Il caos politico visto dai cronisti del Parlamento

Le principali firme del giornalismo politico ci raccontano queste settimane, tra le più complicate della storia. Ecco storie e previsioni

L'aula della Camera dei deputati – Credits: ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images

Paola Sacchi

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Non si comincia ovviamente mai a scrivere prima delle nove se non le dieci della sera, per la gioia di caporedattori e direttori. E questo sarebbe un fatto scontato. Ma si va anche a dormire tutte le volte con quella sorta di ansietta di non averci azzeccato. Se questo vale per i quotidiani, figuriamoci per i siti e i giornali online, dove si scrive all’istante e si rischia di andare a sbattere subito. Vita da giornalisti politici, resoncontisti della crisi più pazza e più lenta del mondo. Quella dove tutto può succedere, ma in realtà da una quarantina di giorni, da quando si è andati a votare, non sta accadendo nulla. E neppure lo scossone di Matteo Renzi ha provocato un rimbalzo chiaro e immediato nel Pd.

Così rischia di essere almeno fino al 18 Aprile giorno in cui si riuniscono le Camere per l’elezione del Capo dello Stato. Ecco come vivono e descrivono per Panorama. it  questa situazione senza precedenti a memoria anche di cronisti parlamentari di lunga data, che pensavano di averle viste già tutte. Beppe Grillo che odia e ridicolizza i giornalisti italiani (quelli stranieri invece tutti Pulitzer) direbbe «chissenefrega». Ma è proprio il lavoro dei cronisti in questa fase lo specchio di quel surreale e pazzotico immobilismo, prodotto anche dai Cinquestelle.

- Maria Teresa Meli, editorialista del «Corriere della sera», che segue in particolare il Pd, regina dei retroscenisti del Transatlantico.

«Bisogna stare molto attenti, la paura come nel ’92, per Tangentopoli, è che girino tante polpette avvelenate. Ora come allora il rischio è che arrivino informazioni avariate. Siamo in una situazione in cui i giornalisti spesso scambiano i propri desideri con la realtà. Siamo nello stesso clima  del ’92 quando giravano polpette avvelenate su Bettino Craxi. E in queste situazioni i giornalisti anziché cercare di decifrare il caos, diventano attori. Ma a differenza di Tangentopoli, quando sin dalla mattina un fatto chiaro era già avvenuto e il titolo già c’era, ora arrivi a sera senza che neppure i pezzi di una parte, dico solo una parte, del puzzle coincidano. Il punto è che da quaranta giorni la situazione non è cambiata. Sommovimenti ci sono ma non producono fatti e titoli. Faccio un esempio: Il Pd si spacca, e Pierluigi Bersani è già un segretario di minoranza, dopo l’uscita di Matteo Renzi. Che però non provoca le dimissioni del segretario del Pd. Dove c’è già una variegata maggioranza pronta a commissariare Bersani: da Renzi, a Dario Franceschini e gli altri vicini al sindaco di Firenze, a Walter Veltroni  a Enrico Letta, che però non si può esporre troppo perché è il vicesegretario. Lo stesso Massimo D’Alema ormai la pensa come Renzi. Sono tutti lì pronti a commissariare Bersani, non difeso dai big del partito dopo l’attacco di Renzi, e quindi il congresso di fatto è già iniziato, ma niente di risolutivo accade. Tutto procede in un quadro di immobilismo esasperante».

- Paola Di Caro, giornalista politica del «Corriere della sera», che dalla nascita di Forza Italia segue Silvio Berlusconi e il Pdl.

«Scrivo praticamente lo stesso pezzo da una quarantina di giorni (ironizza ndr).  Anche perché il partito che ha tenuto la posizione più coerente è il Pdl che ha detto sempre la stessa cosa: larghe intese o voto. Declinando la sua opzione di volta in volta con sfumature diverse. Un caos così non s’era mai visto, si può paragonarlo al ’92. Ma la differenza enorme è che allora i fatti accadevano con grande rapidità ora siamo a una lentezza mai vista».

- Massimiliano Scafi, inviato e quirinalista del «Giornale».

