Politica

Perché il ministro Tria è il terzo giocatore al tavolo delle nomine

Grillini e leghisti hanno scoperto di avere una resistenza interna al governo, che dalla sua poltrona è diventato garante del passato

Giovanni Tria

Augusto Minzolini

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Che il core business del governo fossero le nomine, cioè il tentativo di ridisegnare la mappa del potere in Italia, lo si era capito fin dall'inizio. Alberto Bagnai, economista e ora deputato leghista, ascoltatissimo da Salvini, lo aveva detto una settimana dopo le elezioni: "Nel contratto di governo ci si può scrivere ciò che si vuole. Pure il programma di Nerone. La vera posta in gioco sono le 300 nomine da farsi nei prossimi due anni".

Perché la ripartizione delle nomine è problematica

Solo che, alla prova dei fatti, l'operazione si è fatta più problematica del previsto sia per i grillini che per i leghisti. Intanto perché nessuno dei due partiti (specie i pentastellati), possono contare su un vivaio di "tecnici" d'area all'altezza. C'è il rischio, dietro l'angolo, che non avendo nomi, i 5 Stelle ripetano la drammatica esperienza del Comune di Roma, importando nella cosa pubblica tanti mister Wolf (il personaggio di Pulp Fiction), cioè avvocati Lanzalone con relativi guai.

Grillini e leghisti hanno poi scoperto di avere una resistenza interna al governo, il ministro dell'Economia Tria, che dalla sua poltrona di primo piano tenta di resistere all'assalto alla diligenza delle tribù gialloverdi: nel giro di due mesi è diventato il punto di riferimento di buona parte del Parlamento, del Capo dello Stato, della Ue, dei mercati. "È fortissimo" ammette un personaggio che non lesina critiche a nessuno come Renato Brunetta. E la ragione della sua forza è semplice: essendo divenuto il garante di quei mondi, le sue dimissioni, se vi fosse costretto, sarebbero per il governo una sorta di Armageddon, di Apocalisse.

Lo spread, scommette più di qualcuno, avrebbe un'impennata. Messa così, tutti hanno capito che al tavolo del poker delle nomine si è seduto un altro giocatore. Lo ha spiegato, tradendo un certo disappunto, il "plenipotenziario" del Carroccio per le poltrone Giancarlo Giorgetti, la mattina di martedì 17 luglio, in una riunione allargata della delegazione leghista al governo. "I problemi non li abbiamo con i grillini, non c'è nessun braccio di ferro con loro. Il pragmatismo ci accomuna: entrambi, se non abbiamo nomi spendibili per un ruolo, ci fermiamo. Semmai l'interlocuzione più complessa è con Tria".

Tria, il garante del passato che rende la trattativa a tre

Un ragionamento ripreso anche dal custode dell'ortodossia grillina, il ministro per i rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro: "Noi e i leghisti il punto d'incontro lo troviamo sempre. Tria, invece, si è preso il compito di garantire il passato. Per cui la trattativa è a tre". Insomma, il ministro dell'Economia è nel mirino, ma il personaggio è abile: riesce a essere "concavo" e "convesso". Ha vissuto a Shanghai, parla il cinese, conosce a menadito sia le massime dell'Arte della Guerra, sia quelle di Confucio. Difficile stringerlo in un angolo: uno che ha lavorato con Brunetta, Monti, Alfano e che piace a Paolo Savona, è "geneticamente trasversale".

Lo ha dimostrato anche nella gestione del caso Boeri, il presidente dell'Inps finito nel mirino di Di Maio, perché prevede un calo di 8 mila posti di lavoro l'anno come conseguenza del Decreto dignità: Tria non ci ha pensato due volte a mollare Boeri, firmando un comunicato congiunto con il ministro del Welfare e dello Sviluppo economico, per proteggere il vero obiettivo delle manovre gialloverdi, il ragioniere dello Stato Daniele Franco. Una strategia che si ripete nelle nomine: a Tria interessa quella cassaforte per lo Stato che è diventata la Cassa depositi e prestiti (410 miliardi di euro). Per la poltrona di amministratore delegato ha fatto il nome di Dario Scannapieco, ultimo dei Ciampi boys, che ha la benedizione di Mattarella ed è il candidato anche del patron delle fondazioni bancarie, Giuseppe Guzzetti, che lo ha addirittura suggerito ai grillini a corto dei nomi.

Capita l'antifona, i leghisti hanno aperto all'altro nome grillino, Fabrizio Palermo, mentre continuano a storcere il naso su Scannapieco. Lo stallo è servito anche ad allargare il discorso su altre nomine: visto che la trattativa è a tre, nella tripartizione sono entrati pure il direttore generale del Tesoro (Tria vorrebbe Alessandro Rivera), tutte le nomine Rai e le Ferrovie. L'idea di Salvini e Giorgetti è quella di puntare su Cassa depositi e prestiti per poi, se non la ottenessero, essere lautamente risarciti con altre caselle importanti. Trecento nomine non sono poche.


(Articolo pubblicato sul n° 31 di Panorama in edicola dal 19 luglio 2018 con il titolo "Al tavolo delle nomine si è seduto un terzo giocatore: il ministro Tria")


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