018 (27,5), piazzandosi dopo Fratelli d’Italia (10,4) che, a sua volta, ha doppiato Forza Italia (5,5), mentre la Lega (37) ha perso un punto rispetto alle Europee, ma ha quasi raddoppiato il voto del 2018 (20,2). Un quarto degli elettori del MSs alle Europee ha votato centrodestra.

Luigi Di Maio ha abbandonato immediatamente la prospettiva di ripetere l’alleanza con il Pd nelle successive elezioni regionali. Gli attacchi interni contro di lui si sono moltiplicati, ma per il Movimento si apre un problema non di leadership bensì di identità. Cresce se è all’opposizione (dove pensava di restare più a lungo di quanto ci è rimasto), crolla se va al governo. I cinque anni magici (2013-2018) sembrano irripetibili. Forse esagera Ernesto Galli della Loggia (Corriere della Sera, 29 ottobre 2019) quando richiama l’Uomo Qualunque del dopoguerra. Se non altro perché il MSS ha celebrato nel 2019 il decennale, mentre il partito di Guglielmo Giannini visse solo tra il 1944 e il 1946. Certamente, il Movimento è a un bivio: tornare all’opposizione con una forte testimonianza o scivolare progressivamente verso una posizione satellite del Pd, che però lascerebbe ai Calenda e, soprattutto, ai Renzi il ruolo di moderati del centrosinistra? Nessuno dei giallorossi ha messo in discussione il governo Conte, ma un governo ha senso se governa. E il gabinetto, prima e dopo le elezioni in Umbria, è stato troppo strattonato - in particolare da Di Maio e da Renzi - per poter continuare a lungo così. Un volo transatlantico fatto solo di turbolenze e vuoti d’aria non è un viaggio. È un incubo. L’entità della sconfitta giallorossa in Umbria colpisce perché il candidato Bianconi aveva l’esplicito appoggio delle gerarchie ecclesiastiche.

Ha dunque ragione Galli della Loggia quando parla di tramonto storico del «blocco cattolico-postcomunista» che è stato finora il cardine del potere in Italia? Matteo Salvini non comunica mai le sue strategie, se ne ha. Gli basta la tattica. La conquista del territorio paese per paese, casa per casa. Le sue campagne elettorali lasciano attoniti gli avversari.

Se va in un paese di 2 mila abitanti, sa di raccoglierne tutti i voti. Nel paese vicino diranno: se è andato lì, verrà pure qua. E così via, battendo sempre su immigrazione, tasse, lotta alla legge Fornero. Il declino di Forza Italia (in Umbria fisiologico) pone al Cavaliere l’urgenza di rifondarsi. La sua testimonianza è decisiva per garantire al centrodestra un credibile aggancio in Europa, ma rischia di ridursi appunto a testimonianza. A meno che non faccia con Renzi quel famoso Partito della Nazione che era la prospettiva del Patto del Nazareno (18 gennaio 2014). Alleato e non più avversario della forte destra di Matteo Salvini. Il 28 ottobre 2019, uscendo dalla trasmissione postelettorale di Porta a porta l’ho buttata lì a Salvini: «Scommettiamo che alla fine Renzi il governo lo farà con voi?».

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