Ministri, sottosegretari e mercato delle vacche

Breve storia della Repubblica e della spartizione delle cariche di governo. Dalla Liberazione al Manuale Cencelli fino al governo Letta. Chi sono i 40 nuovi sottosegretari  

Sabino Labia

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Correva l’anno 1945, gli alleati erano ancora di stanza a Roma e il Presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi, alla sua terza esperienza come capo del governo, rassegnava le dimissioni dall’incarico aprendo ufficialmente la crisi. La costituzione di un nuovo esecutivo incontrava non poche difficoltà, a cominciare dall’assegnazione dei vari ministeri. L’8 giugno Pietro Nenni dalle pagine del quotidiano socialista l’Avanti scriveva: “Sulla base di un atto politico comune per noi non ci sono questioni di posto di portafogli di vicepresidenze. Noi non partecipiamo al mercato delle vacche di cui parla il compagno Silone”. Già, l’autore di Fontamara, era rimasto disgustato per lo spettacolo che la classe politica stava mostrando in quel momento definendo la spartizione ministeriale appunto come un mercato delle vacche.

Come sempre accade nell’agone politico, l’uso di siffatta terminologia diventa immediatamente espressione di uso comune e così, la metafora bovina, arriva ad allargarsi anche alla nomina dei sottosegretari; che, naturalmente, essendo di un rango inferiore si trasforma in mercato dei vitelli. Negli anni della Prima Repubblica questo gergo veniva utilizzato senza alcuna intenzione offensiva nei confronti di coloro, trombati e non, che aspiravano alla poltrona anche perché, il sottosegretariato, poteva rappresentare un primo passo per un futuro più prestigioso. Nel corso della storia, infatti, sono stati sottosegretari personaggi che poi sono diventati ministri, Presidenti del Consiglio e, addirittura, Presidenti della Repubblica (Scelba, Andreotti, Gronchi, Segni, Moro, Cossiga, Scalfaro, etc. etc). Insomma, che dire, una poltrona non si nega a nessuno.

Passano gli anni e il tutto si perfeziona fino a raggiungere vette scientifiche e poetiche allo stesso tempo. Durante l’estate del 1968 tal Massimiliano Cencelli, capo della segreteria dell’onorevole democristiano Adolfo Sarti, su incarico del suo mentore, mette a punto un vero e proprio capolavoro stilistico.

“Cencellì Cencellò, questo posto a chi lo do?

Lo daremo a un fanfaniano

Che lo tenga un anno sano.

Cencellò Cencellà con quest’altro che si fa?

Dallo a uno di Forze Nuove

Che lo tenga fin che piove.

Cencellà Cencellì, a chi assegno questo qui?

Per variare un po’ la lista,

lo puoi dare a un socialista”.

Successivamente, dopo un difficile e certosino lavoro contabile, stila una decina di cartelle piene di nomi, percentuali, ministeri e sottosegretariati. Si partiva dalla valutazione qualitativa dei dicasteri che erano suddivisi per importanza in “grossissimi, grossi, piccoli e senza portafogli”. I grossissimi, naturalmente, erano quelli a cui bisognava puntare: Ministero dell’Interno, Ministero degli Esteri, Ministero della Difesa, Ministero del Tesoro e, last but non least, Ministero delle Poste e Telecomunicazioni. Rispetto a tutti gli altri ministeri quello delle Poste e Telecomunicazioni era, sicuramente, di minore rilevanza dal punto di vista del prestigio ma, secondo il pensiero dominante dell’epoca, risultava di fondamentale importanza perché, sempre secondo il buon ragionier Cencelli: “poteva assumere un sacco di persone che poi avrebbero ricompensato con il voto. In realtà era un grande centro di potere”. Alla fine, il ragionier Massimiliano Cencelli raggiunse l’obiettivo per il quale si era tanto profuso e il secondo governo Rumor, un monocolore democristiano, rispettò in toto le proporzioni del suo lavoro.

Col passare degli anni quelle poche cartelle piene di numeri sarebbero state adottate come un vero e proprio manuale di testo a cui attingere da parte dei governi futuri della Prima, della Seconda e come stiamo vedendo in questi giorni, della nascente Terza Repubblica che ha visto come primo governo guarda caso un monocolore di ex democristiani.

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