«La notte del venerdì santo è stata di passione anche sul rovello dimissioni o no di Giorgio Napolitano. Ho fatto un piccolo azzardo e ho azzeccato: ho scritto tra i pochissimi (anche Panorama.it lo ha fatto ndr) che il Capo dello Stato non si sarebbe dimesso. Come ho fatto? Mi sono fidato soprattutto del mio intuito e della mia opinione su un presidente come Napolitano che secondo me mai e poi mai si sarebbe dimesso provocando il giorno dopo il rialzo dello spread. (Certamente anche Scafi come chi scrive però la mattina dopo, sabato di Pasqua, con tutti i quotidiani che titolavano sulle possibili dimissioni, fino alle 13, quando Napolitano ha parlato, non dormiva tra sette guanciali ndr). È vero che quelle dimissioni le aveva in realtà chieste il Pd, o comunque un pezzo di Pd? Sì penso anche io che sia andata così, anche se a un certo punto le stesse fonti quirinalizie sembravano accreditarle, forse perché a quel punto Napolitano, pressato, le agitava come una minaccia. Siamo senza dubbio in una situazione senza precedenti per l’ingorgo istituzionale, in un groviglio pazzesco, dove sembra che ormai le due partite, quella per il governo e quella per il Colle, non possano più procedere separate. In questo paese a ben pensarci non abbiamo neppure il capo della Polizia».

Qualcuno azzarda che alla fine Berlusconi, incalzato anche da lui da Renzi, preferisca paradossalmente due ex comunisti sul Colle (Massimo D’Alema o Luciano Violante, ex magistrato ora su posizioni garantiste) e Bersani alla guida di un governo ovviamente di larghe intese… Scafi: «Lo scenario non è inverosimile perché sia Bersani che Berlusconi temono Renzi».

- Marco Conti, inviato e cronista parlamentare del «Messaggero».

«Mi lancio in una previsione: secondo me, solo alla quarta votazione sapremo con quali carte stanno giocando le forze politiche per il Colle. Forse solo in quel momento si capirà dove si va a parare anche per il governo. Perché il problema è diventato capire la linea stessa dei partiti, divisi al loro interno. Il Pd innanzitutto. Ma anche nel Pdl c’è stato qualche distinguo. Mi riferisco all’uscita di Mara Carfagna su Emma Bonino al Colle. L’uscita di Renzi io credo però che obbligi a qualche accordo Berlusconi e Bersani, perché non dimentichiamo che Renzi è un avversario anche del Cavaliere. Ecco perché l’ex premier ora dice che l’opzione principale non sono più le elezioni subito. Per il resto, i grillini hanno resuscitato il culto del luogo segreto, tipo «patto della crostata» all’epoca della Bicamerale a casa di Gianni Letta. Ora ci sono gli agriturismo e gli inseguimenti sull’autostrada. Allora l’inseguimento avveniva in città». (Tutti ricordano quello di Augusto Minzolini, oggi senatore del Pdl, sul motorino a fari spenti nella notte, incollato alle macchine di Massimo D’Alema e Cesare Salvi ndr) .

- Aldo Garzia, cronista parlamentare dell’agenzia giornalistica Asca, ex editorialista del «Manifesto», biografo di Zapatero e Olof Palme.

«A memoria di cronista mai vista una situazione così intricata. Eppure io c’ero anche nel 1978, quando il rapimento di Aldo Moro rischiò di mettere in crisi l’unità nazionale e così però poi non fu. C’ero anche all’epoca di Tangentopoli. Ma la politica aveva un suo funzionamento, una sua logica e fisiologia. Ora in questa crisi ognuno di noi, anche il più esperto, ha difficoltà ha trovare il filo. Purtroppo credo che fino all’elezione del Presidente della Repubblica  il quadro non si chiarirà. A meno che non esca un nome a sorpresa, un nome della società civile, tipo Stefano Rodotà  magari gradito ai grillini e Bersani faccia un passo indietro».

- Sergio Amici, cronista parlamentare dell’agenzia giornalistica Adnkronos, da quasi vent’anni in sala stampa alla Camera.

«Questa situazione ricorda il ’92 , quando si era alla fine della Prima Repubblica e ci fu l’exploit della Lega (al suo posto ora c’è quello dei Cinquestelle). E dopo le dimissioni di Francesco Cossiga, bisognava procedere all’elezione del Capo dello Stato e alla formazione del nuovo governo. Un altro paragone può essere fatto con quello che accadde tra il 1994 e il 1995 (il cosiddetto ribaltone che portò  dal governo Berlusconi al governo Dini ndr). Ma è chiaro che tutte le situazioni sono diverse, soprattutto in una crisi come questa che porta ogni giorno una sorpresa, dall’uscita di Renzi ai sommovimenti del Movimento Cinque Stelle. Ma mai risolutiva, anzi foriera di nuove complicazioni. Bisognerà probabilmente aspettare l’elezione del nuovo Capo dello Stato».

Difficile da spiegare agli italiani.  

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