Con le riforme costituzionali non si mangia

Perché tanta enfasi sulla battaglia per cambiare il Senato? Forse perché Renzi vuole nascondere i ritardi e il suo indecisionismo sulle cose che contano davvero

Discussione sulla riforma del Senato – Credits: Ansa

Luca Ricolfi

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La battaglia del Senato imperversa. Il premier Matteo Renzi manifesta sicurezza: "In Italia" dice "c’è un gruppo di persone che dice no da sempre. E noi, senza urlare, diciamo sì. Piaccia o non piaccia, le riforme le faremo!". Benissimo, un po’ di decisionismo ci voleva. È da decenni che la democrazia italiana è bloccata dalle indecisioni e dai veti incrociati della classe politica. E, sinceramente, mi sembra davvero esagerato, appena un governo prova a governare, parlare di "deriva autoritaria", di "riforme illiberali", o di "pericolo per la democrazia".

Il punto però è un altro: perché tanta enfasi, per non dire tanto accanimento, sulla riforma del Senato? Perché tutta questa fretta? Perché un governo, che ha rispettato poche delle scadenze che si era dato, considera decisivo votare entro l’8 agosto o al massimo il 2 settembre?

Me lo sono chiesto varie volte, e non ho una risposta certa. Forse Renzi sopravvaluta il livello di attenzione di un elettorato che, in questi mesi, ha la testa rivolta alle vacanze e alle spiagge. Forse Renzi pensa che le autorità europee si facciano impressionare dalla rapida approvazione di una riforma importante. Forse Renzi pensa che, vincendo la battaglia del Senato, il suo governo possa uscirne sensibilmente rafforzato.

Più ci rifletto, però, più si fa strada in me una congettura più inquietante. Forse il decisionismo di Renzi in materia di regole istituzionali è un modo per occultare il suo indecisionismo e i suoi ritardi sulle cose che contano. Renzi sa benissimo che, anche se passasse e anche se fosse ben congegnata (eventualità su cui molti non scommettono), la riforma del Senato produrrà i suoi eventuali effetti solo fra qualche anno. Non solo: non può non sapere che la lentezza del processo legislativo in Italia dipende in misura minima dal bicameralismo, e in misura molto maggiore da due mali che nulla hanno a che fare con l’assetto istituzionale: i regolamenti parlamentari (che consentono la presentazione di 8 mila emendamenti a un disegno di legge), la tendenza dei politici a fare leggi che rimandano ad altre leggi, decreti attuativi, regolamenti, con una dilatazione mostruosa del tempo fra la data dell’annuncio di un provvedimento e quella in cui esso comincia a produrre qualche effetto. Se, nonostante tutto ciò, Renzi si intestardisce su una riforma che non affronta nessuno dei problemi economici e sociali fondamentali dell’Italia, probabilmente è perché molti di tali problemi il nostro governo non sa proprio come affrontarli.

Se si eccettua il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione, su cui mi sembra che il governo stia procedendo in modo più lento del promesso ma comunque accettabile, non vi è un solo problema importante su cui Renzi abbia mostrato la determinazione e la chiarezza di idee che sta ostentando sulla riforma del Senato. Sui costi della politica ha partorito soprattutto misure simboliche, come l’abolizione delle elezioni provinciali, o la (promessa) riduzione del numero di senatori: l’effetto sui conti pubblici 201415 è minimo. Sul lavoro ha lasciato stravolgere il decreto Poletti, non ha varato il codice semplificato di Pietro Ichino, ha rimandato alle calende greche il Jobs Act, e sta annaspando sul programma europeo "Garanzia giovani".

Sulla tassazione dei redditi di impresa ha varato una modesta riduzione dell’Irap, annullata da un aumento generale della tassazione sul risparmio. Sui conti pubblici ha speso molte parole per invocare flessibilità, e intanto sta consentendo un ulteriore aumento del debito pubblico. Sulla riforma della pubblica amministrazione si vedrà, ma i risparmi di spesa sono ancora del tutto ipotetici. L’unica cosa chiara, al momento, è la volontà di rendere permanente il bonus da 80 euro al mese per i lavoratori dipendenti, una misura che, come molti osservatori avevano previsto, non sta producendo alcun apprezzabile effetto sulla domanda interna, ma in compenso ipoteca qualsiasi mossa futura in materia di politiche economiche e sociali, visto che il suo costo finirà per assorbire la maggior parte delle (poche) risorse che potrà liberare la spending review.

Ecco, tutto questo non fatto forse è la vera spiegazione dell’attivismo renziano in materia di riforme istituzionali. Proprio perché le decisioni difficili (come quella sul contratto a tutele crescenti e l’articolo 18) il governo non le sa prendere, il suo sforzo di comunicazione si concentra su ciò che alla maggioranza dei cittadini non interessa o risulta incomprensibile, ovvero la materia, ultratecnica e ultrapolitica, delle regole del gioco democratico.

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