Gli smontati: Monti e Bersani

Obama, la Merkel, l’Europa, il Vaticano e la finanza internazionale hanno tifato per Monti, ma il Professore ha perso la sfida. E anche lo Smacchiatore (di giaguari) alla fine è stato smacchiato

I due grandi sconfitti delle elezioni 2013, Monti e Bersani (Credits: ANSA/FABIO CAMPANA)

Carlo Puca

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Un giorno si blandivano, l’altro si assalivano. Fatto sta che Mario Monti e Pier Luigi Bersani, alias il Professore e lo Smacchiatore (di giaguari), hanno speso gran parte della campagna elettorale parlandosi addosso. Alla fine della corsa, la loro resta solo un’improvvida fiera delle vanità, che, riferiscono a Panorama fonti di Palazzo Chigi, ha origine e date ben precise.

Nella prima settimana del novembre 2011 l’Italia è sotto l’attacco speculativo dei mercati internazionali. L’esecutivo di Silvio Berlusconi balla sul filo risicato dei numeri parlamentari. Telefonate continue si incrociano tra il Quirinale, la Casa Bianca, il Vaticano e Berlino. Il Colle, a sua volta, coinvolge Berlusconi, Monti e Bersani. Il Cavaliere accetta il passo indietro, il Professore di assumere la guida del governo italiano, lo Smacchiatore di rinunciare a elezioni immediate. Perché Bersani approva? Perché è a digiuno di rapporti internazionali, il suo più grande punto debole. Addirittura gioisce quando gli viene assicurato che, dopo Monti, i leader occidentali non avrebbero ostacolato l’ascesa a Palazzo Chigi di un premier postcomunista. Chiamasi complesso d’inferiorità.

Un anno e mezzo dopo è facile dimostrare che la parola non è stata mantenuta. I suddetti leader planetari hanno puntato su Monti, se non altro per produrre una potenziale azione d’interdizione sul futuribile governo Bersani. Era dal 1948 che i potentati mondiali non entravano in maniera così prepotente nelle nostre faccende elettorali. Barack Obama, Angela Merkel, banche d’affari, istituzioni europee: tutti hanno prodotto un loro «endorsement», più o meno velato, in favore di Monti; e tutti si sono trovati sMontati. Almeno in Italia.

Il Vaticano, in particolare, mancava solo che facesse distribuire i santini elettorali di Scelta civica nelle parrocchie. È una leggenda che resiste a ogni nuova elezione, questa dei cardinali portatori di voti. L’oggettività certifica che la loro incidenza è ormai ridotta ai minimi termini, l’Italia cattolica sceglie per conto suo. E anche quella laica, a prescindere da Merkel, Obama e Spirito santo. Quanto al Professore, fa persino tenerezza sentirlo difendere, come un politicante qualsiasi, il suo insuccesso: «La nostra forza è piccola ma convinta. E potrà forgiare il futuro della politica italiana». Auguri. Intanto il suo partitino non ha alcuna voce in capitolo, a breve e a medio termine. Il presente è inconsistente, insomma, e sbatte pesantemente contro il passato. Soltanto un anno fa il premier uscente era negli Stati Uniti, accolto come il salvatore dell’economia mondiale da New York Times, Washington Post, Casa Bianca, banche, multinazionali. Si è ridotto al ruolo di figurante col loden.

È vero, infatti, che «la vanità è la passione dominante dell’uomo» (Henry de Montherlant). Ma nel dicembre 2012, «salendo in politica», il Professore ha davvero sopravvalutato la popolarità sua e del governo tecnico, il cui «rigore» viene avvertito dal Paese reale come prima causa della recessione economica. Così come Monti ha subito bruciato il credito preventivo delle élite italiane, da Corrado Passera in giù, accordandosi con gli sMontatissimi Pier Ferdinando Casini e Gianfranco Fini. I più antichi residenti nel Parlamento italiano.

Ciononostante, Bersani non ha mai chiuso la porta in faccia al Professore. Viceversa, s’è incartato in discorsi su tattiche, strategie e alleanze postelettorali. Temi, va da sé, respingenti gli elettori. Peggio ancora, lo Smacchiatore ha pure fatto buon viso a cattivo gioco dinanzi al Professore, alla nomenclatura del Pd e all’affaire Monte dei Paschi. Il patto internazionale tradito? Fa niente. L’ossessiva richiesta di mollare Nichi Vendola? Resistere, resistere, resistere. I programmi divergenti? Tanto un accordo si trova sempre. La ricandidatura «preistorica» di Rosy Bindi e Anna Finocchiaro? Si può fare. Il caso Mps? Nulla vidi e nulla sentii.

Una miscela letale di noia, residuati e scandali, dunque. Sicuro di vincere, vittima inconsapevole di adulazioni spropositate, Bersani ha smarrito in campagna elettorale il senso della realtà. Al punto da risultare incapace (come molti, per carità) di cogliere le cavalcate elettorali di Beppe Grillo e Berlusconi. Il risultato è che la sua coalizione ha appena superato i 10 milioni di voti, 3 milioni e 700 mila in meno di quelli ottenuti nel 2008 da Walter Veltroni.

Adesso il partito è evidentemente destabilizzato, spaccato a metà, fra chi, la vecchia guardia, preme per la grande coalizione e chi, i quarantenni, punta invece a un governo di minoranza, guidato dallo stesso Bersani. Sarebbero entrambe soluzioni a tempo determinato, di pochi mesi, buone per fare poche cose indispensabili, a partire dalla legge elettorale.

Nel frattempo, con un congresso da convocare in tempi rapidi e il fiato di Matteo Renzi sul collo, a Bersani non resta che una scommessa, palesata il 26 febbraio, a urne chiuse da 27 ore: portare in Parlamento «una proposta di riforma delle istituzioni e della politica, la difesa dei ceti deboli, moralità pubblica e privata, politiche per il lavoro». E chi ci sta ci sta, preferibilmente Grillo. Partendo da un assioma: «La politica del rigore ha fallito». Col senno di poi, Bersani s’è sMontato pure lui. Anzi, smacchiato.

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